Dario Sibio: “Campioni era potente, mi conoscevano i giocatori di Serie A. La Kings League ha i social”
Ci sono storie che il tempo non riesce a cancellare. Dario Sibio è una di queste: nel 2005 era uno dei ragazzi di Campioni – Il sogno, oggi è un allenatore che ha vissuto da dentro anche la nuova frontiera della Kings League. Sono passati più di vent'anni, sono cambiati il calcio, la televisione e soprattutto il modo di raccontarlo.
Oggi guarda a quell'esperienza con gli occhi dell'uomo e dell'allenatore che è diventato e a Fanpage.it parla delle differenze, dal suo punto di vista, tra Campioni e Kings League: se c'è una parola per descrivere ciò che accadde più di vent'anni fa, quella è "potente".
Partiamo dalla Kings League. Come si è trovato in questo ambiente, arrivando dal calcio a 11?
"Io rimango fedele a quello che è il calcio. Di base ho pensato ad allenare, a fare l'allenatore, non ad altre cose. Penso che poi i risultati si siano visti: siamo ripartiti da zero e abbiamo fatto una buona stagione. Potevamo fare meglio, sì, ma sicuramente potevamo fare peggio. Mi sono trovato bene, mi sono divertito. Però la mia priorità rimane sempre il calcio. Non i social, non tutto il resto".
È inevitabile, però, fare un confronto con Campioni – Il sogno, che l'aveva portato alla ribalta più di vent'anni fa. Secondo lei sono due esperienze paragonabili?
"No, secondo me non sono comparabili. Noi andavamo allo stadio Barbera e c'erano 40 mila persone, ma venivano a vedere noi, non il Palermo. Andavamo nei campi sportivi di Serie D e c'erano 4mila, 5mila, 6mila, 7mila persone. La domenica Milano Marittima si ripopolava: c'erano 4-5 mila persone d'inverno, che non avevamo mai visto. Loro hanno i social in più che noi non avevamo. Non è una critica ma una semplice considerazione di quello che ho potuto vedere da dentro".
Quindi non ritiene corretto il paragone tra il successo di Campioni e quello della Kings League?
"Secondo me non si possono comparare le due cose. Io ho notato tantissimi pro e tantissimi contro nei confronti della Kings League, però il seguito di Campioni non è paragonabile a mio parere".
Cristian Giuffrida mi ha raccontato che, se Campioni fosse nato nell'epoca dei social, avrebbe fatto il botto. È d'accordo?
"Sì, avremmo fatto un disastro. Ma proprio per quello che era Campioni, il programma aveva una potenza incredibile".
Che cosa aveva di così particolare?
"Raccontava la vita di una persona che giocava a calcio. Cosa faceva durante la settimana, cosa succedeva nel tempo libero, cosa succedeva tra un tempo e l'altro. Si andava a ricreare, magari in categorie dilettantistiche, quello che la gente voleva vedere: com'era la settimana di un calciatore".
Oggi vediamo continuamente contenuti social dagli spogliatoi, interviste a bordo campo, immagini prima delle partite. In qualche modo Campioni aveva anticipato tutto questo…
"Esatto. Oggi guardando una partita ti ritrovi determinate cose che vengono fatte da due, tre, quattro anni: video all'interno dello spogliatoio prima della partita, quando parla il mister, interviste prima del secondo tempo. Quando le facevamo noi era una vera rottura di uno schema".
A distanza di più di vent'anni, che cosa rappresenta per lei Campioni?
"Vedo, volente o nolente, uno spaccato di vita che mi ha accompagnato. E se siamo qui a parlarne oggi, significa che per certi versi continua ad accompagnarmi".
Lo rifarebbe?
"Da un punto di vista calcistico, puramente calcistico, è un'esperienza che non rifarei. Da un punto di vista personale sì, perché mi ha dato la possibilità di conoscere tante persone e di imparare a vivere all'interno di un mondo che non è normale".
In che senso non era un mondo normale?
"Era un arco temporale prestabilito. Può durare un anno, due anni, cinque anni. Vediamo grandissima gente della televisione che magari ha fatto anni e anni e poi sparisce, finisce nel dimenticatoio. Devi avere la capacità di saperci stare finché ci sei, ma anche la capacità di staccarti da quella realtà e affrontare la vita normale".
C'è un episodio che più di altri le fa capire quanto fosse forte il fenomeno di Campioni?
"Ti racconto una cosa che mi è capitata. Dobbiamo tornare al 2005. Intorno a giugno si svolgevano i provini e magari ci facevano delle interviste. Succede che nello spot pubblicitario di Campioni lo spot finiva con me che dicevo una battuta. Nella mia testa, però, per quella che era la realtà del 2005, non riuscivo a comprendere che quello spot che vedevo io lo potevano vedere tutti. Poi mi ritrovo alla prima partita e vengo avvicinato da diverse persone che mi chiamavano per nome. Mi ricordo che parlavo con una ragazza e le dicevo: ‘Scusami, ma tu come fai a sapere come mi chiamo?'. E lì ti si apre un mondo".
Oggi sembra quasi fantascienza…
"Oggi raccontarti questi episodi sembra di parlare di un altro mondo. Noi avevamo un cellulare che ad alcuni permetteva di mandare gli SMS, ad altri no. Il mio primo cellulare, per esempio, poteva solo ricevere gli SMS, non potevo scrivere. Non c'erano i social. L'unico mezzo era la televisione".
E proprio per questo aveva una forza enorme?
"Era potentissima. Una potenza incredibile. Il programma veniva trasmesso sulle reti principali. E quindi alla fine la mia vita è girata tutta intorno a quello".
Il seguito era enorme perché posso tranquillamente dirle che io quegli anni giocavo in una squadra di Eccellenza in Basilicata e la domenica mattina guardavamo le vostre partite ma anche i pro vi seguivano in maniera molto puntuale da quello che so…
"Si, posso confermare che i giocatori di Serie A ci conoscevano e guardavano le nostre partite la domenica mattina. Una follia, alla fine eravamo una squadra di Serie D ma questo fa capire ancora di più cosa era Campioni".
Era un calciatore, adesso è un allenatore. Come descriverebbe il Dario Sibio giocatore?
"Prima che tecnica ti direi una grandissima testa di cazzo".
A livello di spogliatoio, quindi, benissimo…
"A livello di spogliatoio molto bene (ride, ndr). In campo, però, a volte andavo oltre. Non ho mai avuto problemi particolari, ma ho preso qualche cartellino di troppo. A livello comportamentale si poteva fare meglio".
E tecnicamente?
"Se avessi avuto la cultura del lavoro che ho oggi da allenatore quando giocavo, probabilmente avrei potuto fare di più".
Il suo massimo è stata la Serie D. Pensa che avrebbe potuto arrivare più in alto?
"Sicuramente potevo fare di più, con una testa diversa".
È questo il consiglio che darebbe ad un giovane Dario Sibio?
"La testa magari un po' meglio. A livello comportamentale facciamo le cose per bene, perché poi la tecnica, se c'è, esce".
Negli ultimi anni ha lavorato anche nel calcio professionistico, al Monza e al Torino. Quanto sono state importanti quelle esperienze?
"Il calcio, indipendentemente dalle esperienze, per me è lavoro. È il mio lavoro. Ho la fortuna da un po' di anni di fare questo: sono partito dalle giovanili del Monza, poi sono stato a Chiasso, in Svizzera, sono tornato a Monza, c'è stata l'esperienza con Raffaele e poi il Torino. Quello è il mio lavoro".
E cosa significa per lei poter fare nella vita ciò che desideravi fare?
"Penso che sia la cosa più appagante di tutte".
Abbiamo parlato del Monza e quindi non posso esimermi da una domanda su Raffaele Palladino. Che persona e che allenatore ha conosciuto?
"Prima di tutto, per me Raffaele è un amico. Ci siamo conosciuti quando lui ancora non aveva nemmeno iniziato ad allenare. Era una persona molto intelligente e ha passato tutta una stagione a vedere, dai piccolini fino ai grandi. Dava una mano a chi ne aveva bisogno, entrava al centro sportivo insieme a me. Io quell'anno allenavo due squadre, quindi coprivo due fasce orarie: entravamo alle 2 e uscivamo alle 10 di sera. E lui lo faceva con grande umiltà. È un grandissimo lavoratore. L'esperienza che ho condiviso con lui prevedeva anche 10-12 ore al giorno al campo. La sua forza sono proprio l'umiltà, con cui si è affacciato a questo mondo, e il fatto di essere veramente un grandissimo lavoratore".
Oggi Sibio non più il mister degli Underdogs. Quali sono i suoi programmi?
"In questo momento, forse una volta tanto nella vita, ho preferito dare priorità a me stesso. Vengo da un intervento e sto cercando di lavorare in modo tale da poter essere completamente a posto. Non ti nascondo che ci sono delle possibilità e in tempi brevi dovrò decidere cosa fare".
Quindi continuerà ad allenare?
"Rimango in questo mondo a fare il mio lavoro e sostanzialmente non cambierà molto rispetto agli altri anni. Solitamente in questo periodo avevo già fatto un mese, un mese e mezzo di lavoro. Quest'anno ho preferito aspettare".
Ha rinunciato a qualcosa per partecipare al Mondiale della Kings League?
"Sì. Tutto quello che era nato prima l'ho rifiutato perché fare un Mondiale, indipendentemente da quale sia la competizione, penso sia una possibilità per pochi. Me la sono guadagnata sul campo e non volevo rinunciare".
Nonostante tutte le differenze, quindi, riconosce anche alla Kings League dei meriti dal punto di vista calcistico?
"Assolutamente. Ci sono giocatori molto validi. Per esempio Kelvin Oliveira, è bello vederlo giocare. Ma posso fare anche qualche nome della nostra squadra come Perrotti, che secondo me talento molto forte, e al Mondiale avevamo D'Errico che ha giocato in Serie B. Ci sono calciatori interessanti".
Quindi, se dovesse riassumere tutto in una frase: cos'era Campioni e cosa rappresenta invece la Kings League?
"Campioni era potente. Potente, potente. Era una cosa che aveva una forza incredibile perché la televisione, in quegli anni, era l'unico mezzo e quindi arrivava a tutti. La Kings League è un'altra cosa".
E il Dario Sibio di oggi, dopo tutto questo percorso, si vede ancora nel mondo del calcio?
"Non mi vedo fuori da questo mondo".