Cristiano Scapolo: “Quella volta che Francesco Totti finì su Scherzi a Parte… noi sapevamo tutto”

Negli Stati Uniti Cristiano Scapolo è diventato un architetto del futuro dopo aver giocato in Italia con Inter, Vicenza, Ravenna, Atalanta, Bologna e Napoli. Zeman, Guidolin, Ulivieri e Mondonico gli allenatori che lo hanno formato. Il suo viaggio dall'altra parte del mondo inizia nel 2004 con i camp del Milan, ma è in California che la sua seconda carriera mette radici profonde. Da Direttore Tecnico in prestigiose Academy a uomo chiave della Federazione statunitense, Scapolo ha osservato da vicino l'evoluzione del soccer, lavorando come scout per la Nazionale maggiore di Jürgen Klinsmann e guidando le selezioni giovanili. Oggi è tecnico alla Houston Dynamo Academy. Nell'intervista a Fanpage.it racconta vent'anni di calcio vissuti tra l'Europa e l'ascesa del modello americano, svelando i segreti di un movimento che si prepara ai Mondiali della prossima estate.
Cristiano, partiamo dall’inizio. Settore giovanile dell’Inter, poi il salto nel calcio dei "grandi". Qual è l’insegnamento più prezioso che ti sei portato via da Appiano Gentile?
"Mi è stato molto d'aiuto stare in uno spogliatoio come in quegli anni, pieno zeppo di campioni. In quel gruppo che aveva vinto lo scudetto c'erano calciatori del calibro di Mattheus, Brehme, Klinsmann… e ancora Bergomi e Ferri".
Le hanno dato qualche consiglio in particolare anche perché allora era giovanissimo quindi?
"Sì. Soprattutto da Bergomi e Ferri che erano sempre molto attenti ad aiutare i ragazzi tra cui me e altri ragazzi della Primavera che venivano lì. Erano cresciuti nel settore giovanile e quando vedevano un giovane diciamo che lo guardavano con un occhio più di aiuto".
Ha lavorato con un maestro di calcio come Zeman, cosa le è restato di qull'esperienza?
"Erano allenamenti duri, però dopo sul campo si vedevano i risultati che aiutavano i giocatori ad avere una condizione fisica ideale per quel periodo. Purtroppo nell'anno di Zeman mi sono infortunato quasi subito e ho avuto la pubalgia. Per me è proprio stato un anno di sofferenza perché non purtroppo ho potuto allenarmi con continuità. E dico purtroppo perché ero arrivato a Roma con molto entusiasmo dopo Bologna, ma non sono mai stato bene e per me è stato forse il più brutto anno della mia carriera perché stavo male fisicamente".
Che ricordo conserva di Zeman, c'è qualcosa che le è rimasto impresso?
"È una persona molto divertente, sempre molto attenta alla sua filosofia, al 4-3-3 e ai movimenti d'attacco… scherzava molto, lo ricordo sempre con piacere, purtroppo io in quell'anno non ho avuto un modo di potermi esprimere e poter avere anche un certo feeling con lui perché non ho mai, non ho quasi mai giocato".

Ha avuto come allenatore anche Guidolin, che ha sempre avuto la passione anche per il ciclismo, c'era qualche analogia tra come preparava una partita e come scalava le vette in bici?
"Guidolin è stato forse quello che mi ha dato di più, l'ho avuto a Ravenna poi all'Atalanta. Era molto appassionato di ciclismo tanto che a fine allenamento prendeva la bici e se ne andava. Quando eravamo in tiro si allontanava da solo, gli piaceva proprio isolarsi e stare nel suo mondo. Faceva molta attenzione alla condizione fisica e questa attenzione che aveva per sé la trasformava nel concetto di allenamento per i giocatori di calcio".
Invece a Bologna ha avuto Ulivieri che pure è un personaggio abbastanza originale, capace di passare da discorsi tattici a riflessioni anche di ben altro tipo, politiche sociali.
"Per me era un maestro di calcio, della tattica soprattutto a livello difensivo. Si percepiva che era proprio un appassionato di calcio… stavamo anche un'ora prima dell'allenamento a prepararci su discorsi tattici, sui falli laterali. Tutte che per noi avevano riscontri molto positivi in partita".
Lei è stato nella Roma di Totti quando ancora non era diventato ‘il capitano'. Un po' ha visto nascere il suo mito, che ricordi ha del ‘giovane' Francesco?
"Quando Francesco ha iniziato con Zeman c'erano dubbi sulla sua tenuta fisica, perché lui giocava un ruolo di esterno-sinistro e quindi si diceva che non poteva reggere quei movimenti, quei ritmi. Da subito invece si è dimostrato proprio forte fisicamente nonostante i metodi di Zeman e anche se ha avuto qualche difficoltà iniziale, una volta capito i movimenti e il ruolo da fare ha preso il volo. Era molto giovane però si vedeva già quando era in campo che era maturo, sembrava già un giocatore con una certa esperienza. In quell'anno lì mi sembra che abbia segnato in doppia cifra e la sua carriera è stata sempre in crescendo fino a diventare quello che poi è diventato, un grandissimo campione".
Ricorda qualche aneddoto in particolare la fa ancora sorridere quando ci pensa?
"Mi ricordo che si è trovato protagonista inconsapevole nella trasmissione di Scherzi a parte. Gli fecero uno scherzo… ed è stato divertente vederlo in trasmissione perché in realtà tutti noi sapevamo già cosa gli sarebbe successo… E rivedere lo scherzo in tv è stato divertente".
L'Atalanta oggi è un modello di calcio e di club. Che ricordo ha della sua esperienza a Bergamo?
"Era un'Atalanta diversa, con altre prospettive. Purtroppo il primo anno con Guidolin è andato male per un problema: i giocatori non erano pronti per assimilare i suoi metodi. C'erano molti anziani che non condividevano il suo credito di gioco che era la zona. L'anno dopo siamo subito tornati in A con Mondonico: il girone di andata fu molto difficoltoso, però dopo abbiamo avuto un grande ritorno, abbiamo vinto 10-11 partite di fila. Diciamo che l'Atalanta era tornata dove meritava, però sicuramente era un'Atalanta diversa, dove si giocava per il punto. Ovviamente negli ultimi 10 anni l'Atalanta si è ricreata un altro brand a livello europeo, a livello di gioco e mi fa molto piacere. Ma i miei erano altri tempi".
Oggi è negli States. Qual è la prima cosa che ti ha colpito, a livello di mentalità sportiva, quando sei arrivato negli USA rispetto all'ambiente della Serie A?
"La cultura sportiva, che qui parte dalle scuole e poi arriva a livello professionistico, è diversa. Non sto dicendo meglio o peggio, ma è diversa. Per quanto riguarda il calcio, devo essere sincero: arrivando dall'Italia, vent'anni fa, ho trovato delle difficoltà culturali a concepire il professionismo nel calcio e a livello giovanile, dove ho lavorato negli ultimi vent'anni. Ma la Major League di allora non era quella di oggi. Negli ultimi dieci anni questo è cambiato in meglio e si è arrivati a una mentalità quasi europea, a una lega che sta crescendo molto, a un'audience che pure è cresciuto. Il calcio è diventato il terzo sport come numero di spettatori in generale ed è un grosso traguardo perché negli Stati Uniti ci sono discipline molto forti come il football, il basket, il baseball. Sono giganti proprio a livello culturale proprio ma adesso il calcio ha proprio sorpassato il baseball. Quindi è un movimento in grossa crescita, non ancora paragonabile alle top league che abbiamo in Europa, perché secondo me mancano gli allenatori europei con i dettagli tattici che noi abbiamo. Però come movimento, come strutture e come brand diciamo che si avvicinerà molto alle prime cinque competizioni nel mondo".

E in estate c'è anche l'appuntamento con i Mondiali di calcio. A che punto è la situazione?
"Tutto il movimento è in crescita, hanno investito milioni e milioni di dollari, tutti questi grandi brand, per poter promuovere il calcio e ovviamente dalla tua domanda è un calcio diverso da come l'ho trovato io vent'anni fa. E adesso sono pronti per il salto di qualità a livello di strutture, a livello di investimenti, a livello di seguito. Forse ci vuole un pochino di competenza in più a livello di allenatori, ci vogliono giocatori più bravi e ci vuole magari un po' flessibilità a livello salariale, perché qui c'è il salary cup, così da poter prendere più campioni e alzare l'asticella".
Dall'esterno, che percezione c'è oggi del brand "Serie A"? Viene ancora considerato un campionato d'élite o è visto come un torneo di transizione rispetto alla Premier League?
"La Premier League qui è il campionato più seguito. Alla domenica, al sabato tutti sono molto attenti ai risultati della Premier League. La Serie A non ha più un interesse di élite però è sempre considerata nelle top 3 anche assieme alla Liga. Sono quelle più seguite, però sicuramente vedo la differenza quando c'è una partita di Premier League… il seguito, l'interesse, la passione che crea quel campionato è diversa da quella della Serie A".
In America lo sport giovanile è profondamente legato al sistema scolastico e universitario. Quali sono i vantaggi di questo modello rispetto ai nostri vivai, spesso chiusi in una "bolla"?
"Penso che sia una grossa differenza in positivo, perché dai all'atleta un percorso di studi e la possibilità di creare una carriera a livello professionistico. Qui ci sono i draft, tanto per fare un esempio, e ogni squadra professionistica è obbligata a inserire nelle proprie rose tre o quattro giocatori più bravi che vengono dai college. È un'opportunità importante ma questo non significa che tutti diventano campioni… invece raggiungere un certo tipo di istruzione è importante a prescindere dal filone professionistico e dalle fortune che si possono avere".
Perché in Italia un ventenne è considerato "un giovane da aspettare", mentre all'estero è già un titolare consolidato?
"Perché non si riesce a uscire da questa cappa? Perché non si investe più sui giovani, si ha paura, si tiene troppo al risultato, ci sono troppe pressioni per gli allenatori a mettere dentro un ragazzo è difficile poiché che pensa che gli possa far perdere il posto. C'è molta pressione solo in Italia, perché vedo che anche in Inghilterra se un calciatore è bravo lo buttano dentro anche squadre che hanno pressioni. I club com'erano intesi una volta non sono più sostenibili soprattutto se non produci i giocatori e poi li vendi".
Ci racconti di McKennie e Pulisic, due eccellenze del soccer in evidenza in Europa.
"Le storie di Weston e Christian Pulisic, che avevo in nazionale con me, sono diverse, perché loro si sono trasferiti in Europa quando avevano 14-15 anni. Weston in Germania e anche Christian perché il papà allenava in Germania, sono cresciuti in Europa. Wes l'ho avuto nelle giovanili, tra l'altro l'allenatore di quel tempo non lo faceva giocare ed era venuto solo in un paio di camp. Christian arrivò in nazionale maggiore quando facevo l'assistente di Klinsmann ed era ragazzino: aveva 16 anni, però si vedeva che aveva la personalità, che poteva già giocare con i grandi. Mi ricordo la Coppa America nel 2016, non c'era alcuna remora nel lasciarlo giocare perché si vedeva che aveva la personalità giusta per poter giocare in quel palcoscenico".
Capitolo guadagni. Senza entrare in dettagli troppo personali, si dice spesso che in America il lavoro dell'allenatore giovanile sia professionalmente più riconosciuto. È vero?
"Facendo i paragoni con i settori giovani italiani è vero. Però la vita è molto più costosa qui, quindi è tutto proporzionato. Sicuramente i guadagni sono un pochino più elevati della media in Italia, però c'è da considerare anche che sono proporzionati alla vita che c'è qui che è molto più alta che l'Italia".
Mi perdoni la battuta, possiamo dire che ha trovato l'America?
"Sono un italiano e amo l'Italia. Però ti devo dire che la mia figlia è nata qua, ho sposato una moglie americana e l'America è la mia seconda casa. Resto sempre un amante dell'Italia, delle nostre tradizioni, delle nostre culture, dei nostri posti. Devo dire che qui l'America mi ha dato la possibilità di costruirmi una seconda vita che non è mai facile, non è mai facile quando fai il professionista per tanti anni e io lo vedo con altri miei colleghi che sono un po' persi dopo le carriere. Qui ho avuto la possibilità di crearmi un percorso, una vita diversa. Ma l'Italia è sempre l'Italia".