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Carlo Muraro: “Ho iniziato ad allenare grazie a Beppe Marotta. Lo chiamai e cominciai a lavorare”

Dalla trafila nelle giovanili all’esordio con l’Inter fino ai gol in Coppa dei Campioni, dalla panchina alla TV: Carlo Muraro a Fanpage.it ripercorre una carriera fatta di sacrificio e misura. Un viaggio nel calcio di ieri per capire quello di oggi, senza nostalgia ma con memoria.
A cura di Vito Lamorte
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Carlo Muraro racconta un calcio di altri tempi. Un calcio fatto di fango, sudore e passione: si attraversava la città in autobus, con le scarpe in borsa e i sogni ben stretti in tasca. Dai campetti di Rogoredo, dalle corse sulla fascia con la maglia dell’Inter, una carriera fatta di silenzi pesanti e rispetto assoluto. Ala veloce, soprannominata "Jair Bianco", ha vissuto Scudetti, notti europee e addii senza clamore.

Una piccola parentesi in panchina con la vittoria del campionato di C2 con la Pro Patria prima di passare dal campo agli studi televisivi di Sky come seconda voce: mai fuori posto, mai sopra le righe ma sempre con le idee chiare.

Muraro racconta a Fanpage.it il suo percorso con la calma di chi non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare, attraversando il suo viaggio nel calcio e osservando quello di oggi per capire alcune situazioni: senza nostalgia ma con memoria.

Cosa fa oggi Carlo Muraro?
"Faccio anche il nonno. Ho due nipoti, ormai stanno crescendo e si vergognano se vado a prenderli a scuola… è la vita. Vado allo stadio a vedere mio nipote giocare, mi piace restare aggiornato sul calcio giovanile. Dopo 13 anni a Sky ho più tempo libero".

Suo nipote gioca a Rogoredo, lo stesso campo dove è cresciuto lei…
"Sì, esatto. È il campo dove sono cresciuto io, quando il settore giovanile era legato all’Inter. Un bel cerchio che si chiude".

Lei però è nato nel Padovano…
"Sì, a Gazzo Padovano, in una frazione che si chiama Grossa. Poi per lavoro di mio padre ci siamo spostati: prima sul Garda e poi Milano. Il mio paese è rimasto uguale a com’era allora".

Quando ha iniziato a giocare a calcio?
"Ho sempre giocato. All’oratorio, per strada. Una volta non passavano macchine come oggi: facevi le porte con i sassi o con gli ombrelli. Era una palestra incredibile".

È vero che da bambino faceva il portiere?
"Sì, fino a dieci anni. Mi piaceva tantissimo. Poi mi ruppi l’omero in un’uscita e durante la riabilitazione iniziai a usare di più i piedi. Mi è piaciuto giocare fuori e non ho più smesso".

Carlo Muraro in sella alla sua moto.
Carlo Muraro in sella alla sua moto.

Muraro ha fatto tutta la trafila nelle giovanili dell'Inter pur vivendo dall'altra parte della città: ci racconta un po' quegli anni?
"Autobus, tram, filobus. Ci mettevo un’ora e mezza all’andata e un’ora e mezza al ritorno. Chiedevo ai professori di uscire prima da scuola. L’Inter mi rimborsava 750 lire al mese".

Poi arrivò il suo primo contratto?
"Dopo l’esordio in Serie A, nel 1974. Era di 250 mila lire. Tutti i soldi li davo a casa: vedevo i sacrifici dei miei genitori. Il mio primo vero investimento fu comprare una casa per loro".

Ecco, il suo esordio. Muraro ha avuto la fortuna di avere a che fare con Helenio Herrera. In molti lo dipingono come una specie di ‘stregone': che allenatore era?
"Non uno stregone, ma un allenatore avanti anni luce. Sempre palla negli allenamenti, sempre. Un grande motivatore, maniacale nella disciplina. Puntualità, rispetto, regole ferree".

Che ambiente trovò?
"Straordinario. Mazzola, Facchetti, Corso, Boninsegna, Burgnich, Lido Vieri… gente che arrivava un’ora e mezza prima al campo. L’allenamento andava preparato anche mentalmente".

Il soprannome “Jair Bianco” racconta molto del suo stile di gioco: che effetto le faceva essere paragonato a un giocatore così iconico per l'Inter?
"Fu Herrera a dirlo prima del mio esordio. Disse che ero veloce come Jair, ma bianco. Per me fu un complimento enorme, anche se Jair era di un’altra categoria".

Stacco di testa di Muraro durante una partita dell’Inter.
Stacco di testa di Muraro durante una partita dell’Inter.

Lo Scudetto 1979-80 resta il punto più alto della carriera?
"A livello di squadra sì. A livello personale direi il periodo dei sette gol in tre partite. Venivo dalla Serie B, partivo dalla panchina e quando arrivò il momento sfruttai tutto".

Il rapporto in campo con Alessandro Altobelli è rimasto nella memoria dei tifosi: come si costruisce un’intesa così efficace tra attaccanti?
"Eravamo complementari. Lui uomo d’area, io attaccavo lo spazio e crossavo. Per me fare assist era come fare gol".

Il gol a Craiova in Coppa dei Campioni resta uno dei più iconici della sua carriera: cosa ricorda di quell’azione in contropiede?
"Un contropiede di 70 metri. Partimmo tutti bassi, recupero palla, saltai un uomo, corsa lunga, Spillo si portò via il marcatore e io segnai. Quel gol ci diede personalità".

Muraro chiuse la sua carriera a Pistoia segnando un gol con il Siena: quanto è stato difficile capire che era arrivato il momento di smettere?
"Andai a Pistoia perché mi chiamò Lippi. Avevo dolore al tendine d’Achille, segnai ma soffrii tantissimo. Dopo quella partita dissi basta. Avevo 31 anni e non volevo affrontare un’altra riabilitazione".

Poi Muraro decise di fare l'allenatore…
"Ho iniziato come allenatore nel settore giovanile del Monza grazie a Beppe Marotta. Lo chiamai e gli dissi che se c'era qualche possibilità con i ragazzi poteva tenermi presente e dopo qualche giorno mi richiamò. Era un dirigente capace già da giovane. Ha poi allenato per diversi anni anche in Serie C, ottenendo la promozione in C1 con la Pro Patria".

Dal 2005 è opinionista per Sky Sport: quanto è cambiato il modo di leggere il calcio passando dal campo al commento televisivo?
"Ho sempre commentato le scelte dei giocatori, mai quelle degli allenatori. L’allenatore conosce i suoi uomini, non va giudicato da fuori".

Muraro, Altobelli e Beccalossi con la maglia dell’Inter.
Muraro, Altobelli e Beccalossi con la maglia dell’Inter.

Quanto è diverso il calcio di oggi da quello che ha vissuto Muraro in campo?
"Tatticamente no. È cambiata la velocità e l’organizzazione difensiva. Ma il calcio resta andare verso la porta avversaria, il possesso palla fine a se stesso non mi è mai piaciuto".

Ultima domanda: so che va spesso a vedere l’Inter e vorrei un suo parere sulla squadra di Chivu.
"È la squadra che gioca meglio, lo dicono i numeri e si vede da come si muove in campo. L'unico appunto che mi sento di muovere è che deve imparare a vincere anche soffrendo, a volte vincere 1-0 vale quanto una goleada o forse di più. Se riesce a migliorare anche in questo è sulla buona strada per vincere lo Scudetto".

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