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Calvarese: “Oggi gli arbitri aspettano il VAR. E conoscere il regolamento non significa saper arbitrare”

Cosa sta succedendo agli arbitri in Italia, stretti nella morsa dello strumento tecnologico che sembra spingersi oltre il protocollo. Ad affrontare l’argomento nell’intervista a Fanpage.it è l’ex arbitro internazionale, Gianpaolo Calvarese. “Nessun direttore di gara scende in campo pensando alla politica o ai palazzi. La politica deve essere tenuta ben distinta dalla tecnica.
E quest’ultima, mi duole dirlo, è carente”.
A cura di Maurizio De Santis
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L'ultima giornata di campionato di Serie A è stata scossa, ancora una volta, da polemiche e sospetti per gli arbitraggi e l'intervento del VAR. Gli episodi accaduti in Napoli-Verona e Lazio-Fiorentina sono gli ultimi di una lunga sequenza in questa stagione tormentata per i vertici dell'AIA e i direttori di gara, impaludati nelle difficoltà d'interpretazione e uniformità di giudizio, nel ruolo dello strumento tecnologico che, spesso, sembra spingersi oltre il protocollo. Cosa sta succedendo e come si esce da questa situazione di corto-circuito? Ad affrontare l'argomento nell'intervista a Fanpage.it è l'ex arbitro internazionale, Gianpaolo Calvarese, che in carriera ha avuto anche esperienza diretta nella VAR room e oggi offre il suo punto di vista sia in tv (su Prime Video per la Champions League) sia sui social tramite i suoi profili e il sito ufficiale Calvar.it.

Il dibattito sulla soglia d’intervento del VAR è acceso. La critica maggiore mossa alla classe arbitrale riguarda l'uniformità di giudizio sulle situazioni di gioco. È un problema di direttive che cambiano spesso o è la tecnologia che sta cercando di oggettivare qualcosa che resta soggettivo?

"La soglia d’intervento del VAR è un tema veramente complesso, perché definire in maniera chiara e univoca quale debba essere è molto difficile.
Sappiamo che può essere più alta o più bassa a seconda del tipo di contatto e di episodio, ma stabilire con precisione dove collocarla non è semplice. Detto questo, non mi sembra però che oggi ci sia una linea di intervento chiara.
Io, invece, avevo linee direttive lineari e granitiche. Questa chiarezza, a mio giudizio, oggi manca".

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La sensazione che si avverte dall'esterno è che il VAR stia diventando sempre più moviola in campo, che va ben oltre i confini del ‘chiaro ed evidente errore' col rischio di arbitrare partite al posto del direttore di gara.

"Il protocollo non è cambiato. Il chiaro ed evidente errore esiste ancora. È ovvio che, come tutti gli strumenti, il VAR si sta evolvendo.
Ma sul protocollo non è cambiato nulla. Qualche mese fa, il designatore Gianluca Rocchi ha detto che è ‘meglio una OFR in più che una in meno'.
Questo concetto però rischia di trasformare il VAR in una vera e propria moviola. Mi vengono in mente episodi recenti, come quelli visti a Firenze o a Napoli, dove siamo davanti a duelli alla pari, a contatti tra due calciatori che cercano il pallone".

Quando un arbitro va alla on-field-review, quasi sempre cambia la decisione di campo. È davvero così evidente l'errore oppure il giudizio del direttore di gara è inficiato dalla pressione psicologica del VAR?

"Ho arbitrato con il VAR e senza VAR, e dal campo – quando c’era una decisione difficile – facevamo di tutto, grazie al nostro intuito, alla ‘pancia', alla squadra, agli assistenti, al quarto uomo, alla reazione dei calciatori e alla preparazione fuori dal campo, per raggiungere la soluzione più esatta possibile. Oggi, purtroppo, ho la sensazione che troppe volte gli arbitri scelgano di non decidere, aspettando il VAR. È il caso di un arbitro giovane che in questa stagione ha concesso cinque calci di rigore per falli di mano, dopo altrettante revisioni al monitor. Non può essere una casualità. Non può essere un numero a caso. Per noi bastava un solo errore su cinque – evidentemente non risolto dallo strumento VAR – per fermarci tre mesi. Per macchiare una stagione. E chiudo dicendo che, a mio giudizio, l’arbitro più forte – ovviamente a parità di regolamento e di fisicità, che tutti devono avere, e a parità di personalità – è quello che possiede la sensibilità calcistica più spiccata".

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È possibile che un VAR forte, perché molto esperto e quindi autorevole, indirizzi una partita più dell'arbitro in campo?

"Quando si parla di sala VAR, personalità e sudditanza psicologica bisogna conoscere le priorità degli arbitri. Un arbitro, quando è coinvolto in una decisione che passa dal VAR, pensa solo a fare la scelta migliore possibile.
È concentrato sul fare bene e non sbagliare".

Open VAR, la novità della comunicazione diretta in campo con l'apertura degli audio ha aiutato a umanizzare l'arbitro oppure ha lo ha solo esposto a critiche maggiori?

"Non sono d’accordo con chi parla di comunicazione frenetica o confusa. I VAR sono molto calmi e utilizzano buone procedure. Quello che invece non riscontro è una qualità tecnica adeguata nell’analisi degli episodi.
Vedo superficialità. Serve più lavoro, più studio e più formazione tecnica e conoscenza del gioco del calcio".

Quanto sta pagando la classe arbitrale in termini di affidabilità per il ricambio generazionale?

"Il ricambio generazionale c'è sempre stato. Io sono entrato nel 2008 e ogni anno ho sentito parlare di turnover. Sono usciti Rosetti, poi Rizzoli, oggi Rocchi; ma se da un lato dovremmo noi addetti ai lavori accettare questo ricambio, dall'altro non è questo il cuore del problema: non è il ricambio, che è fisiologico, sono la qualità tecnica e la formazione".

Arbitri di campo e arbitri televisivi, un dualismo accentuato dall'esigenza di spiegare tutto in diretta facendo stretto riferimento al regolamento. Non c'è il rischio di trasformare la figura del direttore di gara in un ibrido? Tecnicamente perfetto ma ‘sente' poco il gioco.

"Innanzitutto premetto che arbitrare è davvero difficile, ma non nel senso lato del termine. Mi spiego meglio. Sento tanti, troppi, che vogliono semplificare l’arbitraggio. Anche in televisione lo si riduce a una questione regolamentare. Ma sapere il regolamento non vuol dire saper arbitrare, altrimenti non ci sarebbe selezione. Dobbiamo capire che, a parità di preparazione regolamentare e atletica, servono anche delle qualità specifiche: qualità da leader, capacità di gestione, ma soprattutto la conoscenza del gioco del calcio. E oggi questa conoscenza, purtroppo, non la riscontro in questi arbitri. Un po’ perché, a livello generazionale, non si vive più il calcio come una volta — ma questa è una questione più ampia — e un po’ perché le dinamiche e le letture del gioco del calcio vanno insegnate".

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Il caso dei "falli di mano". L'impressione è che neanche i calciatori sappiano più come devono saltare in area o quale postura avere affinché sia ‘geometricamente perfetta'. E che gli stessi arbitri siano intrappolati in un regolamento che presenta ancora zone grigie.

"I falli di mano restano gli episodi più difficili in assoluto. Da quando un arbitro è in formazione, gli viene detto e ripetuto che sono l'ambito più difficile da valutare.
È sempre stato così e forse lo sarà per sempre. Sono i più difficili da standardizzare, anche se nel tempo ci hanno provato.
E anche lì, la conoscenza delle dinamiche del gioco del calcio, pesa".

Il VAR a chiamata può essere una soluzione?

"Premesso che, secondo me, si tratta di un processo ineluttabile di condivisione con le squadre, gli allenatori e i calciatori, io credo che, seppur con una dovuta sperimentazione settata nella maniera esatta, possa comunque apportare un valore aggiunto al gioco del calcio".

Il momento politico e l’inchiesta sull’AIA: cosa sta succedendo?

"Avendo arbitrato diversi anni in Serie A, posso dire che nessun direttore di gara scende in campo pensando alla politica o ai palazzi. La politica deve essere tenuta ben distinta dalla tecnica.
E quest’ultima, mi duole dirlo, è carente. Non mischiamo i problemi: un arbitro e un VAR di Serie A, quando sono impegnati in una gara, pensano solo a sbagliare il meno possibile".

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