Bellusci: “Mi sono goduto i soldi, oggi cerco lavoro. Berlusconi mi chiese: fatti un selfie nel bagno”

E’ ancora famosa la frase di George Best, icona del calcio mondiale degli anni ‘60-‘70: “Ho speso gran parte dei miei soldi in donne, alcol e automobili. Il resto l’ho sperperato”. Ascoltando la storia di Giuseppe Bellusci, una discreta carriera iniziata ad Ascoli e – da professionista – finita sempre in bianconero, ma passando anche da Catania, Leeds, Palermo, Empoli e Monza, ci ritorna in mente proprio la storia del “quinto Beatle”, come era soprannominata la stella del Manchester United. In realtà, Beppe ha trovato riscatto sociale nel calcio, e probabilmente all’inizio della sua carriera se l’è anche goduta, ma poi la vita gli ha mostrato il conto. Qualche investimento sbagliato e ora, a 36 anni, gioca in Promozione per sentirsi ancora vivo, ma nel frattempo fa il cameriere nel week-end e cerca un lavoro “giornaliero” per sbarcare il lunario. Nel mezzo, però, c’è l’orgoglio di chi si è fatto da solo
L’intervista, infatti, inizia alle 22:30 con un boccone di pizza in bocca perché “Io la sera mi alleno” e si chiude con un “Stai tranquillo Sergio, qui non si molla un ca**o”. Nel corso della chiacchierata, il solito, schietto e verace Beppe, che negli anni avevamo imparato a conoscere tra esclusive e zone miste. Antenucci qualche settimana fa ce lo descriveva così: “Uno che non è mai sceso a compromessi e questo probabilmente l’ha pagato”. Lui, però, non si pente: “La testa è sempre alta. E mai si piegherà”.
Allora Beppe, com’è andato l’allenamento?
“Molto bene, dai. Ho provato ancora una volta ad essere d’esempio per questi ragazzi. Con il Monticelli (Promozione marchigiana, n.d.r.) siamo in una posizione difficile, ma sono convinto che ne verremo fuori. Io sono appena arrivato, ma con qualche vecchio mestierante stiamo cercando di dare una mano”.
Una carriera tra A e B, famiglia e tre figli: posso chiederti “ma chi te lo fa fare”?
“Per me il calcio è ossigeno, è sentirmi vivo, non potrei stare senza. C’è ancora quel sogno di bambino, quella devozione e quel rispetto che il calcio – come gioco – merita. La categoria non è importante, neanche la partita lo è, lo faccio proprio per sentire l’odore dell’erba. Quando c’è, perché in queste categorie non ce n’è mai troppa (ride, n.d.r.). Respiro l’aria dello spogliatoio, ascolto il rumore dei tacchetti prima di entrare in campo. Più ti avvicini al ritiro, più sai che queste cose ti mancheranno. Io non ho paura di smettere, ma sento già la nostalgia di questi momenti”.
Hai già pensato a cosa farai da grande?
“Sì, ho un’idea chiara in mente. Farò l’allenatore. Non so quanto tempo ci vorrà, ma questo è il mio destino. E’ esattamente il mio lavoro: mettere a disposizione la mia esperienza, mettermi a disposizione e aiutare i ragazzi a fare gruppo e diventare squadra”.
Ti vedo bello convinto, ma quello dell’allenatore è un percorso molto lungo e difficile…
“Con quello che ho vissuto io nel calcio e nella vita, non mi spaventa nulla. Io sono la dimostrazione vivente che “volere è potere”. Se uno ci crede veramente, e lavora seriamente per raggiungere l’obiettivo, prima o poi ci arriva. Io lo so, perché ho lottato ogni giorno e, alla fine, ce l’ho fatta…”.

Hai detto “dopo quello che ho vissuto io nel calcio e nella vita”: allora raccontiamolo…
“Sono nato in una famiglia semplice, molto semplice, non avevamo neanche l’acqua calda, la scaldavamo sul fuoco. So solo io quali difficoltà abbiamo affrontato e superato. Eppure, non mi sono mai abbattuto. Ho cominciato a giocare per strada con l’unico obiettivo di arrivare in Serie A. Mi prendevano per matto. E invece… E se ce l’ho fatta, non è perché avessi qualcosa in più degli altri, anzi, ma solo perché l’ho voluto più di tutti”.
Cosa ha rappresentato per te esordire nell’Ascoli, squadra della tua città e nella quale sei praticamente cresciuto?
“Come dicono tutti? Un sogno che è diventato realtà. Ecco, per me di più. Io la domenica prima ero in curva, a torso nudo a tifare. Quella dopo ho sostituito Di Biagio. Puoi capire? No, non puoi capire. Io ho sempre vissuto il calcio con poca razionalità, infatti non mi ricordo praticamente nulla, non ho immagini particolari nella mia memoria, ma quel momento sì. E non lo dimenticherò mai. Sono scoppiato a piangere come un bambino, perché finalmente avevo la sensazione di avercela fatta e che un po’ di problemi me li fossi finalmente messi alle spalle”.
Ti ricordi anche come hai festeggiato?
“Ovvio, ho offerto da bere a mezza Ascoli. Ci siamo chiusi dentro in un locale e non siamo usciti fino a quando non erano finite le bottiglie…”.
E ti sei regalato qualcosa di particolare con il primo ingaggio importante?
“Ma va, con il primo proprio nulla, non avevo neanche il conto corrente. Sono andato in sede ad Ascoli per firmare che ero vestito da imbianchino, perché avevo appena finito di lavorare, fai te. Dopo ricordo che passavo a prendere l’assegno dal Presidente Benigni e lo andavo a cambiare in banca. Solo che lo spendevo tutto per pagare le spese familiari. Altro che regalo!”.
La tua carriera sembra il remake di “Sliding doors”. Abbiamo selezionato cinque momenti fondamentale, ma sei libero di aggiungere o modificare la scaletta. Numero 1: Bellusci e la Juve.
“Non solo la Juve, ma tutte le principali squadre d’Italia e anche alcune d’Europa. Nelle prime stagioni ad Ascoli, ero considerato uno dei migliori difensori giovani in assoluto. La Juve mi aveva chiesto nel mercato di gennaio perché si erano infortunati Tudor e Chiellini, ma stavamo lottando per non retrocedere e la dirigenza dell’Ascoli non se l’è sentita in quel momento. Mi avevano assicurato che, comunque, era già tutto fatto per l’estate. Invece, un po’ per colpa mia, un po’ per altre ragioni, a fine stagione non se ne fece nulla. E io persi quel treno…”.

Parliamo delle tue colpe?
“Diciamo che a quei tempi non è che avessi un atteggiamento proprio da professionista”.
Ah se le discoteche dell’Adriatico potessero parlare…
“Non solo quelle dell’Adriatico… (ride, n.d.r.)”.
Quali sono, invece, le “altre ragioni”?
“Per passare alla Juve avrei dovuto firmare una procura alla GEA, l’agenzia di Alessandro Moggi (figlio di Luciano, ex D.G. della Juve, n.d.r.), che ai tempi controllava parecchi giocatori. A me certe logiche non sono mai piaciute e mi sono rifiutato. Poi il trasferimento non si è fatto, non ho mai saputo se per i miei comportamenti, perché poi ho saputo che comunque mi stavano controllando, o per questo motivo. Ma qualche dubbio mi resta…”.
Sliding doors numero 2: dalla Juve al Catania.
“A fine stagione, la squadra che aveva offerto di più all’Ascoli è stata il Catania. A me non conveniva, perché l’ingaggio era più o meno quello e in più avrei dovuto lasciare casa, ma il Presidente Benigni mi ha pregato. La società non navigava in buone acque e quei milioni avrebbero evitato il fallimento. Fossi stato egoista, avrei potuto rifiutare, far fallire la società e poi andare dove volevo col cartellino in mano. Invece, per amore della città e della squadra, mi sono ritrovato a Catania. Nulla contro la città e i tifosi, alla fine sono stato benissimo, ma in quel momento della mia carriera non era la scelta più logica”.
Numero 3: si va in Inghilterra…
“Sì, si va in Inghilterra ma solo perché mi avevano fatto terra bruciata intorno. Nell’ultimo anno di Catania avevo già trovato l’accordo con la Lazio, ero passato dal centro sportivo a prendere le mie cose, ma ho incontrato Ventrone (ex preparatore atletico – tra le altre – della Juve di Conte, n.d.r.). Non avevamo un grande rapporto, ma ho fatto l’errore di dirglielo. Avevo già il biglietto aereo per Roma, ma quel volo non l’ho mai preso. Non si sa bene per quale motivo ma l’affare è saltato proprio ai dettagli. O, meglio, io lo so perché: qualcuno mi ha raccontato che quel giorno arrivarono alcune telefonate alla dirigenza della Lazio per sconsigliare il mio acquisto. Alla fine, nonostante più di cento presenze in A, nessuno mi ha cercato, in B non ci ero voluto rimanere nonostante il Catania mi volesse fare capitano. Erano successe troppe cose che non mi erano piaciute, per cui ho deciso di andare via”.

E, poi, come nasce l’opportunità Leeds?
“Dopo quell’episodio ero inviperito, ho litigato con tutti, anche con il mio procuratore. In Italia ero bruciato e, così, mi sono messo a trattare da solo. Al Leeds c’era Cellino e avevano già preso diversi italiani: mi hanno offerto un contratto e ho pensato che cambiare aria mi avrebbe fatto bene”.
Siamo alla quarta puntata: rientro in Italia…
“Cellino avrebbe voluto che rimanessi, ma dopo due anni sono stato praticamente costretto a rientrare. Il Pres non lo ha capito, ma avevo problemi familiari. Mia moglie aveva appena dato alla luce la mia prima figlia, che però non stava bene. Così, insieme mia moglie, a malincuore, abbiamo deciso di rientrare”.
Empoli, Palermo e… Monza di Galliani e Berlusconi: non male come sliding doors numero cinque!
“A Monza ho trascorso tre anni stupendi, con tanto di promozione in B. Beh, diciamo due anni, non tre. Il terzo, infatti, era appena arrivato Stroppa e a fine agosto mi sono ritrovato fuori rosa. Con Brocchi si era instaurato un rapporto stupendo, ci sentiamo ancora oggi. Stroppa, invece, mi ha fatto subito fuori dopo una litigata alla prima di Coppa Italia. A gennaio sono stato costretto ad andarmene: mi è dispiaciuto perché con l’ambiente non avevo alcun problema e, poi, a fine stagione il Monza è stato anche promosso in A…”.
E con Galliani e Berlusconi com’era il rapporto?
“Meraviglioso, due grandi persone prima che professionisti. Il Presidente diceva sempre che il successo delle sue aziende erano i suoi dipendenti e che, per qualsiasi necessità, noi dovevamo semplicemente chiamarlo. Nel nostro centro sportivo c’erano solo bagni con la turca, scomodissimi. Così, una domenica Berlusconi era venuto a complimentarsi dopo la partita. Mentre se ne stava andando, gli dico: “Pres, qui i bagni non vanno bene. Ci passiamo un sacco di tempo nel centro sportivo…”. Lui mi guarda e mi fa: “Beppe, si faccia dare il mio numero di telefono e la prossima volta che va in bagno mi faccia un selfie”. Dopo la partita avevamo avuto un giorno e mezzo di riposo: il martedì pomeriggio torniamo al centro sportivo e c’erano tutti i sanitari nuovi. Un fenomeno”.

Siamo alla fine, ci siamo dimenticati qualcosa?
“Beh sì, non mi puoi trascurare l’Ascoli. Sono tornato a casa e il primo anno è andata bene, abbiamo fatto i play-off. Nel secondo, invece, non siamo riusciti ad evitare una retrocessione che ancora mi rode dentro. E’ una ferita ancora aperta che non riesco proprio a perdonarmi. E’ come se vivessi sempre un lutto…”.
C’è qualcuna di queste scelte che non rifaresti?
“Guarda, a livello calcistico non rimpiango nulla. Sono sempre stato me stesso, posso anche aver sbagliato qualche volta, ma di sicuro non mi sono mai “venduto”. E in un mondo falso come quello del calcio, per me è un grandissimo pregio. Detto questo, magari avrei potuto essere più accorto nel gestire quanto ho guadagnato. Se avessi fatto scelte diverse, ora non sarei costretto a fare il cameriere. Venerdì, sabato e domenica, compatibilmente con gli impegni calcistici, faccio “servizio” in un ristorante, ma sto anche cercando un lavoro “giornaliero”. Non mi vergogno di nulla, sono pronto a fare qualsiasi cosa per non far mancare nulla alla mia famiglia. Ho valutato anche delle offerte da operaio, ma con i turni faccio fatica a incastrare gli allenamenti e la partita. Ma non mi arrendo. Come ho sempre fatto nella mia vita e nella mia carriera, ne uscirò anche questa volta”.
Quasi vent’anni di onorata carriera e ingaggi importanti: cosa è successo?
“All’inizio, ero un giovane nato povero che si ritrovava i primi soldi per le mani, me la godevo. Hai presente come i brasiliani delle favelas? Il paragone è quello lì. Dal non avere nulla a sentirti onnipotente: spandevo e spendevo, avevo un sacco di gente attorno e ci si divertiva. Poi, però, sono incappato in alcuni investimenti sbagliati: un ristorante a Milano aperto poco prima che scoppiasse il Covid, poi un centro Padel nel quale avevo investito tanto, un brand di moda avviato con alcuni soci. Si vede che il mestiere dell’imprenditore non fa per me. Il resto ho fatto tante ca**ate. Come dicevo prima, non avendoli mai avuti prima i soldi, quando sono arrivati mi son detto: ‘sti ca**i, spendiamoli”.
E ora cosa ti aspetti dal futuro?
“Innanzitutto, una carriera da allenatore. Non ho dubbi che lo diventerò, perché è esattamente il ruolo perfetto per me”.
E che allenatore sarà Beppe Bellusci?
“Uno per cui in quelle due ore non si scherza, testa bassa e lavorare. Poi possiamo anche andarci a bere una birra tutti insieme e guai a toccare i miei ragazzi. Per qualsiasi cosa, io sarò sempre lì per loro”.
C’è qualcuno che c’è sempre stato per te in questi anni?
“Nel calcio conosci trenta persone ogni anno di carriera, ma alla fine son pochi quelli che puoi definire amici. Per quanto mi riguarda, io so di poter sempre contare sul mio agente (Michelangelo Minieri, n.d.r.). A parte lui, però, gli altri sono spariti tutti. Quando le cose andavano bene, non riuscivo a stare dietro alle telefonate. Mi chiamavano tutti. Oggi il numero è sempre lo stesso, ma il cellulare non squilla più. Ma fa niente, non ho mai rubato i soldi a nessuno, né sto qui a fare l’elemosina, semplicemente mi rimbocco le maniche e ribalto ancora la situazione”.
A parte diventare allenatore, cosa ti auguri per il tuo futuro?
“Mi basta trovare un po’ di serenità. Non dico felicità, perché si tratta di attimi, pillole. Più sei sereno, più pillole raccogli. Io spero di sistemare la situazione in fretta, trovare un modo per dare tranquillità anche alla mia famiglia. Non nascondo che sia un periodo incasinato, ma – come ho sempre fatto – sono sicuro che ne uscirò. Non ti preoccupare Sergio, qui non si molla un ca**o”.