Angelo Pagotto: “Entro da Versace e compro tutto, oggi non ho più niente. Vorrei solo un messaggio dai miei figli”

“Nessuno colpisce duro come fa la vita. Non conta come colpisci, ma come incassi e se hai la forza di rialzarti”, questa storica frase di Sylvester Stallone pronunciata in uno dei film della saga “Rocky”, è perfetta per raccontare la storia di Angelo Pagotto. E il fatto che la citazione riguardi un discorso del pugile al figlio, è uno dei motivi per la quale ci è venuta in mente la scena (e dopo sarà più chiaro il perché). Intanto, tornando al protagonista della nostra saga, Angelo è nato sulle sponde del Lago Maggiore e ha sempre sognato di fare il portiere: “Ai miei tempi, se volevi diventare calciatore, non pensavi ad altro. Altro che Playstation, telefonini o robe simili, col pallone ci andavi anche a letto (sorride, n.d.r.)”. E si facevano anche sacrifici: dalla provincia di Verbania a Linate per allenarsi con le giovanili del Milan, tutti i giorni, due ore di pullman ad andare e due a tornare per arrivare giusto in tempo per dare la buonanotte a Mamma. Papà, infatti, è mancato troppo presto (e anche questa è una parte importante della storia). A 14 anni arriva la chiamata del Napoli e si va al Sud: l’ambientamento non è semplice, ma il sogno è ancor più grande: “Alla fine, mi chiamavano scugnizzo”. Carriera rapidissima, successo, fama, ha “panchinato” Buffon e Zenga, solo per fare due nomi banali (si fa del sarcasmo, ovviamente) ma poi arrivano i problemi.
La testa gira, le decisioni non sempre sono quelle giuste e il baratro è dietro l’angolo. Qualche discussione di troppo con i poteri del calcio, probabilmente pagata a caro prezzo. La prima squalifica per doping per un probabile scambio di provette: “Togli anche il probabile, il giudice disse che mancava solo la pistola fumante, ma che sulla manomissione non c’erano dubbi”. Poi, una seconda, questa volta senza attenuanti, per uso di sostanze proibite: “Lì ho fatto una cazzata io, ma stavo attraversando un momento difficile a livello personale, mi son fatto trascinare”. Prima due anni di squalifica, poi la radiazione a vita (ridotta successivamente a otto anni). Angelo non si è mai arreso e, oggi, si è ripreso la sua vita e il suo amato pallone, con il quale probabilmente va ancora a letto. Ora vive sulle montagne, fa il bagno nei torrenti ghiacciati, meditazione, sedute psicologiche e psicoanalitiche. Non si nasconde, è un libro aperto, una favola. A cui manca solo il lieto fine…
Abbiamo aperto con una citazione cinematografica non a caso, perché la tua vita sembra veramente un film: se dovessi scegliere la prima scena, come te la immagineresti?
“Rivedo un ragazzino sul treno per Napoli, da solo, a caccia di un sogno. Dopo un anno nelle giovanili del Milan, ho deciso di andare via. Davanti a me avevo Cudicini, gran portiere, ma non mi consideravo secondo a nessuno. A Napoli c’era Moggi, quando mi ha chiamato per portarmi giù, non ci ho pensato nemmeno un attimo. Stavano investendo parecchio su un ragazzino di quattordici anni e io avevo bisogno di una dimostrazione di fiducia così in quel momento”.
Com’è stato l’ambientamento a Napoli?
“Traumatico (sorride, n.d.r.). Davvero, non sto scherzando. All’inizio avevo paura ad uscire dal Centro Paradiso. Ricordo lo shock appena atterrato, nel percorso tra l’aeroporto e Soccavo. Tutti che suonavano, a Napoli schiacciano il clacson per ogni cosa e io non ero abituato. Ma – poi – un rumore, una confusione, un sacco di gente: puoi capire, io venivo da un paesino sul Lago Maggiore… Alla fine, però, mi sono ambientato benissimo e ad un certo punto mi chiamavano lo “scugnizzo del Nord”. E’ stato un momento fondamentale della mia vita e della mia carriera, che ricordo con grande piacere”.

Sempre restando in tema cinematografico: qual è la “scena” di quel periodo che ti porti nel cuore?
“Io ero un ragazzino e nel Napoli dei grandi c’era Maradona. Mi ricordo che stavo le ore a guardarlo. Era come se avesse l’aureola. Quando arrivava in campo era come se scendesse un Santo dal cielo, avevi proprio quella sensazione lì. Lui era in quel periodo in cui si allenava poco, a Soccavo andava solo al mercoledì per fare una seduta con il suo preparatore personale. Io mi allenavo e sudavo come un matto, mentre lui palleggiava per ore. Io lo guardavo e dicevo: “Prima o poi cadrà quella palla”. Invece, nulla, non cadeva mai. Quando si stufava, la calciava altissima e, poi, la stoppava. Incollata al piede, uno spettacolo”.
Com’era, invece, il Maradona uomo?
“Una persona splendida: spesso si avvicinava a noi ragazzini e parlava con tutti, ci dava consigli su come dovessimo posizionarci, ci spiegava i trucchi per capire dove sarebbe andato il pallone a seconda del tipo di calcio dell’attaccante o della posizione del corpo. E, poi, a volte ci diceva di andare in porta e lui si divertiva ad allenarci. Ci allenavamo poco con lui, eh, perché ogni tiro era un gol (ride, n.d.r.). Però, di Diego mi è rimasta la sensazione di umanità della persona, oltre che le qualità sul campo, ma quelle le conoscono tutti. Era di una generosità rara: viveva in una villa su tre piani, il piano terra era pieno di regali che gli arrivavano da ogni parte del mondo. Lui non si teneva nulla per sé, li prendeva e li portava a chi ne aveva più bisogno: questo solo per far capire chi fosse veramente Diego”.
E come mai hai deciso di lasciare Napoli?
“Per il solito motivo, fare il terzo o il secondo portiere non era nella mia natura. Mi aveva cercato anche la Juve, ma davanti avevo Peruzzi. Così, quando mi ha chiamato la Sampdoria, ho pensato che fosse la scelta giusta. C’era Zenga, ma era già avanti con l’età e, dunque, c’erano maggiori prospettive. E infatti da lì a poco sono diventato titolare. Walter non l’ha presa per niente bene, ha fatto di tutto per convincere l’allenatore, ha provato anche a ingraziarsi Mancini, ma non è servito a nulla. Che, poi, se mi avesse chiesto di fargli fare qualche partita, io non avrei avuto nessun problema, ma lui si è messo a farmi la guerra…”.
Non solo Zenga, però, ha subìto la dura legge di Pagotto in quegli anni: anche ad un certo Gigi Buffon è toccato farti da secondo in Under 21…
“Sì, ma quella è un’altra storia. Gigi era molto più giovane di me (classe 1978 contro classe 1973, n.d.r.) e dunque sarebbe stato il titolare del biennio successivo. Io giocavo per anzianità di servizio, diciamo così. Non che mi sentissi inferiore, intendiamoci, ma probabilmente in quel momento, anche per questioni fisiche e di abitudine a certe partite, era più logico che giocassi io. A quell’età, due anni fanno la differenza, soprattutto per un portiere. Ad ogni modo, a quel tempo non era ancora il Buffon che abbiamo ammirato successivamente: si vedeva che aveva grandi qualità, ma io non ero da meno. D’altronde, se in quella Nazionale, con Totti in attacco e Nesta-Cannavaro in difesa, in porta c’era Pagotto, un motivo ci sarà stato… Per altro, in finale ho parato i rigori di Raul e De la Pena, non proprio due sconosciuti. E grazie anche a quelle parate, abbiamo vinto l’Europeo Under 21”.
Tornando ai club: dunque, perché ancora una volta hai lasciato la Samp dopo un solo anno?
“Beh, in quel caso non potevo dire di no. Se ti vuole il Milan di Berlusconi, Baresi, Maldini, etc etc, come fai a rifiutare? Alla Sampdoria stavo benissimo, però l’occasione era troppo importante. Con il senno di poi, non avrei mai dovuto lasciare Genova, ma così è troppo facile. In quel momento era la scelta giusta. Poi, le cose non sono andate come speravo, ma questo è un altro discorso…”.

E allora affrontiamo il discorso: cosa non ha funzionato?
“Non era uno dei Milan della storia, diciamo così. C’erano ancora Baresi, Tassotti, Costacurta, Maldini e tanti altri senatori, ma alcuni di loro erano nella fase calante della loro carriera. E, poi, c’era qualche giovane che provava a farsi spazio, non senza qualche difficoltà. Tuttavia, quell’annata è stata piuttosto complicata. E quando ci sono questo tipo di stagioni, nelle quali le cose vanno male, secondo te, è più facile dare la colpa al giovane, oppure a Tassotti, Baresi e Costacurta? Ovviamente, se prendevamo gol era sempre responsabilità mia. Solo che io non sono uno che sta zitto e accetta tutto, per cui non l’ho vissuta benissimo. Anche in questo caso, col senno di poi, avrei dovuto buttar giù qualche boccone amaro e tenere duro, ma non ho resistito”.
Senza questa impulsività, come sarebbe stata la carriera di Pagotto?
“In quel Milan c’era anche Massimo Ambrosini, che sostanzialmente ha vissuto i miei stessi problemi all’inizio. Ecco, se avessi avuto la sua pazienza, avrei probabilmente vinto il suo stesso numero di Champions League (due, n.d.r.). Ma, soprattutto, mi sarei risparmiato un sacco di problemi…”.
La Milano da bere di quei tempi ti ha anche fatto girare la testa…
“Eh sì, perché avevi tanto tempo libero, tante disponibilità e il mix di queste due cose era devastante. In quell’anno credo di aver speso 350 milioni delle vecchie lire e ancora non mi spiego come possa avere fatto”.
Qual è stata la spesa più folle che ti sei concesso?
“Ricordo una volta che sono andato a fare shopping. Entro da Versace e acquisto praticamente tutta la nuova collezione. Vado alla cassa e quasi mi viene un infarto. Il conto era 10 milioni delle vecchie lire. A quel punto non potevo fare la brutta figura di lasciare tutto lì, ho fatto finta di niente, ho preso le mie cose e sono uscito (sorride, n.d.r.). In quel periodo – sbagliando – ti sentivi onnipotente. Io, poi, venivo da una situazione famigliare non semplice: papà l’ho perso molto giovane, mia mamma era lontana e sono sempre cresciuto da solo. Gestirsi non era facile. Nella mia carriera, non ho guadagnato tanto, perché le cifre non erano quelle di oggi e, poi, nel momento in cui dovevo capitalizzare, sono arrivate le squalifiche. In tutta la mia vita avrò incassato un milione di euro. E non mi è rimasto nulla”.
Dopo l’addio al Milan è iniziata la tua parabola discendente: la prima squalifica per doping, contestata, poi la seconda acclarata per tracce di sostanze stupefacenti. Cosa è successo e come hai reagito ad una botta del genere?
“Nel primo caso, il processo penale ha confermato lo scambio di provette, anche se poi non si è trovata “la pistola fumante”. Nel secondo, ho fatto una cazzata io e non mi sono mai nascosto, ma la radiazione (poi ridotta a otto anni di squalifica, n.d.r.), è stata una mazzata. Ho vissuto momenti difficili, ho perso la famiglia e ho ricominciato da capo. Ho fatto il cameriere, il cuoco, il magazziniere. Ho cercato di sopravvivere, ma non mi sono mai dato per vinto. Ero sicuro di riuscire ad uscirne”.

Ma quando provavi a sopravvivere, come dici tu, facendo lavori normali, qualcuno ti ha mai riconosciuto?
“Quando facevo il cuoco e il cameriere no, perché lavoravo in Germania, per cui non mi conosceva nessuno, se non la stretta cerchia di amici italiani con cui mi frequentavo. Quando, invece, facevo il magazziniere, qualcuno ogni tanto mi chiedeva: “Ma Angelo Pagotto quello vero?”. E io per scherzare rispondevo: “No, la sua contraffazione” (ride, n.d.r.). Si chiedevano, e mi chiedevano, cosa ci facessi lì, ma effettivamente neanche io riuscivo a dar loro una risposta che avesse senso…”.
Come hai fatto a non farti trascinare nel baratro?
“Ho lottato, come ho sempre fatto. Mi sono fatto aiutare, ho scoperto di essere dislessico e che, questo, mi ha causato parecchi dei problemi che avevo accusato nel rapportarmi con la gente, negli sbalzi di umore e in tanti altre situazioni che ho vissuto male. Sono andato dallo psicologo, dallo psicanalista, mi sono curato. E ho trovato una persona, la mia attuale moglie, che mi ha letteralmente trascinato fuori dalle sabbie mobili. A lei devo questa mia seconda vita”.
C’è stato un momento in cui hai pensato di non farcela?
“Ci sono stati momenti difficili, posso dire di conoscere benissimo tutte le sfaccettature della depressione. Fortunatamente non ho mai avuto il coraggio di farla finita, quello no, ma ho passato momenti in cui vivere non aveva più senso. Non riuscivo neanche ad alzarmi dal letto. Oggi, però, dopo un lungo percorso, finalmente sto bene: vivo sulle montagne, faccio il bagno nei ruscelli ghiacciati e alleno i miei ragazzi. Con loro sono tornato indietro nel tempo, mi fanno anche sentire giovane (sorride, n.d.r.)”.
Un altro aiuto te lo ha dato il calcio, reintegrandoti e offrendoti una seconda opportunità: com’è andata e che sensazioni hai provato?
“Ricordo ancora quando mi hanno chiamato da Avellino, pensavo mi stessero prendendo in giro. Non c’erano soldi, avevano bisogno di un preparatore dei portieri, sarei dovuto andare giù gratis. Non li ho nemmeno fatti finire di parlare che avevo già fatto il biglietto (sorride, n.d.r.). Ricordo che ai tempi facevo il corriere, ricevo questa telefonata sul mio furgoncino, un mio conoscente mi passa il Direttore Sportivo Di Somma. Per altro ho fatto una figura di merda colossale, perché credevo di parlare con Somma, l’allenatore che avevo avuto ad Arezzo (ride, n.d.r.). Ad ogni modo, quando mi hanno spiegato la cosa, ho fatto inversione e ho riportato il furgone in capannone”.

Com’è stato riprendere a lavorare sul campo?
“Una sensazione indescrivibile, sembravo un bambino al luna park. Avevo già fatto sei mesi a Lucca (stagione 2018/2019, n.d.r.), ma in una situazione assurda: ventitré punti di penalizzazione perché non pagavano gli stipendi, mi hanno chiamato per dar loro una mano gratis. Per altro, in porta c’era Falcone e a fine anno ci siamo salvati, con lui che ha parato quattro rigori a Bisceglie nella finale play-out. Quei cinque anni ad Avellino, però, mi hanno cambiato la vita, senza quella chiamata non sarei mai più riuscito a rientrare nel giro”.
E, adesso, qual è il sogno professionale di Pagotto allenatore?
“Mi piacerebbe riuscire a strutturare il settore giovanile della Pistoiese, riuscendo a portare in Prima Squadra il maggior numero di portieri possibile. E, poi, magari vedere uno dei miei ragazzi esordire in Serie A, essere intervistato e sentirgli dire: “Ringrazio il mio mentore Angelo Pagotto che ha sempre creduto in me, se sono qui lo devo a lui”. Sarebbe una soddisfazione enorme”.
E cosa sogna, invece, l’Angelo uomo?
“Dopo tutto quello che è successo, non ho più alcun rapporto con i miei figli, non mi vogliono vedere, né parlare. Mi piacerebbe potergli spiegare cosa è successo, perché non ho mai avuto l’occasione di farlo: quando è accaduto, erano troppo piccoli per capire e, poi, non mi è più stata concessa l’opportunità. Mando messaggi per tutte le feste, per i compleanni, un giorno sì e l’altro pure, ma non ricevo alcuna risposta. E’ una ferita aperta. Io sono cresciuto senza papà e so quanto ho sofferto, e quanto ne avrei avuto bisogno, mi piacerebbe essere presente nella loro vita. Certo, ho fatto i miei errori, ma ora sono un altro uomo”.
Magari leggeranno quest’intervista: se potessi mandar loro un messaggio?
“Direi loro che il mio amore per loro non finirà mai e che, in qualsiasi momento volessero, io sarò qui ad aspettarli. Mi fa veramente male star lontano da loro, mi fa uscire di testa. Sto cercando di dimostrare in ogni modo di meritare un’altra chance, spero che loro me la concedano. La gioia che mi ha dato il loro arrivo, non è spiegabile. Ricordo ancora quando è nata Gaja: ero a Trieste, ho passato la notte all’ospedale e il giorno dopo ero in campo contro l’Ancona (10 novembre 2002, n.d.r.). In curva i tifosi hanno messo uno striscione “Benvenuta Gaja”. Io ero talmente felice che – durante la partita – saltellavo per il campo. Abbiamo vinto 3-2, ma ho preso due tiri e due gol. Andavo da Ganz (attaccante dell’Ancona e autore del primo gol, n.d.r.), lo abbracciavo e gli dicevo: “Lo sai che sono diventato papà?”. Mi guardava come fossi pazzo. A ripensare a quei momenti, mi viene da piangere: Alex e Gaja mi mancano da morire”.
Abbiamo cominciato l’intervista facendo un parallelo cinematografico: se dovessi immaginarti l’ultima scena del tuo film?
“Lo vorrei a lieto fine: magari con una notifica sul cellulare. Ricevere la risposta dei miei figli, in questo momento, mi renderebbe l’uomo più felice del mondo”.