Cinquantatré. No, non sono punti. Per parlare di Michael Porter Jr, giovanissima pepita dei Denver Nuggets, occorre necessariamente partire da questo numero, che tuttavia non sta a indicare alcun exploit realizzativo. 53 sono i minuti totali che MPJ ha giocato all’Università di Missouri nel 2017-18, comunque sufficienti assieme a tutto quanto mostrato negli anni della high school a far pensare alla dirigenza di Denver di potersi prendere un rischio, seppur enorme, puntando su di lui.

Il draft non è una scienza esatta, e quel draft 2018, rivisto oggi, non sfugge a questa frase convenzionale. Luka Doncic, al tempo terza scelta dietro DeAndre Ayton e Marvin Bagley III, sarebbe indiscutibilmente il primo della classe. Bagley, per quanto visto finora, retrocederebbe sicuramente di almeno una decina di posizioni assieme a Wendell Carter Jr, mentre giocatori come Jaren Jackson Jr, Mikal Bridges, Shai Gilgeous-Alexander o Colin Sexton avrebbero comunque maggiore considerazione rispetto alla tiepida fiducia riposta in loro 3 anni fa. Eppure, in quel preciso momento storico, chiamare Michael Porter Jr dopo ben 13 giocatori, alcuni dei quali oggi già usciti dai radar dell’NBA che conta, fu considerato addirittura rischioso. Denver però era una squadra giovane, Jokic ne stava prendendo lentamente le redini, e la timeline su più anni consentiva anche di aspettare un giocatore troppo forte per aver chiuso ad appena 20 anni la sua avventura sul parquet.

In quel giugno 2018 Michael Porer Jr è considerato uno dei migliori prospetti americani. È così da quando ha una palla tra le mani. Vince l’MVP del McDonald’s All-American, spicca tra i suoi pari età, fa innamorare della sua eleganza il coach del liceo di Nathan Hall, ex giocatore che, ironia della sorte, ha dovuto rinunciare troppo presto a una carriera da Hall of Famer per una serie interminabile di infortuni, Brandon Roy. Sotto la guida dell’ex Blazers MPJ vince il titolo nazionale segnando 36 punti di media nell’anno da senior e chiudendo con un record di 29 vittorie e 0 sconfitte, prima di seguire il padre proprio in quel di Missouri dove però gioca, di fatto, un tempo. Il minutaggio necessario (2 minuti contro Iowa) per sentire qualcosa alla schiena, operarsi, giocare anche la prima partita del torneo NCAA per non far crollare drasticamente le sue azioni in ottica NBA, e poi dire basta, con 30 punti totali segnati all'Università.

Michael in realtà stava già giocando sul dolore ancora prima di esordire, ma non credeva che la cosa potesse diventare invalidante per addirittura tutta la stagione. Denver, nonostante tutto, lo fa salire al piano successivo dopo il disinteresse di chi pur potendosi concedere un azzardo (i Clippers chiamano per due volte di fila alla 12 e alla 13), non se la sente di prendersi questa responsabilità. Gli scout che per anni lo hanno seguito in ogni singola partita liceale sono entusiasti e fiduciosi, vedono in lui l’ala moderna del basket del futuro, capace di distribuire su un corpo da lungo (211 centimetri) le abilità dell’esterno puro, in grado di segnare e di coinvolgere i compagni. Ma il fatto che il giocatore avesse disertato alcuni provini pre-draft dove lo attendevano Kings, Knicks e Suns fa temere per le conseguenze a lungo termine dei problemi avuti a Missouri. Denver è invece stra-convinta che sia un segno del destino disporre di così tanto talento in quel momento del draft e scrive il suo nome.

Pronti-via e il campo si allontana chilometri, perché in quella che doveva essere la sua stagione di esordio Michael si opera di nuovo alla schiena e assiste all’intera annata dei suoi nuovi compagni dalla panchina, tra voci di chi ipotizzava un rientro per le ultime partite dell’anno e chi si sprecava già in paragoni proprio con Brandon Roy e altri grandissimi fermati anzitempo da un corpo troppo fragile. In Colorado nel frattempo il mantra restava lo stesso: "Il ragazzo esploderà, aspettarlo non è un problema. Il tempo ci darà ragione".

In quella che di fatto è la stagione di esordio, quella passata, sulla distanza il talento intravisto negli anni di liceo inizia a mostrarsi in tutta la sua lucentezza. La presenza a roster di Jerami Grant fa quasi da "schermo" e gli consente di maturare senza troppe pressioni, idem la condivisione del posto col veterano Paul Millsap. In un perfetto gioco di incastri, caoch Mike Malone sa come centellinare l'uso del ragazzo e a piccoli step lo rende pedina importante nelle sue rotazioni. Arrivano i 19 punti nella prima gara in quintetto, a fine dicembre 2020 contro Sacramento, 25 punti pochi giorni dopo contro Indiana, poi 37 con 12 rimbalzi contro i Thunder. Arrivano le giocate oltre il ferro e una post-season in cui, perdonandogli lo scarso livello di concentrazione in una metà campo difensiva dove sembra ancora molto acerbo, Michael segna anche il suo primo tiro “clutch” da giocatore NBA, lamentando addirittura lo scarso coinvolgimento offensivo a dispetto delle due star della squadra, Nikola Jokic e Jamal Murray.

Che la sua crescita viaggiasse praticamente in differita rispetto ai pari età lo dicevano le due operazioni e i due anni ai box tra università e esordio nella lega, ma oggi si può dire che il talento offensivo di MPJ stia finalmente ripagando Denver del rischio preso nel draft di 3 anni fa. L’eleganza nei movimenti, la capacità e di mettere palla a terra e di segnare in catch and shoot, la necessità delle squadre avversarie di iniziare a raddoppiarlo, per provare marginalmente a complicare quello che sembra venirgli naturale oltre ogni ostacolo: fare canestro. Proprio la facilità con cui questo ragazzo appena 23enne si muove sul campo fanno ben sperare i Nuggets di aver trovato il complemento definitivo di questo roster, che pur disponendo di un MVP sempre più probabile come Jokic mancava terribilmente di sicurezze dal perimetro e di un altro giocatore capace di creare punti dal palleggio dopo Jamal Murray.

Le ultime 4 partite di Michael dicono 26, 39, 31 e 28 punti. La fiducia nei suoi mezzi migliora sera dopo sera, il suo coinvolgimento offensivo pure, i numeri sono raddoppiati rispetto allo scorso anno. Ad aprile viaggia a 23.9 punti e 7.7 rimbalzi di media e non c'è partita in cui una delle sue conclusioni non lasci a bocca aperta per stile e eleganza fuori dal comune. Nelle gare dopo il season-ending injury di Murray i punti di media sono addirittura 26.0, con un sensazionale 53% dall'arco. E mentre Denver gongola al pensiero di potersi permettere, tra qualche mese e confidando nel recupero della sua guardia titolare oggi ai box, un roster da anello, tante franchigie rimuginano per non essersi prese quell'azzardo. Oggi, Michael Porter Jr promette di diventare una stella e si sta trasformando nel più grande rimpianto di chi 3 anni fa non se l'è sentita di scommettere su di lui.