Il pugno di Carlos Monzón, che ci ha lasciato 26 anni fa, veniva dal profondo del dolore dei mocovì, che hanno visto la loro terra scippata dal potere del più forte (e del più ricco). Veniva dalle privazioni patite in una famiglia composta da dodici figli in cui ben presto bisognava pensare per sé. Il pugno di Monzón veniva dalla paura di scacciare la morte, così vicino quando si ammala di tifo da bambino e così presente sempre ogni volta che sale su un ring e non ha mai niente da perdere, se non la vita. Anche per questo è il miglior peso medio di ogni tempo.

La sua storia è narrata in Italia da un libro molto bello, “Monzón. Il professionista della violenza” scritto dalla penna migliore (insieme ad Andrea Bacci) in Italia per cose di boxe, Dario Torromeo e Riccardo Romani. Dai loro racconti emerge una carriera incredibile, iniziata in incontri dove la violenza era l’unica arma per non soccombere di fronte all’avversario e all’esistenza stessa.

C’è sempre un uomo che vede e riesce a scorgere in un attimo le stimmate del campione. Per Monzón è Amilcar Brusa, che lo avvia al pugilato, accompagnandolo in un’ottima carriera da dilettante in cui vince 73 volte, con 8 sconfitte. Non sembrava dover diventare uno dei più grandi, ma quando nel 1963 passa professionista, alza terribilmente (per gli avversari) il suo livello.

Ha una prima parte di carriera molto lunga e intensa soprattutto in Argentina con qualche puntata in altri Paesi del Sud America, in cui vince 73 incontri, perdendo solo 3 volte e toccando il tappeto soltanto in due occasioni. A gestirlo è Tito Lectoure, il gran capo del Luna Park, impianto a dir poco storico di Buenos Aires che ha visto di tutto, anche il matrimonio scintillante di Diego Armando Maradona.

Con tutte queste vittorie, anche se pochissime di prestigio, sale nella classifica tra gli sfidanti possibili di Nino Benvenuti e il pugile italiano, cercando magari un incontro più morbido prima di qualche sfida dura negli USA, decide di incontrarlo per il titolo a Roma, al Palazzo dello Sport il 7 novembre 1970.

In realtà nessuno conosceva Carlos Monzón, proprio perché aveva combattuto sempre in casa, però al peso esprime in una sola frase la sua filosofia di boxe e di vita: “Da questo ring scenderò o vincitore o morto”. Era stato e sarà così ogni volta che Carlos mette piedi su un ring.

Il match è durissimo per Benvenuti. Monzón è un picchiatore davvero terribile e con i suoi diretti in allungo sembra sempre che stia spaccando una pietra a mani nude. Il triestino non si sa come riesce a reggere fino alla dodicesima ripresa, quando un altro diretto destro che non ha perso potenza dopo tutto quel martellare lo colpisce alla mandibola e lo stende. Benvenuti si rialza ma è finita, Carlos Monzón è campionato del mondo dei pesi medi. Per la prima volta si vede sorridere l’argentino.

La rivincita, disputata al Louis II di Monaco è un massacro. Benvenuti fa il contrario rispetto a quello fatto a Roma. Non attende l’avversario cercando di studiarlo, ma, conoscendone bene i punti di forza, alza subito il ritmo, cercando di capire se è anche un grande incassatore. Monzón resiste e nel secondo round inizia la sua esecuzione. All’inizio del terzo round, Benvenuti mette il piede a terra per la seconda volta e dall’angolo il suo manager Amaduzzi getta la spugna.

Da quel momento inizia ufficialmente l’era Monzón nei pesi medi. Se prendiamo in considerazione il lasso di tempo che va dal 9 ottobre 1964 al giorno del suo ritiro, il pugile resta imbattuto, con 71 incontri vinti e 9 pari. Nel corso degli anni ’70 ha sconfitto pugili come Emile Griffith (due volte),  Jean-Claude Bouttier (due volte), Tom Bogs,  Bennie Briscoe, José Nápoles e infine per due volte il grande pugile colombiano Rodrigo Valdéz, che nel secondo incontro riesce addirittura a metterlo KO. Alla fine di questo incontro, datato 30 luglio 1977, griderà all’angolo dove c’è Tito Lectoure: “Tito, no más” e per fortuna non lo vedremo mai più sul ring arrabattare gloria e sconfitte per colpa della decadenza fisica.

In effetti il fisico di Monzón non era stato trattato benissimo e successivamente testa e corpo se ne accorgeranno. Insieme alla carriera da atleta, anche la vita di Monzón è molto complessa. Ha una serie senza limiti di relazioni, ha un primo figlio a 16 anni, poi si fidanza con Susana Giménez, la Brigitte Bardot del Sud America, ma la moglie Mercedes Beatriz García, con cui ha tre figli, non la prende bene e gli spara, colpendolo al braccio destro. Poi nel 1978 conosce Alicia Muñiz, ma non è più un atleta, con il carico di almeno piccole regole di comportamento che bisogna darsi. Con la Muñiz ha fin da subito un rapporto violento, che termina il 14 febbraio 1988, quando la donna viene malmenata, strangolata e fatta volare dal terrazzo della villa di Mar del Plata. L’abuso di cocaina e tanto altro avevano minato il cervello di Carlos Monzón.

Va in galera per 11 anni, ma ne sconta sette. Dopo pochissimo tempo dal suo rilascio, partecipa a una battuta di caccia e mentre torna al carcere di Las Flores dove ha l'obbligo di pernottare, Monzón si immette nella corsia di sorpasso a 140 chilometri orari, l'auto sbanda e si ribalta più volte. Muore a 52 anni. È stato il peso medio più istintivo, violento e feroce della storia. Resterà per sempre come uno dei migliori pugili che si siano mai visti su un ring.