La lezione di Velasco sulla cultura sportiva in Italia: “C’è una brutta abitudine. Io me ne frego”
Il risultato di una finale non può essere l'unico metro di giudizio con cui valutare una squadra. Quando Julio Velasco, dopo il ko dell'Italvolley femminile al tie-break agli Europei contro la Turchia, dice "il secondo non è il primo dei perdenti" e "la mia forza è che me ne frego" non sta andando sulle barricate per difendere la sua nazionale ma indicando una strada e una cultura sportiva differenti. E proprio nella sconfitta il ct trova gli elementi dai quali ripartire: le azzurre hanno sì perso la medaglia d'oro ma senza smarrire né la propria identità né la personalità nonostante un contesto ambientale molto difficile. "Hanno avuto paura? No. Hanno mollato? No". Il suo ragionamento dopo il ko contro la Turchia parte dall'orgoglio e dalla consapevolezza che la bontà di un percorso non può andare alla malora solo perché un paio di punti hanno girato storti. "Abbiamo avuto momenti nei quali non abbiamo giocato bene, ma siamo sempre rimasti lì, senza abbassare le braccia. Questa è la prima cosa. E non conta solo il risultato".
Velasco non cerca alibi: guarda la sconfitta da un'altra prospettiva
Il 3-2 incassato in finale dopo essere stato in vantaggio per 2-1 fa male, Velasco non cerca alibi né nasconde i problemi tecnici che hanno inficiato la prestazione della nazionale. Ma fa una differenza sostanziale: quelli li puoi correggere, ciò che conta davvero (e per questo non si dice preoccupato) è che nonostante i momenti difficili l'Italvolley non ha mai smesso di giocare.
"Sono orgoglioso di questo gruppo, perché ci sono modi e modi di perdere. Abbiamo avuto problemi tecnici che ci hanno fatto perdere? Sì. E su quelli lavoreremo. Puoi farlo solo se hai un gruppo che non molla e non ha paura". Il problema vero sarebbe stato teovarsi di fronte a una squadra spaventata, incapace di reagire alla difficoltà. E quella squadra, per quanto ha visto, non è cercato la sua.
La brutta abitudine della cultura sportiva in Italia: "Quando si perde va tutto male"
La riflessione fatta da Velasco è uno sguardo puntato verso il futuro. Se si fermasse solo alla valutazione di una finale persa non sarebbe l'uomo di sport che ha contribuito a costruire una cultura sportiva alternativa rispetto alla logica del risultato. "Quando si vince va tutto bene, quando si perde va tutto male": il tecnico si scaglia contro questa visione che impera in Italia. Lo fa argomentando con grande lucidità e altrettanta onestà anche se la delusione è grande.
"Abbiamo conquistato un Mondiale prevalendo in semifinale e in finale con due partite che ancora oggi non so come abbiamo fatto a vincere. Adesso è successo il contrario e subito si cercano conclusioni definitive. Lo sport non funziona così".
Ed è quest'ultima frase il gancio che gli serve per scolpire il suo pensiero. Quanto vale davvero un secondo posto? Velasco contesta l'idea che una medaglia d'argento, arrivare ‘semplicemente' sul podio sminuiscano la portata di una sequenza di prestazioni giocate ad alto livello.
"Non sono per niente d'accordo con chi dice che il secondo è il primo dei perdenti. Lo dicevo quando arrivammo secondi alle Olimpiadi con gli uomini e lo dico anche dopo aver vinto le Olimpiadi con le donne".
"Me ne frego di questa mentalità"
Vincere è importante ma una sconfitta non può rappresentare un fallimento. Quale sarebbe quello dell'Italia? E perché il ko subito in rimonta dovrebbe essere considerato tale? Il ct rifiuta con decisione questo tipo di approccio. "So che esiste questa mentalità – ha aggiunto dopo la finale -. La mia forza è che me ne frego. Quello che pensano gli altri mi interessa poco".
L'Italia ha visto svanire la medaglia d'oro, la Turchia ha vinto la finale ma per Velasco la storia non finisce certo con il 3-2. "Lo sport è questo: si vince e si perde. Bisogna saperlo accettare". E pensa già al futuro figlio di scelte già messe in atto nel torneo continentale, sia nella gestione delle giocatrici sia nelle modifiche all'assetto della squadra. Ecco perché l'argento europeo non è una bocciatura ma una finestra spalancata su un'Italia che può diventare ancora più forte cambiando qualcosa ma restando se stessa.