Eugenio Bianchi: “L’HYROX per alcuni diventa una malattia. Joanna Wietrzyk un po’ mi ha spaventato”

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L’atleta italiano Elite parla dell’episodio accaduto a Pechino e della concorrente che ha continuato a correre nonostante un forte attacco di diarrea. “La mentalità ci sta fino a un certo punto. Arriva il momento in cui bisogna scegliere tra la prestazione e il proprio limite”.

"C'è un limite che è stato superato". È il punto da cui parte Eugenio Bianchi, atleta Elite di HYROX, quando racconta a Fanpage.it il caso di Joanna Wietrzyk, l'atleta australiana che a Pechino ha continuato a gareggiare e ha vinto la prova nonostante una grave emergenza intestinale. Lei si è scusata, rinunciando a vittoria e punti ottenuti. Il campione italiano non lascia tutto il peso della situazione sulle spalle dell'australiana. Nella sua analisi c'è una riflessione importante: "Chi avrebbe dovuto fermarla, perché non l'ha fermata?". Bianchi racconta cosa può accadere al corpo durante uno sforzo estremo, si interroga sulla reazione dei giudici e sulla responsabilità dell'organizzazione, sull'evoluzione della disciplina e del regolamento ma anche sulla pressione che oggi circonda gli atleti. Essere disposti a tutto può trasformarsi in qualcosa di diverso dalla resilienza: "Sono disposto a svenire perché non ce la faccio più e tengo duro finché non collasso: c'è gente che lo fa nello sport da una vita". E proprio qui si apre il ragionamento più ampio sulla cultura del "non mollare mai", sull'influenza dei social e sull'identità costruita esclusivamente intorno alla prestazione.

Eugenio Bianchi, partiamo da Joanna Wietrzyk: cosa l'ha colpita maggiormente di quello che è successo a Pechino?
"Ci sono tanti aspetti che legano questa vicenda a una sorta di discorso psicologico. Una persona come lei non dovrebbe avere questo problema perché è già arrivata ad avere gli sponsor, ad avere il record, ad avere tutto quello che le serve per vivere di sport e fare l'atleta".

Perché non si è fermata?
"Non mi è sembrata alla ricerca disperata del risultato per far vedere che lei vale. Sembra più che l'abbia fatto perché è forse in una serie di meccanismi, forse indottrinata male da qualcuno che la segue. O forse era una questione emotiva strettamente personale".

Può essere stato per motivi economici?
"Non so se è il caso di Joanna, ma in generale posso dire che in molti si avvicinano a questo sport pensando: magari riesco a farne un lavoro. Perché, oggi come oggi, ci sono molti atleti che si rapportano ai calciatori sotto il profilo economico: il calcio fa soldi invece negli altri sport non si guadagna niente".

Lei la conosce personalmente?
"La conosco. L'ho vissuta nello stesso ambiente perché sono stato in Elite 15 in diverse gare dove c'era anche lei. Mi è capitato di condividere spazi comuni, ma non è una persona con cui ho parlato perché l'ho vista molto concentrata su quello che fa".

Che impressione le ha dato?
"Non si ferma a colloquiare con molte persone. Probabilmente è molto concentrata sul suo ruolo da atleta come se fosse l'unica ragione della sua vita. È una dinamica che ho già visto in altri atleti che hanno fatto della loro disciplina agonistica quasi una malattia per arrivare a certi risultati".

Arrivare a un determinato risultato a qualunque costo: è quello che ha fatto l'australiana?
"Ha pensato solo alla performance. Ed essere disposti a tutto ha tante sfaccettature… c'è anche chi è disposto a svenire pure se non ce la fa più. E tiene duro fino a quando non collassa. C'è gente nello sport che lo fa da una vita".

Ma in questo caso c'era comunque consapevolezza?
"Secondo me sì. Nel momento in cui ti succede una cosa del genere sei cosciente perché hai scelto di andare avanti e continuare a correre. Quindi, il tuo cervello stava funzionando. E non puoi non renderti conto che stai praticamente seminando roba in giro per tutta la gara. Non so cosa sia passato per la sua testa, ma è una cosa che un po' mi ha spaventato".

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Magari pensava di essere elogiata mostrando una resistenza del genere?
"Mah… invece ha ottenuto solo l'effetto contrario".

Quel colpo di diarrea può essere stato provocato da qualcosa che ha mangiato o assunto prima della prova?
"Non è detto. Ma è ovvio che sotto sforzo l'affluenza del sangue è tale che la digestione ne risente. A volte basta uno sbalzo di temperatura dopo aver fatto riscaldamento in un ambiente con l'aria condizionata e puoi avere un malessere. Può aver fatto qualsiasi cosa, anche bene, e può esserle capitato quello che s'è visto".

In casi del genere, il corpo invia un segnale: Wietrzyk l'ha ignorato.
"È proprio questo che mi ha sorpreso di lei. Mi è sembrata insensibile a tutto. Fosse successo a me, mi sarei dovuto sdraiare per mezz'ora. Invece lei è andata avanti e ha vinto".

Com'è possibile che nessuno si sia accorto di niente e abbia subito reagito?
"Lei era abbastanza davanti e credo che quelli in gara non abbiano visto niente. La maggior parte delle persone se n'è accorta dopo… Ci sono delle stazioni dove ti riavvicini, tipo il vogatore. E se sei seduta accanto a lei allora te ne rendi conto".

Perché nessuno ha fermato lei o la gara, considerate le condizioni igienico sanitarie compromesse?
"I giudici (per lo più volontari) in gara sono diversi e girano. Non so se magari hanno parlato tra di loro e abbia prevalso la paura di prendere una decisione che non tutti avrebbero interpretato allo stesso modo".

Perché un giudice dovrebbe avere paura di prendere una decisione?
"È capitato, anche al Mondiale, che abbiano fatto delle scelte controverse che poi sono state oggetto di contestazione. È successo con i provvedimenti presi, per esempio, nei confronti di Hunter McIntyre o Tim Wenisch. Poi c'è stato Cole Learn che fu squalificato allo SkiErg perché gli mancava un metro e invece chi aveva mancato una wall ball non era stato punito".

Tutto questo cosa racconta della gestione delle regole?
"Nascono tutte queste discussioni perché HYROX è una disciplina sportiva ancora in crescita. Ci sono delle regole e anche molto chiare ma nel caso di Wietrzyk credo che nessuno si aspettasse potesse accadere una cosa di quel tipo. È anche vero, però, che se da regolamento mi fermi e mi punisci per uno sputo o un bicchiere d’acqua che mi verso in testa, come fai a non fermare lei? Una persona doveva prendere una posizione. Nessuno si è sentito di farlo per tanti motivi".

Quali?
"Forse, in quel momento si sono sentiti sotto pressione e non hanno avuto la freddezza per reagire subito, temendo che qualcuno potesse obiettare: Cosa avete fatto? Avete rovinato la performance di un atleta? O, forse, hanno semplicemente pensato che la soluzione più facile era lasciarla finire e poi dopo chiederle di allontanarsi. Si saranno detti: Che vuoi che succeda? È invece è scoppiato il caos, anche perché lì c'era tanto pubblico".

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Dopo la gara il caso è esploso anche sui social. Il suo allenatore Chris Bayens ha difeso Wietrzyk e condannato gli attacchi.
"Condannare una persona pubblicamente è sbagliato. Oggi si sa che sui social, purtroppo, funziona così. C'è stata la reazione giusta di quelli che si sono sentiti offesi dal comportamento di Joanna perché dicono: ho pagato per essere qui, ho corso dopo di te e ho dovuto farlo in quelle condizioni. Il problema è che poi dopo è partito il carrozzone".

E il fenomeno si è allargato anche agli sponsor.
"Adesso hanno preso di mira anche le pagine ufficiali dei suoi sponsor, scrivendo perfino sotto i post di campioni olimpici, che hanno fatto i World Athletics e che non c'entrano niente. C'è chi ha iniziato a mettere commenti stupidi anche lì sotto. Poi ci sono i reels, i meme… è partita la gara a chi la inventa meglio perché si sa che molti godono di queste situazioni… chi se ne frega a quale prezzo? Praticamente ora siamo lo zimbello di tutti… perché alla fine questo è successo. Possiamo solo sperare che finisca presto per tutti: per lei, per il movimento e per chi lavora attorno ad esso".

Proviamo allora a spostare il discorso da Wietrzyk a HYROX. Quanto è cambiato questo sport?
"HYROX sta diventando una disciplina a tutti gli effetti professionistica. Il livello è cresciuto veramente in maniera esponenziale. Oltre agli atleti Elite, c'è una buona fetta che fa allenamenti basati sull'endurance, anche molto estremi per arrivare comunque più in alto possibile".

Quali caratteristiche servono?
"Ci sono tante capacità da sviluppare, quindi dipende anche dal background che uno ha. Serve forza, serve resistenza. Devi avere una testa pesantissima di marmo… E Joanna ce l'ha così. Perché lo sforzo che tu senti in questo sport, la percezione della fatica, è devastante".

Per un atleta Elite cosa significa affrontare una gara di HYROX?
"Se vuoi stare nell'Elite devi tenere dei ritmi elevati dove sei quasi all'estremo di ogni singola postazione".

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Come si sviluppa la gara?
"Vai avanti così per otto chilometri e otto stazioni sempre più impegnative. Le slitte sono una cosa che ti mette quasi sempre ko. E lì esce fuori chi è veramente allenato forte, chi ha la forza, la tecnica giusta, la capacità di reggere delle intensità alte a grandi volumi. È tutto così ed è snervante. È molto, molto, molto pesante da reggere".

Che tipo di alimentazione serve seguire?
"Sicuramente una buona base di carboidrati per incamerare energia, ma negli ultimi due giorni è fondamentale non mangiare alcuni alimenti. Le fibre non servono. I vegetali possono avere altri effetti. In generale, molto dipende anche da come il cibo è cucinato. Tutto incide sul tuo stomaco, sull'intestino".

E durante la gara cosa si assume?
"Alcuni prodotti specifici, come i gel o altre cose che possono aiutare la performance a restare di alto livello come si fa nell'Ironman, nello sci di fondo, nella maratona e in tutti questi sport di endurance".

Torniamo al tema iniziale. Per anni abbiamo costruito l'immagine dell'atleta come quello che non deve mollare mai. Dove sta il confine?
"Credo che ognuno debba sentirsi libero di vivere come gli pare e arrivare, se vuole, a toccare il limite o fermarsi prima. Sempre a patto che ci sia buon senso e penso che certe cose nemmeno sarebbero da discutere come in questo caso. Mi sembra quasi assurdo dover dire come la penso a tal proposito. Forse a volte un bicchiere di vino, uno svago in più e un allenamento in meno possono aiutare a far respirare la testa e a prendere decisioni più razionali. Imparare a lasciarsi andare, uscire con amici e avere una vita al di fuori dello sport aiuta anche a saper perdere, perché la vita inizia a non girare intorno solo al risultato. E tolta la paura di perdere si impara a vincere anche di più".

E questo potrebbe essere stato un elemento anche nel caso di Wietrzyk?
"Arriva il momento in cui bisogna scegliere tra la prestazione e il proprio limite. La domanda è: per una prestazione vale la pena andare avanti in quelle condizioni? Risposta: No, mi fermo".

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