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Opinioni

Fabrizio Corona ha fatto a pezzi una generazione che oggi lo idolatra, la serie Tv ce lo sbatte in faccia senza pietà 

“Io sono notizia”, la serie Netflix su Fabrizio Corona, racconta l’epopea di chi ha costruito il suo personaggio sulle macerie di una generazione distrutta dalla profonda crisi di moralità che questo Paese ha attraversato a inizio anni Duemila. Oggi larga parte di quella generazione lo esalta come un supereroe pronto a liberarci dal mondo in cui sguazza da vent’anni.
A cura di Andrea Parrella
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Ciao, se stai leggendo queste parole è un 38enne dal 2026 che ti parla. Voglio essere chiaro da subito: questa non è una recensione della docuserie su Fabrizio Corona. Siamo già oltre quel tempo in cui le docuserie potevano incidere sul nostro percepito, specie quelle dedicate al passato recente. Anzi, il limite di Io sono notizia è essere arrivata troppo tardi rispetto all'epopea di questo genere. Oggi questo risulta semplicemente un buon prodotto, realizzato sulla base di meccanismi collaudati negli ultimi anni, che in nulla sorprendono.

Ne scrivo perché non ho potuto fare altro che guardarla tutta d'un fiato, consapevole del fatto che tutti meritiamo una dose di nostalgia per un passato, fosse anche il peggiore. Perché chi avrà visto Io sono notizia può capire che questa docuserie, parlando della storia di una persona naturalmente incline alla megalomania, ha la presunzione megalomane di considerarsi rappresentativa degli istinti e delle istanze di una generazione. La mia. Impresa nella quale, in fin dei conti, riesce.

Una generazione cresciuta assistendo alle gesta del primo Corona, issato a modello negativo che si è imposto come regola nel tempo in cui questo Paese attraversava una crisi di moralità senza precedenti, risolta nel peggiore dei modi. Lo racconta bene la serie che Corona è stato, per certi versi, la risultante simbolica del vuoto valoriale post Tangentopoli, un invaso colmato da un'iniezione virale che ha trovato un nome nel berlusconismo, modello culturale amorale e moralista che ci ha costretti a ingoiare come norma una serie di storture etiche, pur di farcene una ragione.

Anni in cui abbiamo dovuto credere fosse normale che un uomo di 70 anni si accompagnasse con ragazze poco più (e anche poco meno) che ventenni, un tempo in cui siamo stati addomesticati a credere che passare da certi salotti fosse il solo modo per essere considerati/e e avere un minimo di risonanza. Non è stato tanto ciò che è accaduto a cambiarci, ma come abbiamo metabolizzato quelle devianze, talmente evidenti che il solo modo per mandare giù il boccone è stato accettare quello stato di cose: o ridendone o speculandoci. A riderne è stato lo stesso Berlusconi, in fondo, che negli ultimi anni di vita ha reso quelle deformità dei meme: le sue barzellette e le scenette sessiste sono passate dall'essere imbarazzanti a monumentali, a prova di scrolling su Instagram. Ad approfittarne e specularci è stato invece Corona, che ha sentito il tempo che arrivava mentre diventava uomo e, accecato da un confronto impossibile con la trasparenza ineccepibile della figura paterna, è diventato il suo contrario.

Si è trasformato in una figura metafisica, in cui vita e autonarrazione si confondono. Le incredibili peripezie in cui è inciampato, forse tuffandocisi, raccontate come ingiustizie subite o semplici sciocchezze, sono la base del suo ritorno oggi per prendersi una rivincita. E il punto è proprio questo. Nella serie si respira quel sottotesto di continuità tra ciò che è stato negli anni dieci di questo millennio e l'oggi. Corona ha aperto un altro capitolo della sua esistenza: quello del rancore, della rivalsa. Sarebbe bene notare che è quello il suo unico punto di vulnerabilità, il solo su cui senta di doversi giustificare, in questo documentario come a Falsissimo e nelle interviste che rilascia: non che sia privo di una qualsiasi forma di empatia, non che abbia venduto per soldi chiunque sia gravitato nella sua esistenza, ma che no, lui non sta facendo tutto questo per ripicca. Lo ribadisce anche quando nessuno glielo chiede.

È in nome di quello stesso disastro morale su cui lui ha marciato che Fabrizio Corona può venire a raccontarci oggi che nulla conta se non il guadagno, che l'empatia non ha motivo di esistere, che lui rifiuta ogni sentimento ed emozione. Lui ha contribuito a distruggere e vuole  vincere l'appalto per ricostruire, intestandosene il diritto, dopo avere fatto a pezzi un universo in cui non ha mai smesso di avere le mani in pasta. Su queste rovine sta disegnando la sua nuova fase di grandeur, di gloria, che ancora una volta è stato bravissimo a utilizzare come ennesima tessera di un mosaico narrativo. C'è uno storytelling potentissimo dietro a tutto questo, per l'appunto, ma anche una gigantesca dose di disonestà, che in fondo è dello storyelling l'altra faccia. Se oggi noi invidiamo Corona, lo osserviamo e lo idolatriamo, è in nome di quel disfacimento morale sulle cui ceneri lui si è arricchito, senza alcune pietà. In questa serie ce lo sbatte in faccia e noi ce lo gustiamo, facendogli pure l'applauso.

Negli ultimi dieci anni siamo stati in tanti a ridere con cinismo e sarcasmo davanti alle scene di Corona che descriveva in tribunale le foto di Adriano addormentato su un tavolo, mentre si fa fotografare "il pene" da una ragazza. Lì, moralista, a dire che un calciatore, essendo ricco, non può permettersi di fare cose come quelle. Anche quelle sono immagini persuasive, accattivanti, che ti conquistano. Ci abbiamo riso per passarci su, ma averla presa così ci ha portati a ciò che siamo oggi: disillusi, sfasciati, senza speranze, con l'acquolina in bocca in attesa del su prossimo meme.

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"L'avvenire è dei curiosi di professione", recitava la frase di un vecchio film che provo a ricordare ogni giorno. Scrivo di intrattenimento e televisione dal 2012, coltivando la speranza di riuscire a raccontare ciò che vediamo attraverso uno schermo, di qualunque dimensione sia. Renzo Arbore è il mio profeta.
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