
Circo Massimo, Roma, 24 maggio. Con la soglia dei 30 gradi superata in città, in quella che è stata la prima vera domenica d'estate anomala capitolina, Zerocalcare ha accolto più di 10.000 fan per la presentazione della sua nuova serie Due Spicci, in arrivo su Netflix dal 27 maggio. È un evento, è chiaro da subito.
La missione collettiva era quella di sbloccare il livello di visione dei primi tre episodi attraverso l'interazione con cabinati vintage, calcio balilla, ping pong e postazioni arcade disposti in tutta l'area del Circo Massimo. Questa immensa sala giochi a cielo aperto ha aperto dalle 17.00 e si è trasformata poi in un cinema sotto le stelle. Michele Rech alle 21.00 è salito sul palco per ringraziare tutti: "Vi siete fatti tutte ste ore sotto il sole, non ci posso credere", ha detto alla folla visibilmente emozionato. E in effetti, la risposta all'invito (su ingresso gratuito) avrebbe commosso chiunque. Figuriamoci lui.
Attraversare l'area centrale per arrivare sotto palco è stata un'impresa. Non si scorgeva più nemmeno un lembo di terreno, tutto era coperto da plaid, teli e parei per aspettare seduti la proiezione, oltrepassare ha significato stare attenti a non calpestare nessuno. E soprattutto evitare di guastare la cena collettiva fatta di pizze e cartoni.
Due Spicci inizia poco dopo le 21.10 e silenzia l'intera area archeologica. È una liturgia, da rispettare con il sacro silenzio della condivisione emotiva. Zerocalcare parla alla generazione di 30-40enni che fissano lo schermo e si riconoscono nelle sue parole. Stavolta la serie affonda su temi finora accennati con le prime due, Strappare lungo i bordi e Questo mondo non mi renderà cattivo: la nostalgia di un tempo passato e l'amarezza per un tempo che fatica ad arrivare. La vita adulta negata finisce sotto la lente e diventa oggetto di analisi. I 40 anni che arrivano ma trovano un'intera generazione impreparata ad accoglierli, priva degli strumenti basilari per costruirsi un futuro e annichiliti nell'incertezza di un presente fin troppo ostile.

Un lavoro fisso per non dirsi precari, uno stipendio decorso che salvi dallo sfruttamento, un mutuo da accendere perché "casa" sia una condizione stabile e non solo un tetto sotto il quale vivere. E poi, il perenne paragone con i genitori che invece hanno avuto tutto più facile e, di conseguenza, oggi capiscono meno, forse niente. L'aveva descritto bene Mattia Torre in Figli e il pugno nello stomaco si era già sentito. Quei figli diventati un lusso per dei genitori che smettono troppo tardi di esserlo.
Accanto a Zero, l’immancabile presenza della sua coscienza, l’Armadillo, a cui Valerio Mastandrea torna a prestare l’inconfondibile voce. Si ride, molto, ma è un'altalena, in questo continuo su e giù di divertimento e riflessione, sui tempi ma anche su noi stessi. Stavolta la posta si alza, nascono situazioni che hanno a che fare con la gestione di un quotidiano che, come spesso accade dopo i 40, sfugge al controllo e genera smarrimento. Come l'amore, che prende una porzione di divano e sembra ingombrante, rivelandosi però un'epifania. Non si hanno linee guida, solo un manuale di sopravvivenza scritto con gli amici di sempre, che sono più "cresciuti" e quindi anche più distratti dagli accolli della vita.
La risata diventa nuovamente un modo per esorcizzare il mondo interiore, quello in cui si liberano mostri e paure, dove le scelte sono appese a un filo. "Fuori tutto bene ma dentro tutto male", canta Giancane, che firma la sigla della serie. Ci si accorge che è così guardandosi tutti insieme allo specchio e provando ammirazione per quello che ogni giorno si riesce a mandare giù. Michele è seduto a terra nelle prime file, sul volto zero espressioni, è lo spettatore più severo della serata. Lo scambio è palpabile, la seduta collettiva ha funzionato: Zerocalcare è l'amico che vorremmo abbracciare per sentirci meno soli. E alla fine è stato così, gli applausi, fragorosi e insistenti, lo hanno dimostrato ancora una volta.