Adani alla finale dei Mondiali dopo le polemiche: escluso nel 2022, blindato nel 2026

Domenica 19 luglio, a New York, la finale dei Mondiali tra Spagna e Argentina la racconterà Lele Adani. Seconda voce accanto ad Alberto Rimedio, sulla stessa Rai che quattro anni fa, per una finale quasi identica e per le stesse urla di gioia, gli aveva chiuso la porta in faccia.
Perché la notizia è questa: stando a quanto apprende Fanpage.it, Adani era il commento tecnico designato dalla Rai dal principio, oggi come allora. Polemiche e tensioni interne per i suoi barocchismi, le sue esultanze fuori scala c'erano già state all'interno della redazione di RaiSport.
Vale la pena ricordarlo, perché la memoria televisiva dura quanto un post. Qatar 2022, finale Argentina-Francia. Adani aveva commentato quasi tutte le partite dell'Albiceleste, era il volto più discusso e più cliccato di quel Mondiale, e tutti si aspettavano che toccasse a lui l'ultimo atto. La Rai disse no in seguito ad alcune discussioni interne, dettate soprattutto dagli eccessi dell'ex difensore del Brescia.
La finale andò a Rimedio e Antonio Di Gennaro, i telecronisti ufficiali della Nazionale. Adani fu spedito sulla finalina, Croazia-Marocco, il sabato pomeriggio. "La Rai ha rispettato le gerarchie", si scrisse. Lui, più tardi, alla Bobo TV raccontò la sua versione: un accordo verbale, quello di commentare la finale senza Italia, che risaliva alla firma del contratto, nell'agosto 2021, e che sarebbe evaporato con un cambio di direzione. Quattro anni dopo, stesso uomo, stessa azienda, decisione opposta.
Cos'è cambiato? Non Adani. Adani è identico a sé stesso: enfatico fino al parossismo, innamorato dichiarato del calcio argentino, capace di trasformare il gol di Enzo Fernández in una citazione di Einstein e in un'evocazione di Maradona "quarant'anni dopo". Chi lo amava lo ama ancora, chi lo trovava insopportabile lo trova insopportabile uguale. Su quello non c'è stato nessun cambiamento.
A cambiare è stata la Rai. Nel 2022 vinse ufficialmente la gerarchia. La tradizione, l'anzianità, l'idea che la partita più importante spetti a chi ha "i gradi", non a chi fa più rumore. Nel 2026 pare vinca l'audience, e basta. Adani alla finale non ci va nonostante le polemiche: ci va grazie alle polemiche.
Perché quelle "urla paraumane" che mezza Italia ha commentato indignata (e l'altra metà esaltandosi) sono esattamente ciò che tiene incollati 9 milioni di persone e un 52% di share. Anche chi non lo sopporta, adesso, è lì: pronto a filmare, a screenshottare, a postare la qualunque per dimostrare la propria tesi pro o contro. È il meccanismo perfetto. Odiarlo produce lo stesso engagement che amarlo.
Gli ascolti sono ascolti, e un servizio pubblico che fa il 52% ha vinto la serata. Ma qualcosa, nel passaggio dalla gerarchia all'algoritmo, si è perso per strada. E non è la compostezza di Bizzotto, per esempio, che domenica scorsa ha salutato i Mondiali dopo nove edizioni, nel silenzio quasi totale di un'azienda troppo occupata a celebrare chi urla. È l'idea che, ogni tanto, una finale possa spettare a qualcuno anche solo perché se l'è meritata.