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Perché i media turchi si sono accaniti su Can Yaman: la guerra alla droga del Governo colpisce le star, non gli spacciatori

Il caso Can Yaman apre uno scenario inquietante sulla politica antidroga in Turchia. Il governo di Erdoğan vuole colpire i consumatori famosi per fare finire sui giornali, ignorando i veri trafficanti.
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Mentre Can Yaman è già tornato in Italia dopo il fermo a Istanbul, in Turchia si discute di tutt'altro. Non del suo caso specifico, ma di cosa rappresenti: l'ennesima operazione mediatica orchestrata dal governo contro un consumatore famoso, mentre i veri trafficanti restano indisturbati. A sollevare il problema è Barış Terkoğlu, giornalista del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, che ha dedicato un'analisi pungente a quello che definisce un teatrino politico travestito da lotta alla droga.

Il ragionamento di Terkoğlu parte da un'anomalia evidente: come mai governo e media hanno usato lo stesso metro sul caso Yaman? Tutti d'accordo nel condannare il consumatore, nessuno a chiedersi se arrestare una celebrità serva davvero a contrastare il narcotraffico.

La strategia del capro espiatorio famoso

La risposta, secondo il giornalista, è semplice: perché non si tratta di una vera operazione antidroga, ma di propaganda. Il governo turco sa che colpire personaggi pubblici genera consenso trasversale, dimostra "fermezza" contro la droga, produce titoli sui giornali. Costa poco e rende molto in termini di immagine.

Ma concretamente? Le reti dei trafficanti restano intatte, il mercato della droga continua a prosperare, le organizzazioni criminali non vengono minimamente scalfite. Si colpiscono i consumatori – facili da trovare, facili da processare, facili da condannare mediaticamente – mentre chi controlla davvero il business resta nell'ombra.

L'anomalia delle informazioni filtrate

Uno degli aspetti più sospetti del caso Yaman è la quantità di dettagli riservati finiti immediatamente sui media turchi. Informazioni che in un'indagine normale dovrebbero rimanere coperte, ma che qui sono state diffuse capillarmente. Chi ha autorizzato queste fughe di notizie? La domanda di Terkoğlu è retorica: evidentemente qualcuno ai vertici ha voluto che il caso avesse massima visibilità.

È la classica strategia del nemico facile: nessuno difende i "drogati", tantomeno se famosi e ricchi. Condannarli costa zero sul piano politico e permette di mostrarsi duri sulla questione. Ma è una durezza di facciata, che non intacca il problema reale. Questo giornalista lo dice esplicitamente: in Turchia si è creata una narrazione per cui il consumatore è il grande male da combattere, mentre sui veri responsabili del traffico si chiude un occhio. Una distorsione che serve a chi governa per costruire consenso a basso costo, senza affrontare le complessità di una vera lotta al crimine organizzato.

Il caso Can Yaman rivela la strategia del governo Erdoğan

Il caso Can Yaman rivela così una strategia più ampia del governo Erdoğan: preferire lo spettacolo della repressione alla sostanza di un contrasto efficace. Arrestare una star genera titoli, foto, dibattito pubblico. Smantellare una rete di trafficanti richiede tempo, risorse, competenze investigative, e soprattutto non produce lo stesso impatto mediatico immediato.

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