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Maurizio Mattioli ammette: “Mi manca Gigi Proietti, con lui al ristorante fino alle tre. Uno così non torna più”

Maurizio Mattioli ricorda Gigi Proietti e racconta i suoi esordi: da comparsa in tv a cento film. “Personaggi come Proietti sono unici, non tornano più”.
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Cento film all'attivo, una romanità portata addosso come una seconda pelle e la capacità di far ridere senza mai perdere il filo della malinconia. Maurizio Mattioli, a settantadue anni, è uno di quei rari casi in cui il mestiere e l'identità coincidono fino a confondersi. In una lunga intervista rilasciata a Il Tempo ripercorre gli esordi, gli incontri che hanno cambiato la sua traiettoria e il vuoto lasciato da Gigi Proietti, che torna spesso nei suoi racconti come una presenza difficile da archiviare.

Da comparsa a protagonista: gli esordi tra fame e fortuna

Il primo contatto con il mondo dello spettacolo fu quasi accidentale. "Ho cominciato la mia carriera come comparsa nel programma televisivo Dove sta Zazà", racconta Mattioli, "ed ero molto felice solo per un'inquadratura fugace della ‘giraffa' facendo parte del pubblico che doveva applaudire". Una piccola soddisfazione, eppure già rivelatrice: in quel programma diretto da Gabriella Ferri c'erano Gino Landi come coreografo, Pier Francesco Pingitore come autore e Antonello Falqui alla regia – tre nomi con cui avrebbe lavorato intensamente negli anni successivi.

La carriera al cinema arrivò dopo, con la consapevolezza di chi sa che il talento non basta quando hai già una famiglia da mantenere. "Avevo bisogno di lavorare, ho cominciato come attore generico, dicendo una battuta, massimo due. Avevo necessità di guadagnare perché a 23 anni ero già papà di una bambina".

I maestri: Fiorini, Pingitore e il debutto sul palco

A segnare la svolta fu Lando Fiorini. "A lui sono debitore per l'eternità", dice Mattioli senza esitazione, "perché fu il primo a scaraventarmi su un palcoscenico". Poi arrivò Pingitore, che gli aprì le porte del Bagaglino. Un percorso costruito non nelle scuole di recitazione – che non poteva permettersi – ma rubando il mestiere dietro le quinte: "Ho dovuto imparare guardando la mimica dei grandi attori, ascoltando le battute, stando lì a osservare".

Con Alberto Sordi il rapporto fu più distante, ma non meno significativo. Lo incontrò di persona solo in occasione di un doppiaggio, poi al funerale fu la sorella Aurelia a rivelargli che Sordi lo aveva notato in tv. "Garinei dovette arrendersi e io realizzai il mio sogno di recitare accanto a Rugantino interpretato da Valerio Mastrandea".

Il ruolo di Mastro Titta e la storia con Garinei

Uno dei capitoli più vividi del suo racconto riguarda il musical Rugantino e il personaggio di Mastro Titta. "Ero in scena al Sistina con Un paio di ali, seppi che Garinei stava preparando il musical e mi offrii di interpretare Mastro Titta da sempre appartenuto al grande Fabrizi". Garinei inizialmente rifiutò, cercò altri nomi – Proietti, Manfredi, Sordi – ma ognuno declinò per ragioni diverse. Fu Sordi stesso a indicare Mattioli come la scelta giusta, ricordando di aver apprezzato il suo talento proprio grazie a quelle apparizioni televisive viste di sfuggita.

Proietti, Califano, il ristorante fino alle tre di notte

Il tono cambia quando il discorso arriva a Gigi Proietti e Franco Califano. Li chiama "due pezzi di Roma volati troppo presto nel mondo dei giusti". E racconta: "Le serate al ristorante fino alle tre de mattina a ridere a scherzare, a raccontare le barzellette, a ricordare, a cantare na' mezza canzone".

Ma su Gigi Proietti spiega: "Gigi era prima di tutto un amico, a prescindere dalla sua grandezza artistica, era una persona con la quale si trascorreva il tempo in maniera molto piacevole. Personaggi come Proietti sono unici… non tornano".

Il cinema che è cambiato, e i cento film sulle spalle

Su come sia mutato il mondo dello spettacolo, Mattioli ha le idee chiare e non le risparmia. "Anni fa bastava che il regista ti vedesse, visionasse una cosa tua e gli veniva subito in mente il ruolo da farti interpretare. Oggi invece il cinema va avanti tra prove continue". Con cento film all'attivo, l'idea di fare un provino lo lascia perplesso: "Sentirmi dire ‘Ti faccio un provino per questo ruolo' un po' me rode".

Il regista con cui il rapporto è stato più speciale resta Carlo Vanzina. "Io, Carlo ed Enrico eravamo tre fratelli", dice, e poi aggiunge il ricordo di quando, sul set estero di Un ciclone in famiglia, arrivò la notizia che sua moglie era entrata in coma. "Carlo era un uomo di una sensibilità straordinaria, ancora mi commuovo ricordando come si comportò".

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