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L’amore eterno di Barack e Michelle Obama: “Siamo il contrappeso l’uno dell’altra”

Barack e Michelle Obama continuano la loro grande storia d’amore e a People raccontano tutto sulla loro storia: “Sono orgogliosa di come mio marito ha interpretato il ruolo di Presidente, di come si presenta ogni giorno”.
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A quasi dieci anni dall'uscita dalla Casa Bianca, Barack e Michelle Obama tornano a parlare di sé. Lo fanno in un'intervista a People, concessa al magazine americano per l'inaugurazione dell'Obama Presidential Center, il campus che ospita la biblioteca presidenziale e che ha aperto i battenti nel South Side di Chicago il giorno del Juneteenth (e che ha visto anche Matteo Renzi come unico ospite della politica italiana). Lui ha 64 anni, lei 62. Sono sposati da quasi trentaquattro anni. E la chiave che tengono a consegnare al lettore non riguarda la politica, ma il modo in cui hanno tenuto insieme due baricentri diversi.

La formula che racchiude il senso del loro racconto la pronuncia Michelle: "Siamo il contrappeso l'uno dell'altra". Senza il marito, spiega al magazine, sarebbe rimasta più ferma, avrebbe avuto una vita più piccola ma comoda. È stato lui ad allargare l'orizzonte, a convincerla che una laurea in legge a Harvard potesse diventare qualcosa di diverso dalla carriera da avvocata.

Barack ricambia con il suo registro abituale, quello dell'understatement ironico: dice che dalla relazione ha ricavato più lui di lei, che è stata lei a renderlo migliore. Lei, questa volta, non sta al gioco dell'autoironia e rivendica l'orgoglio per come il marito ha occupato il suo ruolo – da presidente, da padre, da uomo: "Sono orgogliosa di come mio marito ha interpretato quel ruolo, di come si presenta ogni giorno".

Il Center sorge nel quartiere dove i due si sono conosciuti, sposati e dove sono nate le figlie Malia, 27 anni, e Sasha, 25. A People, Barack ricostruisce il filo geografico della propria vita: la casa in cui è cresciuta Michelle, l'ospedale dove sono nate le bambine, la prima abitazione a dieci minuti a piedi, il ricevimento di nozze a meno di un miglio da lì. Arrivò a Chicago, racconta, su una vecchia auto malandata con tutte le sue cose sul sedile posteriore, e fu quella comunità ad accogliere "quel ragazzo buffo arrivato dalle Hawaii". Per Michelle il discorso è più intimo ancora: dice di essersi costruita pezzo per pezzo in quella zona, dove di posti come il Center, da bambina, non ne esisteva nemmeno uno.

C'è un passaggio in cui People chiede conto del verso di Tupac in Changes – l'America non ancora pronta a vedere un presidente nero. Barack risponde che una sola elezione non poteva cancellare quattrocento anni di storia, ma che il risultato cercato era un altro: che una generazione di bambini crescesse trovando normale l'idea di un presidente afroamericano, e che lo stesso accadrà – ne è convinto – con la prima presidente donna. Michelle aggiunge che il valore simbolico di quegli otto anni non si è esaurito nella questione razziale, ma ha riguardato il modo di stare al comando: la maturità, l'intelligenza, l'idea di un capo capace di mettersi da parte.

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