La battuta di Shane Gillis diventa un caso in America: “Le donne in palestra si vestono come prostitute”
Quello del comico Shane Gillis è diventato un vero e proprio caso negli Stati Uniti. Volto noto della stand-up comedy americana, spesso al centro dell'attenzione dei media per il suo umorismo dissacrante e politicamente scorretto, il comico è stato bersaglio di critiche a causa di una battuta sull'abbigliamento femminile. L'episodio ricorda le recenti polemiche italiane su Roast In Peace, dove le uscite sulla malattia di Fedez avevano riacceso il dibattito sui confini della satira.
La gag incriminata di Shane Gillis
Tutto ruota attorno a un monologo in cui il comico affronta il mondo delle palestre. "È così tanto che non vado che non sapevo che ormai le donne si vestissero come delle prostitute", ha detto Gillis dal palco del Saturday Night Live. Uno sketch satirico pensato per colpire le contraddizioni dell'era social, in cui secondo lui si curano i dettagli dell'outfit da palestra per poi denunciare gli sguardi altrui. Estratto dal contesto teatrale e dato in pasto ai social, il frame ha scatenato un'ondata di indignazione, con accuse di sessismo e di incitamento a vecchi stereotipi sul corpo delle donne. A intervenire in favore del comico ci ha pensato il collega Dana Carvey, rivendicando il "diritto alla battuta": "Quando fai delle battute, non stai dicendo letteralmente che le cose stanno così, stai semplicemente scherzando". Un argomento che, tuttavia, non è bastato a placare gli animi.
Quando la satira supera il limite: da Gillis al caso di RIP in Italia
Il caso Gillis dimostra quanto sia fragile oggi il patto implicito tra chi fa umorismo e il pubblico. Quando una battuta viene sradicata dal palcoscenico e ridotta a un viral di pochi secondi, la platea la giudica con i parametri della morale comune, azzerando la sfumatura dell'ironia. Una dinamica a cui il pubblico italiano è ormai tristemente abituato. Basti pensare alle polemiche delle scorse settimane su Roast In Peace, lo show targato Amazon, dove le battute sulla malattia di Fedez hanno generato lo stesso identico cortocircuito. Anche in quel caso, il dibattito si è spaccato tra chi difende la libertà del black humor.
Dove finisce la libertà di satira?
La questione di fondo, al di là dell'uscita infelice o della riuscita della singola gag, è capire se il pubblico contemporaneo sia ancora disposto a concedere ai comici il beneficio dell'esagerazione. Da una parte c'è il timore che la dittatura della sensibilità e la paura costante delle shitstorm finiscano per sterilizzare i palchi, riducendo l'umorismo a un esercizio di stile innocuo e prevedibile. Dall'altra, la consapevolezza che le parole non sono mai neutre e che la provocazione, se usata male, finisce solo per legittimare gli stereotipi che finge di combattere. E mentre il confine si sposta continuamente, una cosa è certa: fare ridere, oggi, è diventato fin troppo complesso.