Zed: “Raffaella Carrà non capiva perché la gente ridesse alle mie battute. Wojtyla rimase affascinato”

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David Kirk Traylor si racconta a Fanpage.it: “Andai a ‘Pronto, Raffaella?’ per promuovere un disco e Japino mi propose un ruolo fisso. Quando ci recammo in udienza dal Papa mi misi in disparte, ma i responsabili del Vaticano insistettero affinché avanzassi. C’era stata una discussione a monte sulla necessità di andare più o meno struccato. Fu Boncompagni a impuntarsi. Mi tengo sempre allenato per un possibile ritorno. Zed non è morto, è semplicemente messo da parte”.

Magari non conosci la sua voce, di sicuro ignori il suo nome di battesimo. Ma basta evocare Mister Zed che, improvvisamente, la mente arriva ad identificare chiaramente un personaggio che ha attraversato epoche e generazioni. Perché la creatura di David Kirk Traylor è entrata a tutti gli effetti nell’immaginario collettivo della televisione. Uno di quei ricordi positivi e allegri, vissuti in prima persona o tramandati, col risultato di essere conosciuto e visto con curiosità anche da chi negli anni ottanta non era nemmeno nato.

Originario di Indianapolis, dove nacque nel 1956, David scoprì l’Italia per caso alla fine degli anni settanta, in quella che sarebbe dovuta essere solo una vacanza studio di qualche settimana. “Frequentavo la facoltà di Radio, Televisione e Cinema e mi mancavano pochi esami”, rivela Traylor a Fanpage.it. “Vinsi una borsa di studio che mi permise di trasferirmi a Roma e quando arrivai cambiarono completamente le mie prospettive”.

A quel punto, David aveva già deciso che non sarebbe più tornato indietro: “Se non fossi rientrato negli Stati Uniti col gruppo avrei dovuto pagare una multa di 200 dollari. Non possedevo quella somma e mi impegnai per raccoglierla”.

Da lì prese il via l’avventura, con una trasferta a Firenze che fornì benzina all’ingegno e allo spirito propositivo: “Passai una settimana nella città Toscana, ma calcolai male il denaro a disposizione e mi ritrovai senza soldi per il ritorno. In America avevo svolto spettacoli per strada sia a New York che a Philadelphia e l’amico che mi accompagnava mi convinse ad esibirmi. Avevo con me il costume e cominciai a eseguire le mosse da robot davanti al Duomo di Firenze. In nemmeno due ore riuscii a incassare abbastanza per rientrare nella Capitale. Fu la scintilla che mi fece capire che ci sarebbe potuto essere mercato per i miei spettacoli”.

Il bis, pertanto, andò in scena in piazza Navona: “Lì venni notato da una signorina che lavorava in una discoteca romana: ‘Se ti vedesse il mio capo, ti assumerebbe’, esclamò. Andai e in poco tempo accumulai quei famosi 200 dollari, anche grazie ad un’altra occupazione in una piccola radio che trasmetteva in inglese. Trovai il numero sulle Pagine Bianche e la sede era vicina alla pensione dove dormivo. Il compenso era ridotto, ma era comunque qualcosa”.

Come avvenne l’approdo nella musica?

Mi notò Giancarlo Meo, celebre produttore discografico. Mi chiese se fossi interessato ad aggregarmi agli spettacoli che organizzava per promuovere i suoi lavori. Per me era un modo per vedere l’Italia da dentro, sempre con l’intenzione di rientrare nel settembre successivo negli Usa per laurearmi. Tuttavia, il destino aveva previsto altro. I miei piccoli sketch, infatti, ebbero successo e al termine dell’estate Meo e Claudio Simonetti mi offrirono un contratto musicale. Sapevo cantare, anche se non ero certo Pavarotti. Mi annunciarono che sarei apparso in televisione e pensai che l’esperienza mi sarebbe tornata utile in vista di un ritorno in America. Quindi decisi di posticipare il viaggio al Natale del 1979.

Quel biglietto non lo fece mai.

No. Arrivarono le partecipazioni a ‘Grand’Italia’ di Maurizio Costanzo e a ‘Tilt’, con la grande Stefania Rotolo. Poi nel 1980 ecco la partecipazione fuori concorso a Sanremo con ‘R.O.B.O.T.’. Decise tutto la casa discografica, non so come venne gestita quella trattativa.

L’italiano l’aveva imparato negli Stati Uniti.

A Philadelphia avevo lavorato in un cinema d’essai dove proiettavano film classici, tra cui quelli di Lina Wertmuller. Iniziai a prendere confidenza con la vostra lingua senza immaginare che un giorno sarei sbarcato qua. In un giorno trasmettevano la stessa pellicola anche tre volte: la prima volta leggevo i sottotitoli, la seconda guardavo e leggevo, mentre la terza guardavo cercando di ricordare il testo.

Gli allenamenti per interpretare un finto robot furono lunghi.

In un luna park di Atlantic City interpretavo Dracula e accanto avevo un manichino di Frankenstein che faceva dei movimenti strani. Avendo molto tempo libero mi misi a studiarlo e, in seguito, migliorai la coordinazione dei movimenti. Partii per gioco, poi però mi resi conto che in quella gag poteva esserci qualcosa di commerciale. In pubblico rispondeva bene e a me piaceva generare stupore.

Il look lo modificò strada facendo.

Ci fu un’evoluzione, soprattutto per i capelli. Nei primi tempi mi esibivo con i miei, ma erano poco obbedienti (ride, ndr). Un giorno, durante uno spettacolo a Nizza, passai di fronte ad un negozio e notai un manichino con i capelli finti. Avevo bisogno di qualcosa del genere. Cercai a lungo qualcuno che potesse costruirmeli, ma nessuno comprendeva le mie richieste.

Chi la aiutò?

Rino Carboni, maestro di trucchi per il cinema che collaborò con Sergio Leone negli spaghetti-western e con Federico Fellini. Lui mi capì alla perfezione e creò questa calotta di lattice rinforzata con fibre di vetro e mi suggerì pure un differente trucco per il viso.

Ossia?

Lo rese più televisivo, un automa. Io e Rino eravamo in sintonia su tutto, o quasi. Lui, abituato agli effetti speciali del cinema, avrebbe voluto renderlo il più reale possibile, al contrario mio. A mio avviso il segreto di Zed stava nella sua imperfezione: un robot che fa di tutto per somigliare ad un umano, ma che fallisce per un soffio.

“Pronto, Raffaella?” rappresentò la svolta.

Ero andato come ospite per promuovere un disco e Sergio Japino, notandomi, mi offrì un ruolo fisso all’interno della trasmissione. Ho calcolato circa 360 puntate complessive. Fu un impegno splendido, unico. Si andava in diretta e in America non c’erano programmi d’intrattenimento live, eccetto il ‘Saturday Night Live’. Ma in questo caso si trattava di una quotidiana, con nuovi sketch e improvvisazione ogni volta. Fu un sogno, seppur molto impegnativo dato che non parlavo benissimo l’italiano.

A proposito della Carrà, affermò: “Ebbi con lei un rapporto strano. Non capiva perché la gente ridesse alle mie battute”.

Proprio così, spesso non se ne capacitava. Tra noi ci fu un rapporto più che altro professionale. Fuori dalla diretta ci vedevamo unicamente in riunione per preparare la puntata successiva con gli altri autori.

In trasmissione ospitaste grandissimi nomi.

Vennero tutti. Madre Teresa di Calcutta, Giulio Andreotti, Alberto Sordi. Con quest’ultimo lavorai ne ‘Il Tassinaro a New York’. Doppiavo un personaggio che doveva mostrare un accento americano. Succedeva spesso che mi chiedessero di rivestire quei ruoli. Il doppiaggio fu un lavoro che feci a lungo. Mi aiutò a guadagnare quando non andavo in scena con i miei spettacoli, consentendomi di mantenere il permesso di lavoro in ordine.

Nel dicembre 1984 incontraste addirittura il Papa.

Andammo all’udienza generale in Sala Nervi. Quando entrai mi misi dietro, in disparte. Non volevo sembrare offensivo. Ma furono i responsabili del Vaticano ad insistere affinché avanzassi: ‘Vieni avanti, gli piacerai’. Non ero sicuro di aver capito bene. Quando Giovanni Paolo II ci venne a salutare rimase affascinato dai miei movimenti e per un attimo parlammo. Giancarlo Magalli gli spiegò chi fossi e lui commentò divertito: ‘Devo guardare più televisione’. I microfoni della Cnn raccolsero tutto.

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L'incontro con il Papa. Da sinistra oltre a Mister Zed, Giancarlo Magalli, Gianni Boncompagni e Raffaella Carrà.

Come mai non si presentò in borghese e struccato?

Ci fu una discussione a monte sulla necessità di andare più o meno struccato, o se rimanere direttamente in studio. Da parte mia ci fu un passo indietro, feci decidere gli altri. Fu Gianni Boncompagni ad impuntarsi e ad insistere. Io non sono cattolico e non conoscevo le regole. Andai un po’ al buio, ma il Papa fu gentilissimo con me. Il risultato fu migliore di quanto pensassi.

In “Grandi Magazzini” Paolo Villaggio la omaggiò.

Il suo robot si ispirava a me, per questo fui suo consulente e coreografo. Villaggio era un mio fan, fu lui a volermi. Dietro le quinte passammo molto tempo assieme, facemmo lunghe conversazioni. Mi forniva i suoi punti di vista sul cinema italiano che non conoscevo. Era una persona piacevole. Tanta gente racconta di aver avuto difficoltà con lui, non io. Con me fu cortese.

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Paolo Villaggio e Gigi Reder in una foto di scena di "Grandi Magazzini".

Nel 1989 se ne tornò in America.

Dopo ‘Pronto, Raffaella?’ feci altre cose, tra cui l’autore per la trasmissione di pupazzi ‘Teste di gomma’. Inoltre, Carmelo Bene mi ingaggiò per lo spettacolo ‘La cena delle beffe’ di Sem Benelli. Terminato l’impegno rientrai a casa e mi tuffai nella stand-up comedy. Era un campo più adatto a me. Presi Zed, il mio cavallo di battaglia, e lo rimodellai al contesto comico statunitense.

Il violento terremoto di Los Angeles stravolse tutti i piani.

La scossa del 1994 distrusse la mia abitazione. Persi tutto. Ero vivo e vegeto, ma fu uno shock. Erano stati cinque anni di successo con incursioni alla Nbc e alla Abc. E sempre con la Abc c’era in ballo una serie televisiva che svanì con il sisma.

Perché?

Era mutato l’umore. Los Angeles stava attraversando una fase negativa. Oltre al terremoto c’erano state delle rivolte in città. La sitcom non aveva nulla di strano. C’era questo robot che forniva i suoi suggerimenti sulle piccole questioni. Peccato, davvero.

Riapprodò dunque in Italia.

Mia moglie, che è italiana, voleva salutare i suoi. Non era previsto che ci fermassimo, ci fu una combinazione di cose. Innanzitutto, mi contattarono per una collaborazione al doppiaggio e accolsi con piacere la possibilità di ributtarmi in quell’ambiente e di rivedere i miei vecchi colleghi. Uno di loro mi confidò che a Tor Sapienza stavano effettuando dei casting per un network televisivo internazionale. Ci andai, portandomi dietro le mie cassette col provino registrato.

Il “Mr Zed Show” fu girato a Roma, ma l’Italia fu l’unico Paese a non mandarlo in onda.

Vero! Pur essendo girata in gran parte in Italia, la serie venne distribuita all’estero dalla tv satellitare Orbit in più di venti stati e fece conoscere il mio personaggio in tutto il mondo. Per il pubblico italiano Zed si è fermato agli anni ottanta, altrove invece no. Nel 2003 trionfai al Premio della Comicità di Tokyo. In Giappone ho ancora oggi milioni di fan.

In Italia si è reinventato con ruoli nel cinema e nella fiction, mostrando il suo vero volto.

Ho girato due film con i Vanzina, ‘Un’estate al mare’ e ‘Un matrimonio da favola’. Ci eravamo incontrati anni prima per un doppiaggio in ‘Sotto il vestito niente’. Poi, grazie ai miei agenti cinematografici, mi hanno proposto di tanto in tanto alcuni progetti. Nella maggior parte dei casi erano personaggi americani o inglesi, ma la pronuncia non è mai stata un handicap.

Tra i titoli televisivi si segnalano “I Cesaroni”, “Vivere”, “Capri”, “Un posto al sole” e “Mike”.

In ‘Mike’ interpretavo l’amico del padre di Bongiorno. Ho fatto tanti lavori, mi fa piacere. Avendo un background teatrale, mi sono sempre messo a disposizione.

È riuscito a separare la sua faccia da quella di Zed?

Dipende, è una situazione strana. Il tempo scorre e non tutti sanno chi sia Zed di ‘Pronto, Raffaella?’. Ci sono persone che si ricordano di me per i film e si complimentano per la mia recitazione. In compenso, una volta un benzinaio si è fermato a guardarmi: ‘Io so chi sei’. Non riusciva a capire dove mi avesse visto. Allora mi sono messo a fare i movimenti con le mani e ha compreso all’istante.

L’ultima incursione di Zed nella tv italiana a quando risale?

A ‘Viva Rai 2’, tre anni fa con Fiorello. Mi travestii per il programma, che andava in onda la mattina prestissimo. Ad ogni modo, mi tengo sempre allenato per un possibile ritorno. Zed non è morto, è semplicemente messo da parte.

A settant’anni quali sono i suoi progetti?

Prendo fiato e osservo dove mi porterà la vita, che cambia in base all’età. Sto riflettendo, vanno considerate diverse opzioni sul tavolo. Il mio curriculum è ricco, ho maturato esperienze in tutto il mondo e l’affetto delle persone mi commuove. Al momento non ci sono progetti diretti.

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