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Valeria Coiante: “Raccontai le monetine a Craxi. Volevo togliere la mia voce dal servizio, Minoli me lo impedì”

La giornalista, che il 30 ottobre 1993 documentò la contestazione all’ex leader socialista, si racconta a Fanpage.it: “Lavoravo a ‘Mixer’ e quel giorno gli inviati erano diffusi per tutta Roma. Non ebbi paura, il mio unico pensiero fu quello di non bucare la notizia. Oggi quella testimonianza non farebbe la stessa impressione. In tanti utilizzarono il mio materiale senza citarmi”.
A cura di Massimo Falcioni
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"Stanno tirando di tutto. Stanno tirando di tutto. Monete, tutto. Arrivano addosso anche a noi”. Parole che, accompagnate alle immagini datate 30 aprile 1993, sono entrate di diritto nella storia d’Italia. A pronunciarle fu Valeria Coiante, giornalista di “Mixer” che quel giorno si ritrovò di fronte all’hotel Raphael di Roma per documentare quello che stava accadendo.

“Non sono io ad essere entrata nella storia, ho semplicemente dato una mano affinché alcune immagini lo diventassero”, commenta lei a Fanpage.it. “Sono stata solo un tramite. Mi trovai lì e riuscii a catturare un momento epocale. Non mi resi conto della situazione. In quei casi pensi a svolgere bene il tuo mestiere e basta”.

Romana, classe 1964, Valeria si avvicinò al giornalismo subito dopo la Maturità. “Iniziai su piccole riviste, a quei tempi non c’era internet. Contemporaneamente mi iscrissi alla facoltà di Lettere, mollando però l’Università a due esami dalla laurea perché trovai lavoro e divenni giornalista professionista”.

Nel 1990 avvenne l’ingresso in Rai: “Entrai in quota ‘quella brava’ (ride, ndr) e mi fregio di questo. Collaboravo con una piccola emittente privata e un amico mi segnalò per il programma di Raffaella Carrà ‘Ricomincio da 2’. Andava in onda nel weekend e mi occupavo della parte informativa del sabato. In seguito, mi venne riferito che Giovanni Minoli cercava una persona per la sua redazione e mi fiondai al colloquio. Gli piacqui e mi prese a ‘Mixer’, dove rimasi fino alla sua chiusura. Ho vissuto gli anni migliori della trasmissione”.

E per “Mixer” quel giorno seguì una delle tante manifestazioni contro Bettino Craxi.

Minoli ebbe l’intuizione giustissima di diffondere tutti i suoi inviati sul territorio. Presidiammo tutta Roma. Un collega andò in piazza Colonna da Pannella, un altro a Montecitorio, mentre io venni dirottata a piazza Navona, dove era in programma un comizio del Pds.

Si trovò al posto giusto, nell’istante giusto.

Tutta la timeline di quella fase fu pazzesca, se ci penso. Dall’arresto di Mario Chiesa nel 1992 al trionfo di Berlusconi nel 1994 successe qualsiasi cosa e io mi ci trovai dentro. Due anni che sconvolsero l’Italia.

Quel giorno la Camera aveva respinto quattro delle sei autorizzazioni a procedere per corruzione e ricettazione che la magistratura aveva richiesto contro Craxi.

In realtà sul giorno esatto molti fanno confusione e riportano la data del 29 aprile. È un errore, perché il 29 ci fu la richiesta da parte dei magistrati, che successivamente venne respinta. Le manifestazioni si verificarono il 30 e furono organizzate dai partiti più importanti, dal Pds fino al Movimento Sociale. Il mio servizio sarebbe dovuto finire all’interno di una lunga puntata intitolata ‘Il giorno più lungo’, che avrebbe incluso pure il materiale dei miei colleghi.

Alla vigilia la deviazione al Raphael non era stata messa in conto.

No. Avevo intervistato D’Alema e ritenevo conclusa la mia giornata. Ero stanca morta e arrivò un certo freddino che mi portò a chiedere all’operatore di prestarmi il suo giubbotto, molto più grande rispetto alla mia misura. Non avevo considerato che sarei apparsa in video in quelle condizioni.

Chi la informò della protesta in corso all’ingresso dell’albergo?

Il mio amico Fabrizio Falconi del Tg4. Mi disse: ‘Sto andando al Raphael, vieni con me?’. Accolsi l’invito e ci imbattemmo in un caos assurdo. Il mio unico pensiero fu quello di non bucare la notizia. Infatti, quando Craxi uscì iniziai a strillare ‘eccolo, eccolo’ come una pazza assatanata. Ma quell’urlo era destinato al mio operatore, che si trovava lontano da me. Era una comunicazione interna. Parlavo al microfono per farmi sentire da lui in cuffia. Avevo il terrore che non lo inquadrasse.

Non poteva immaginare che quelle parole sarebbero rimaste impresse nelle teche Rai.

Era un audio a metà tra comunicazioni di servizio e frasi buttate là. Tanto che quando arrivai in sala di montaggio pensai di toglierlo, per mantenere solo il rumore ambientale e, al limite, aggiungerci la voce di uno speaker esterno.

Invece?

Minoli fermò tutto. Volle vedere il servizio al naturale e ordinò di non modificare nulla: ‘Se tocchi anche un solo frame ti ammazzo! Va in onda così’. Io provai a oppormi: ‘Giovanni, sembro una matta’. Ma lui non volle sentire ragioni: ‘Assolutamente no, la tua voce restituisce perfettamente l’atmosfera che si respirava’. Ebbe l’intuizione giusta, perché senza le mie grida l’emotività di quella scena non sarebbe stata la stessa.

Alla fine la cronaca della manifestazione del Pds diventò totalmente marginale.

Il Raphael non era prevedibile. Sul posto c’eravamo solo io e Falconi, nessun altro. Eravamo gli ultimi giornalisti rimasti, gli altri colleghi erano tornati in redazione. Nemmeno noi nell’immediato ci rendemmo conto che quel passaggio sarebbe diventato l’emblema della fine della seconda Repubblica. Ad ogni modo, percepivamo che l’intera classe politica stesse crollando. Si era aperto il caso Enimont e il germe di Tangentopoli si era diffuso.

Il filmato andò in onda la sera stessa?

Non ricordo, forse il giorno dopo. Ma parliamo del 1993, non c’erano la velocità e l’immediatezza di oggi. Noi facevamo approfondimento e tirammo fuori una notizia che poté aspettare tutto il tempo necessario. Era un altro mondo.

Un mondo senza social.

Esattamente. Ora il giornalismo è disintermediato. Abbiamo tutti una videocamera in mano e, se si verificasse lo stesso evento adesso, il video otterrebbe centinaia di migliaia di visualizzazioni in poche ore. A quel punto non so se farebbe la stessa impressione. Per non parlare del nostro ruolo: un tempo noi cronisti avevamo più potere. Oggi la stessa scena la gente la vedrebbe a prescindere dalla mia presenza sul posto.

La folla sventolava banconote, urlava “Bettino, vuoi pure queste” e “sei finito”. Poi, appena apparve, i presenti cominciarono a lanciare davvero di tutto.

Arrivò una pioggia di monetine e non solo. Venni colpita, ma non rimasi ferita. Anni fa il ‘Corriere della Sera’ pubblicò un articolo nel quale si raccontava che Teodoro Buontempo avesse distribuito sacchetti con monetine di 50 e 100 lire. Personalmente non lo vidi, però quel giorno davanti al Raphael c’era tutto il mondo politico, senza distinzioni.

Ebbe paura?

No, quando ti trovi lì non te ne frega niente. Come ti dicevo, l’unica paura è bucare la notizia. Hai talmente tanta adrenalina che ti butteresti nel fuoco senza sentire dolore.

Condivideva le proteste della folla?

In quel periodo, un po’ come tutti, anche io rimasi affascinata da questo nuovo movimento che voleva spazzare via quello che ci sembrava un sistema corrotto. Tuttavia, ebbi la possibilità e l’opportunità di vedere quei protagonisti da vicino, riuscendo a non farmi trascinare dai facili entusiasmi.

Nel libro di Filippo Facci "30 aprile 1993 – Bettino Craxi, l'ultimo giorno di una Repubblica e la fine della politica” viene sottolineato come le immagini di quel 30 aprile esistano solo grazie al suo lavoro, a quello di Falconi e del fotografo Luciano del Castillo, arrampicatosi sul tetto di un ristorante.

È verissimo. Non ho mai avuto l’occasione di ringraziare Facci e lo faccio adesso. Si è comportato da vero giornalista e si è chiesto chi fossero i cronisti che stavano là, quali fossero i loro nomi. Io consegnai alla storia quelle immagini, ma il mio nome non venne fuori. Nessuno aveva mai rivelato che quella disperata che urlava era Valeria Coiante. Sono grata a Filippo, così come sono grata a Minoli.

Lei, Peter Gomez, Piero Colaprico: i giornalisti che raccontarono Tangentopoli erano tutti giovani. Leggenda narra che i direttori non colsero da subito la reale portata della vicenda e per questo non scomodarono le ‘grandi penne’.

Andò proprio così. Nell’ottobre 1993, sei mesi dopo il lancio delle monetine a Craxi, in apertura del processo a Sergio Cusani Di Pietro fece l’arringa al Tribunale di Milano. Non era ancora conosciutissimo e nessuno immaginava che quel Pm avrebbe messo alla sbarra tutti i politici italiani. ‘Vai un po’ a sentire che dice ‘sto Di Pietro’, era la richiesta. Quando tornai informai Minoli che sarebbe esploso il casino di lì a poco. Vedemmo sfilare Forlani, Bossi e, dulcis in fundo, proprio Craxi. Quello fu il mio primo servizio per ‘Mixer’ da Milano. Mettiamola così: più che snobbare la notizia, nessuno si rese conto di ciò che sarebbe venuto giù.

Se non fosse stata giornalista, lei le monetine le avrebbe lanciate?

No, non l’avrebbe fatto né la Valeria di ieri, né quella di adesso. Era tutto un sistema a non piacerci, non il singolo personaggio.

Oltre trent’anni dopo, il giudizio su Craxi è stato parzialmente corretto. Anche lei ha mutato la sua opinione?

Non avendolo mai visto semplicemente come un ladro, non ho un’opinione da cambiare. Craxi allora era per me un politico che faceva parte di un sistema. Rifiutando quel sistema, di conseguenza rifiutammo Craxi. Per il resto, è giusto cambiare il proprio giudizio. Ogni avvenimento, visto con un po’ di distanza, viene ricollocato. Non significa dimenticare le eventuali colpe, né essere negazionisti o revisionisti. Si tratta semplicemente di una rilettura più serena e distaccata.

Per farlo è probabilmente necessario il passaggio alla generazione successiva.

È possibile, a patto che questa generazione si sia informata e abbia conoscenza delle fonti. Va bene rileggere la storia, ma solo se hai studiato molto e hai sentito tanti dei testimoni principali.

Cosa prova quando rispuntano quelle immagini dagli archivi?

Per tanti anni ho desiderato di poter tornare indietro e cambiare tutto. Mi sentivo un po’ ridicola, non mi andavo bene. Ma dopo trentatré anni dico che mi va bene così. Fu una testimonianza talmente vera e non filtrata che è passata alla storia per quello. Però non mi rivedo, evito proprio. In compenso, mi arrivano i messaggi di avviso dagli amici. Ogni tanto mi buttano dentro a qualche speciale, l’ultimo in ordine di tempo è stato il documentario di Netflix su Fabrizio Corona.

Un bel riconoscimento.

Sì. Poi purtroppo c’è la schiera di coloro che hanno usato le mie immagini e la mia voce, ben guardandosi dal citare me e ‘Mixer’. Gente che ha fatto passare quel materiale come proprio, senza preoccuparsi di nominare quella ragazza che faceva la cronaca in mezzo alla bolgia.

Dopo “Mixer” approdò alla conduzione di “Crash”, su Rai 3 e Rai Storia.

Stare in mezzo alla storia era evidentemente nel mio destino. Dopo aver seguito tutta Tangentopoli in prima persona, sempre Minoli mi chiamò a Rai Educational affidandomi un argomentino epocale come quello dell’immigrazione. Un grande progetto che ci portò a vincere un sacco di premi.

Il presente si chiama “Codice”.

È un programma molto difficile, si occupa di intelligenza artificiale ed innovazione digitale. Lo curo assieme a Barbara Carfagna, che ne è anche la conduttrice. Affrontiamo temi che io stessa fatico a comprendere fino in fondo. L’intelligenza artificiale nel 2026 ha una potenza assoluta. Posso dire di essere passata dalla storia al futuro.

Ha ancora sogni nel cassetto?

Mi piacerebbe che Paolo Corsini, responsabile dell’approfondimento Rai, mi affidasse un nuovo progetto. Lo sto tormentando da mesi. A mio avviso varrebbe la pena tornare a concentrarsi sull’immigrazione. È un argomento che nessuno affronta in maniera puntuale ad approfondita.

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