Peppone Calabrese: “Non festeggio gli ascolti, le critiche le leggo tutte. La spesa è un atto politico, non partitico”
Mentre parliamo al telefono, qualcuno lo ferma per strada. "Di dove sei tu?" chiede Peppone Calabrese, e quando sente rispondere "di Napoli" parte un "grande!" che mi arriva in cornetta insieme a una frase che dice molto sul personaggio: "Ti vedo tutti i giorni". È durato quindici secondi, ma è la sintesi più efficace di quello che sta succedendo nel mezzogiorno di Rai1.
Tra poche settimane Camper Osteria Italia assegnerà per la prima volta il titolo che dà il nome al programma, chiudendo l'edizione più rinnovata del format: due osterie a conduzione familiare in gara ogni settimana, una giuria presieduta da Andy Luotto con Angelica Amodei e Vittorio Vaccaro, quattro inviati sul territorio. Gli ascolti hanno viaggiato stabilmente tra il 16 e il 18% di share, numeri che a giugno il direttore dell'intrattenimento daytime Rai Angelo Mellone ha rivendicato pubblicamente parlando di un fenomeno che non si vedeva dai primi anni Duemila, e che hanno acceso una delle polemiche televisive dell'estate: da una parte la difesa aziendale contro i "critici della paleotelevisione", dall'altra il giudizio di chi considera Peppone fuori dai canoni della conduzione.
Calabrese, in questa intervista a Fanpage.it, non nomina nessuno e non alza la voce. Ma non si sottrae. "Cerco sempre di capire che cosa non piace", dice dei messaggi negativi che arrivano. "Non cerco di fargli cambiare idea, perché io sono molto convinto del lavoro che abbiamo fatto." Anche sugli ottimi ascolti, per la stessa scala di valori, si rifiuta di commentare, e spiega perché: "Se mi dovessi concentrare sullo share farei delle cose per lo share. Invece io voglio fare le cose per quei paesi. Per quella gente."
Il passaggio più netto arriva quando racconta i borghi che si spopolano e le feste popolari che per un giorno li riempiono: "La spesa è un atto politico. Non partitico: politico." Poi c'è il resto: Potenza, che difende dalla nomea di città più brutta d'Italia; Antonella Clerici, che a settembre si riprenderà la fascia e da cui vorrebbe ancora consigli; i due conduttori che ammira, Marco Liorni e Stefano De Martino; e la confessione sulla gara, che nessuno si aspetta da un oste: dalle osterie in gara lui non assaggia niente. Volutamente.
Peppone, tra poche settimane assegnerai il primo titolo di Osteria Italia e chiuderai la prima edizione di Camper in questo format completamente rinnovato. Che percorso è stato?
Quando abbiamo iniziato ero molto curioso di vedere come andava, quali erano le impressioni. Nel tempo, piano piano, ho maturato una consapevolezza: è un programma che veramente mi rende felice, perché percepisco allo stesso modo la felicità delle persone che si sentono protagoniste.
Qual è la traccia che lascia Camper Osteria Italia?
Non è la spettacolarizzazione a tutti i costi, ma la partecipazione attiva. Vengono da noi sentendosi prima di tutto cittadini e protagonisti del loro territorio. E questa è una cosa bellissima, perché il format funziona così. Noi abbiamo due osterie che vivono quel territorio e quindi lo rappresentano. Poi noi, con gli inviati, andiamo su quel territorio. Andiamo da loro, a casa loro, andiamo a conoscere i loro amici, i paesi vicini, lo stile di quel territorio. Loro vengono a Roma e ci portano la loro cucina, e noi andiamo a casa loro e nei paesi limitrofi. Andiamo a conoscere i produttori. Quindi raccontiamo la parte culturale, la parte gastronomica, la parte sociologica, la parte antropologica di quel territorio. Facciamo un racconto, non dico olistico, ma quasi.
Hai riportato in televisione un personaggio che era stato un po' dimenticato come Andy Luotto. È diventato la tua spalla, puntata dopo puntata.
Sì. Lui, come Angelica e Vittorio sentono grande responsabilità: ogni voto deve gratificare quel lavoro quotidiano. È un lavoro di persone che vengono facendo il sacrificio di non stare a casa a lavorare, perché uno come me, che ha un'osteria, sa che cosa vuol dire stare fuori quattro giorni. Il valore di quella venuta non è solo pubblicitario, è proprio amore per il lavoro che fanno e per il territorio.
È una cosa che si percepisce da fuori o che vivete anche voi in studio?
Non solo la percepiamo, noi partecipiamo a quella cosa. Io per esempio sono davvero felice quando loro riescono a mettere in evidenza tutto il loro sapere, perché loro sanno da dove viene quel prodotto, te lo dicono, te lo trasferiscono. Questa cosa è troppo bella.
Tutto questo si traduce in ascolti che il direttore del Day Time Angelo Mellone ha rivendicato sopra il 18%, parlando di risultati che non si vedevano dai primi anni Duemila. Mi commenti questi risultati?
Io non faccio mai commenti sugli ascolti, e c'è una ragione. Io spero sempre che ci siano commenti, riflessioni, considerazioni su quello che stiamo cercando di fare. Se mi dovessi concentrare sullo share farei delle cose per lo share. Invece io voglio fare le cose per quei paesi, per quelle osterie. Voglio che escano loro. Voglio che sia chiara l'intenzione di questo programma, di questa redazione, della direzione. Io credo nella bontà di questo progetto, te lo dico veramente con tutto il cuore, perché io vengo dalla provincia, vengo da una delle province più bistrattate d'Italia. Potenza è la città che tutti dicono sia la più brutta d'Italia. Per me invece è la più bella del mondo.
Essere un conduttore anomalo ti porta anche un certo tipo di critiche: quelle che il tuo direttore ha definito dei "critici della paleotelevisione". Se hai un sassolino nella scarpa, questa è la tribuna per toglierlo.
Nessun sassolino. A me arrivano sempre tanti messaggi, anche sulla mail: ci sono tantissimi messaggi belli e anche tanti messaggi negativi. "Non mi piace", "mi piaceva più l'anno scorso". Io invece cerco sempre di capire che cosa non piace, cerco di capire qual è la parte critica per fare meglio. Non cerco di convincerli, perché io sono molto convinto del lavoro che abbiamo fatto con gli autori e con la redazione di questo progetto.
Convinto in che senso?
Per dirti: a me la parte dell'antropologia del cibo, tutta quella rubrica che facciamo ogni giorno, per me è poesia. È una delle cose più belle che possa fare in televisione, perché non parliamo solo del piatto, ma del perché quel piatto in quel posto. Hai visto quando abbiamo parlato del baccalà? Quanta bellezza. La gente mi chiama, mi ringrazia. Perché il baccalà a Napoli? Perché il baccalà a Bari, che sono paesi di mare? Perché succede questa cosa? Per me questo è un abbraccio, è una cosa unica. E poi incoraggiamo sempre l'orto in casa: quando si parla di sostenibilità, parlare dell'orto in casa, degli artigiani, di questi cacchio di paesi che si spopolano. Perché io poi vado in giro nei paesi, ci vado. E quando vedi un paese di mille anime, e queste mille anime quando è il momento si stringono tutte nella festa popolare, torna la gente. E capisci perché lo fanno. Lo fanno per amore. Per amore di quella terra.
Da settembre torni a Linea Verde. Ti basta il daytime o hai voglia di sperimentare una fascia nuova?
No, no, no, no. Mi basta.
A settembre Antonella Clerici si riprende la fascia. Vi siete mai parlati? Ti ha mai dato consigli su come condurre?
Io vorrei sempre consigli da Antonella, è un pilastro. Io ho iniziato con lei a La Prova del Cuoco. Ricordo che mi lanciava il servizio con quel sorriso, e le sue risate quando io andavo in giro per l'Italia che stavo sempre a dieta. Porto nel cuore quei giorni e, quindi, magari averli, i consigli da lei. Magari.
È stata una stagione che ti ha provato anche fisicamente: novanta minuti in piedi tutti i giorni, e pure quella caduta sfiorata in diretta.
Che stile, eh? Come sono "non caduto". Sono montanaro e sono tempra tosta.
C'è un programma o un collega che guardi e pensi: mi piacerebbe fare questa cosa, o farla con lui?
Mi piace il modo di condurre di due persone. Uno è Marco Liorni e l'altro è De Martino. Sono due molto diversi, ma mi piace molto lo stile di entrambi.
Non sappiamo ancora quale osteria vincerà. Ma tu forse un'idea ce l'hai.
Lo sai che io sono teso per questa cosa? Quando escono i voti io è come se stessi affiancato a loro, perché io non assaggio. Volutamente.
Per non dare l'impressione di parteggiare?
E certo. Perché sai, quando ha perso la Basilicata io avevo il cuore in lacrime. Ero disperato.
Una cosa però me la puoi dire, per giocare con i lettori: qual è il piatto di quest'estate?
Senza ombra di dubbio la trippa, l'insalata di trippa.
Di quale regione?
Guarda, un po' tutte le regioni usano la trippa, e la puoi fare sia d'inverno, normalmente la fai un po' più calda. Ma dato che è un piatto economicamente sostenibile, quasi tutti si sono inventati un po' l'insalata di trippa.
Quella che – io sono napoletano – facciamo noi con i carrettini: ‘o pere e ‘o musso.
Bravo, bravissimo. È una cosa che accomuna gran parte dell'Italia. Io sono un grande amante della trippa. E poi, non so se lo sai, è un piatto senza tante calorie. Ed è proprio uno dei piatti della cucina popolare italiana. Molti l'attribuiscono alla Toscana centro-nord, ma la trovi in tutta Italia, comunque a quella matrice contadina.
Un piatto come la trippa, alla fine, che cosa racconta di noi?
Quando si decide di spendere per mangiare qualcosa di semplice, si fa un atto politico. La stessa spesa è un atto politico. Non partitico, attenzione: politico. Nel momento in cui cacci un euro e decidi se quell'euro deve permettere ai tuoi figli di restare a casa, di far vedere dove sono nati i genitori e dov'è nato l'amore di quei genitori, stai facendo politica.