Memo Remigi: “Serena Bortone volle farmi fuori”. Su Barbara D’Urso e Berlusconi: “Pier Silvio ha fatto pulizia”

C’è un video su Instagram in cui Memo Remigi si tuffa in mare dagli scogli che ha totalizzato 5 milioni di visualizzazioni, anche grazie a una didascalia diventata uno slogan: “Chi l’ha detto che a 88 anni certe cose non si possono più fare?”. Il cantautore che ha scritto l’inno non ufficiale di Milano, che ha attraversato la televisione dal bianco e nero al digitale, che ha diviso il palco con i mostri sacri dello spettacolo e il pianoforte con i più grandi artisti, oggi vive una seconda giovinezza sui social.
Ma dietro quell’ironia c’è una vita che ha attraversato la storia italiana e che ci ha raccontato: i bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale visti da bambino, la scoperta come cantante da parte di Giovanni D’Anzi (quello di “O mia bela Madunina”), i night club della malavita, sette Festival di Sanremo (“con Tenco suonai un ultimo dell’anno a Genova, quel gesto l’ha fatto da incosciente”), l’amore e il lutto per la morte della moglie Lucia Russo, la storia d’amore con Barbara D’Urso e il veto di Pier Silvio (“su personaggi accondiscendenti verso le stravaganze notturne di Berlusconi”), fino al licenziamento in diretta per il caso con Jessica Morlacchi, una ferita ancora aperta: “Sono convinto che sia stata Serena Bortone a volermi fare fuori. È stato un processo televisivo in mia assenza”. E, in chiusura, ha lanciato un messaggio a Stefano De Martino in vista di Sanremo: ha inciso con Lino Banfi una canzone che i due vorrebbero portare al Festival del 2027.
Dopo 60 anni di carriera hai pubblicato un nuovo album, sei tornato in Rai e ora vivi una nuova vita sui social. Come si fa ad avere un'energia così inesauribile?
Non ho mai vissuto grossi drammi, al contrario dei miei colleghi che non avevano i soldi per mangiare. Mi sono sempre reputato un fortunato, per i miei genitori, per la vita che ho fatto. I dispiaceri sono stati quelli affettivi, ultimo quello di mia moglie Lucia, che se n'è andata nel 2021. È stata una donna che in una persona era tutto: fidanzata, amante, moglie e madre.

Visto che sui social ti rivolgi a un pubblico giovanissimo che magari non conosce la tua storia: com’è iniziato tutto?
Devo tutto a un incontro fortunato con Giovanni D'Anzi, l'autore di “O mia bela Madunina”. Lui aveva una casa a Santa Margherita Ligure, la villa famosa dove riceveva gli artisti di allora come Johnny Dorelli e Betty Curtis. Ogni mattina saliva ai bagni sopra l'albergo a bere un caffè e leggere il giornale. Io non avevo ancora iniziato questo mestiere, ma salivo dai bagni con la ragazzina del momento e mi mettevo al pianoforte a farle ascoltare "la nuova canzone che ho scritto per te". La canzone era sempre quella, bastava cambiare il nome della ragazzina. Una mattina D'Anzi era lì, mi sentì suonicchiare e canticchiare, e così è nato tutto: si rivolse ai miei genitori e chiese di lasciarmi andare da lui alle edizioni Curci a Milano.
Quello che stupisce nei racconti di chi viene dal dopoguerra è l'inguaribile ottimismo.
Per l’età che ho ricordo anche la guerra. Ne ho anche scritto nel libro "Sapessi com'è strano", dove racconto i miei 60 anni di carriera e anche l'infanzia. Abitavo in Brianza e di notte mio padre ogni tanto mi portava su una collina e in lontananza si vedevano i bombardamenti sopra Milano. Pensavo fossero fuochi d'artificio, ma lui mi diceva: "No, sono le bombe".
La tua famiglia è stata toccata dalla guerra?
Un giorno ero seduto davanti sul serbatoio della moto Guzzi di mio padre e siamo stati mitragliati da un aereo inglese: dopo aver sganciato le bombe su Milano, rientrando mitragliavano tutto quello che trovavano sulle strade. Su quella provinciale un aereo si mise a spararci addosso. Mio padre, per evitare il peggio, si buttò in un fosso. Ho ancora davanti agli occhi quella scena: io in braccio a mio padre, la moto rovesciata nel fosso e la ruota davanti che continuava a girare. Tutta questa positività che ho ancora dentro è anche una reazione a quelle esperienze. E devo ringraziare Dio, che mi concede ancora una certa lucidità.
Anche artisticamente il tuo è stato un percorso lunghissimo.
Ogni tanto mi soffermo e dico: "Ma ci pensi?". Io arrivo dalla televisione in bianco e nero. La mia prima trasmissione l'ho fatta con Marcello Marchesi, un grandissimo personaggio. Poi ho condotto due trasmissioni sui cantautori e avevo come ospiti tutti quelli che sono diventati grandi, da Cocciante a Bennato. Oppure con Corrado, che faceva "Domenica in" da Roma e si collegava con me a Milano, dove ogni puntata avevo come protagonista una grande donna: Lea Massari, Rosanna Schiaffino, Rita Pavone. Se ci ripenso mi sembra ieri.
E naturalmente non si può dimenticare "Innamorati a Milano". Come nacque?
Sempre con D'Anzi. Io non conosco la musica, ho sempre suonato a orecchio. D'Anzi mi diceva: "Ti mettet lì e sona". Io suonavo, lui faceva finta di scrivere altre cose alla scrivania, e quando sentiva qualcosa di interessante diceva in milanese: "Ah, fa sentì, che l'è bela quela roba lì". "Innamorati a Milano" nacque per gioco. A un certo punto dissi: "Sapessi com'è strano, sentirsi innamorati a Milano". Perché qui le persone fanno tutto di fretta, anche l'amore lo fanno in piedi per non perdere tempo. Alla fine è diventato il mio inno.
Quando arrivò il successo eri un ragazzo in una Milano in pieno boom economico.
Ho vissuto la popolarità come una gratificazione, ma da ragazzo curioso di famiglia perbene, educato, che non si metteva le dita nel naso. I più severi dicevano: "Memo Remigi non è un granché, però è elegante" (ride, ndr). Ho vissuto la "Milano da bere" facendone parte, ma fuori dalla milanesità alla Cochi e Renato, con i quali peraltro ho fatto un programma.
Tra gli anni Sessanta e i Settanta Milano c’erano prima la Ligera e poi la Mala. I cantanti a volte avevano, anche inconsapevolmente, rapporti con quel mondo criminale. Ti è mai capitato di trovarti davanti un pubblico "particolare"?
Ho fatto una gavetta incredibile. Quando ho iniziato ad avere una certa popolarità mi sono comprato un camioncino con scritto fuori "Memo Remigi e il suo complesso" e giravamo tutta Italia. Facevo "le quindicine", come le prostitute delle case di tolleranza: dall'1 al 15 a Palermo, dal 15 al 30 a Catania, così a Reggio Calabria, Napoli, Roma, poi su fino a Firenze. In quei night c'erano le entraîneuse che, quando il signore che ordinava lo champagne non se ne accorgeva, buttavano il contenuto nel secchiello del ghiaccio per farne ordinare un'altra, visto che avevano una percentuale. E sì, quei locali erano frequentati anche dalla malavita.
Un episodio?
Ho lavorato un periodo a Torvaianica dove tutte le sere veniva quello che chiamavano "faccia d'angelo", della malavita milanese ma che in quel periodo girava a Roma con Franco Califano. Si trattava di Francis Turatello, a Milano il re delle bische e che veniva al night ogni sera. Ma una brutta esperienza l’ho vissuta con Bruno Martino protagonista.
Cioè?
Ero a Catania, in un locale dove si suonava in due orchestre, dalle 10 di sera alle 4 o 5 del mattino. A un certo punto uno di questi malavitosi si avvicina a Bruno e gli fa: "Maestro, mi potrebbe cantare E La Chiamano Estate?. E Bruno, continuando a suonare: "Sì, va bene, dopo". Finita la canzone, ne attacca un'altra. Quello si alza una seconda volta: "Maestro, E La Chiamano Estate?”. "Sì, tranquillo, la canto dopo". Alla terza volta Bruno attacca ancora un altro pezzo, quello si alza di nuovo dal tavolino, gli va vicino e gli punta un coltello alla gola: "Maestro, mi potrebbe cantare E La Chiamano Estate?”. E Bruno, che stava cantando tutt'altro, attacca proprio quel pezzo. Insomma, c’erano anche quelle cose lì.
Che effetto ti fa ascoltare la musica di oggi?
Mi sento fuori dal mondo, tranne alcuni artisti che fanno ancora canzoni ascoltabili e che forse avranno un futuro. Facciamoci caso: a distanza di anni siamo ancora qui a cantare quelle canzoni. Quelle di oggi mi chiedo se le potremo ricantare con la stessa nostalgia.
I social sono solo un gioco per te?
Mi diverto, per gioco ho pubblicato quel primo video al mare, dove mi tuffo dagli scogli, con la frase: "Chi l'ha detto che a 88 anni certe cose non si possono più fare?", e raggiunto ben 5 milioni di visualizzazioni. Una nuova popolarità inaspettata. Mi chiedo se succederebbe la stessa cosa con una canzone. Dopo queste “cavolate” proverò con qualcosa di musicale.
Un inedito?
Una mia canzone, "Cerchi nell'acqua", che fu inserita nel film francese "Vivere per vivere" con Yves Montand e Annie Girardot. Vorrei scriverci sotto: "Almeno per questi tre minuti sedetevi e ascoltate, perché so anche suonare e cantare". Questa è l'identità che mi porto dentro da una vita. La forma fisica fa visualizzazioni, ma la musica dovrebbe emozionare.
A proposito di musica, hai partecipato a diversi Festival di Sanremo.
Sette volte, come autore e concorrente. La prima con Sergio Endrigo, ma sarei dovuto andare in coppia con Ornella Vanoni a cantare "Io ti darò di più", che avevo scritto. Poi Gianni Ravera mi disse: "Orietta Berti è innamorata di quella canzone, e allora si andava in coppia, per cui ho perso un po' il mio treno come cantante. Quella canzone ha avuto successo in tutto il mondo. Ravera mi consolò: "Devi essere contento, hai due canzoni come autore". Una era "La notte dell'addio", che cantava Iva Zanicchi e che per me resta la più bella canzone che ho scritto. L'anno dopo mi chiamò Sergio Endrigo: "Vieni in coppia con me a cantare?". E andai con lui proprio l'anno in cui si suicidò Luigi Tenco, il 1967.
Ognuno dei presenti a quel Festival ha dato la sua versione sulla fine di Tenco. La tua?
Io Tenco l'avevo conosciuto prima ancora di fare questo mestiere. Ero a Portofino, dove avevo incontrato Fabrizio De André, figlio di papà anche lui, e mi disse: "Guarda, c'è un gruppo di amici di Genova che cercano un pianista per un ultimo dell'anno". Il gruppo era formato da Gino Paoli alla tromba, Luigi Tenco al sax baritono, Bruno Lauzi alla chitarra, Oscar Prudente alla batteria, Bruno Crovetto al basso. Un supergruppo. Mancava solo il tastierista. Così iniziai a suonare con loro e conobbi tutta la scuola genovese.
E sulla morte di Tenco?
Luigi ha fatto quel gesto per una sorta di ingiustizia percepita. Era in coppia con Dalida, una grande diva francese, e c'era anche quella storia d'amore tra loro che aiutava. Era convinto che "Ciao amore, ciao" potesse essere una canzone popolare, che arrivava facilmente. Ma non andò neanche in finale. Poi era anche un po’ “alterato” da alcune sostanze, per cui quella condizione lo portò a pensare: se vanno in finale certe canzoni è inutile che io faccia questo mestiere, che faccia l'artista. E ha fatto quel gesto da incosciente. Quelle sono cose che si fanno quando pensi che niente possa ricominciare, che niente vada come vorresti.
Gli ultimi Festival di Sanremo ti sono piaciuti?
È diventato il “festival dello show”, pensano più a fare spettacolo, le canzoni passano in secondo piano. Nei festival del passato si puntava sulla qualità della canzone. Ti ricordi cosa si diceva? Una canzone dev'essere orecchiabile perché il garzone che al mattino porta il pane deve poterla fischiettare. Oggi ci sono canzoni che da un anno all'altro non senti più in giro.
Un consiglio a Stefano De Martino, nuovo direttore artistico?
Qui siamo di fronte al miracolo. Questo ragazzo è bravissimo, un vero showman, sa fare tutto, è simpatico, bellissimo, disinvolto. Gli abbiamo scoperto una verve e un'empatia che ha naturali. Adesso gli hanno dato da guidare questa grande nave e si aspettano tripli salti mortali. Io mi auguro solo che non abbandoni la tradizione del Festival, Sanremo non è solo per i giovani, è per tutti. Spero che non si dimentichi che Sanremo ha sempre unito l'Italia.
Ma Memo Remigi non ci pensa più a Sanremo?
Ti dò una notizia. Io e Lino Banfi abbiamo cantato una canzone insieme, un duetto che si chiama "Il Grande Viaggio". È la nostra storia, dove parliamo di questo grande viaggio che abbiamo fatto dall'inizio della nostra vita e fino ad oggi. Ci siamo trovati con Lino a Matera e al ritorno, abbiamo girato un videoclip molto carino dove diciamo: chi l'ha detto che a 88 anni io e a 90 lui non possiamo cantare una canzone insieme?

Lanciamo un messaggio a Stefano De Martino per avervi ospiti?
Sì, vorremmo portare la canzone fuori gara, perché gareggiare non avrebbe senso. Sarebbe un riconoscimento soprattutto per Lino, per tutto quello che ha fatto, e un po' anche a me. Il messaggio a De Martino potremmo scriverlo così: è un momento di grande novità in mano tua, però ricordati che non ci sono solo i giovani, ci sono anche quelle persone che da anni seguono il Festival, la nostra generazione, che hanno il diritto di essere rappresentati.
Non posso non chiederti di Silvio Berlusconi, che hai conosciuto bene.
Intanto una cosa che pochi sanno, cioè che quando aveva la sua emittente privata, Canale 58, prima di Telemilano e poi Mediaset, la sigla di apertura e chiusura di tutti i giorni ero io che cantavo "Innamorati a Milano". Era la sua canzone preferita. E poi ci siamo incrociati sulle navi, io facevo gli show in crociera con Enrico Simonetti, il papà di Claudio musicista dei Goblin, e Berlusconi che faceva il cantante accompagnato al pianoforte da Fedele Confalonieri.
C'è un episodio privato che ricordi in particolare di Berlusconi?
L'episodio più bello e più intimo è quando invitò me e Lucia a Villa Certosa. Si era reso conto che mia moglie lavorava molto bene, era brava anche da un punto di vista politico, e voleva affidarle un incarico alla Camera o al Senato. Arriviamo a casa sua, lui vestito sportivo, ci accoglie nel salone dove aveva un pianoforte a coda e la prima cosa che mi chiede è: "Mi suoni Innamorati a Milano?". Poi lo accompagno nelle canzoni francesi, canticchiamo pianoforte e voce, era felicissimo. Ci siamo spostati in un salone di fianco, ha preso il curriculum di Lucia e le ha detto: "Hai fatto tante cose belle. Allora dimmi: cosa vuoi, la Camera o il Senato?". Ci siamo guardati in faccia, e lei: "Preferirei il Senato".
E poi?
La chiamata non è mai arrivata. Lucia andò a Roma, la ricevettero in sede, c'era un plico con scritto "S.B.", la sigla del Cavaliere. "Adesso vediamo, la manderemo a chiamare, un po' di pazienza", le dissero i funzionari. Ma niente. È stato comunque un momento di grande illusione. Ma lui era così, era in grado di creare grandissime illusioni.
Della tua vita ha fatto parte anche Barbara D'Urso, con cui hai avuto una storia.
Abbiamo passato quattro anni insieme piacevoli. Era il periodo della mia separazione da Lucia. Convivevo con Barbara in un piccolo appartamento a Milano. L'ho aiutata molto, non raccomandandola, ma gli addetti ai lavori sapevano che era la mia compagna e le davano delle opportunità. Io lavoravo in tante televisioni private oltre a quelle nazionali e lei lavorava con me. In quattro anni ha assimilato tantissimo e la aiutavo a valutare le proposte.

E come finì?
Ci siamo lasciati perché lei, a un certo punto, voleva un figlio e il matrimonio. E io ho detto no, avevo già dato, e avevo un figlio che per me è sempre venuto prima di tutto. Quando siamo arrivati alla rottura le ho detto: "È giusto anche per te. Sei giovane, sei una bella ragazza, hai un sacco di qualità, fatti una famiglia, trova chi ti sposa, metti al mondo dei bambini". E Barbara si è resa conto che l'unica soluzione era quella, così ci siamo lasciati.
Vi sentite ancora?
No, perché purtroppo la prima esperienza che ha avuto dopo di me è stata brutta. Si lasciò affascinare da un tipo che aveva un locale e faceva le "sparate". Andava in giro con gli aerei da turismo con gli striscioni "Barbara ti amo". Dopo una settimana che conviveva con lui, lei gli fece una scenata di gelosia davanti ai suoi amici. Lui le disse: "Vieni un momento nell'ufficio del locale, ti devo parlare". La trattò male e lei mi telefonò alle 3 del mattino, piangendo. Da lì non l'ho più vista. Partì per Roma e cercò di legarsi a un produttore che aveva avuto un grande successo al cinema. Era molto ambiziosa, voleva arrivare a tutti i costi. Si mise con lui anche sperando di poter fare dei film, invece non ne fece e trovò la sua strada in Mediaset.
Come ti spieghi il fatto che non sia più in tv da tre anni?
Credo che il figlio, dopo la morte di Silvio, abbia trovato nella sua televisione una serie di personaggi molto accondiscendenti verso le stravaganze notturne di Berlusconi, in particolare da parte delle donne che gli ruotavano attorno. Così, una volta presa in mano l’azienda, ha detto: "Qui devo fare pulizia". E fuori dalle balle tutti quelli legati a quel mondo.
Paradossalmente nel 2022 anche per te arriva il momento più difficile in tv: il caso con Jessica Morlacchi, le accuse di molestia sessuale e il licenziamento dalla Rai.
Ti racconto com’è andato tutto. Mia moglie è mancata il 12 gennaio 2021. La trasmissione "Oggi è un altro giorno" era in onda da mesi e mi invitarono a una puntata. Io dissi al mio agente: "Non voglio andare". E lui: "Memo vai, tirati fuori da questa situazione. È un programma carino, starai al pianoforte, ricorderai le tue canzoni e parlerai di Lucia". Andai e il giorno dopo guardarono gli ascolti, che nel momento della mia intervista erano saliti tantissimo. Mi hanno tenuto fino a giugno e riconfermato per l’anno dopo.

Con Jessica Morlacchi che rapporto avevi?
Di grande cameratismo. Lei è una romana verace, spontanea, alla mano, molto ironica, abbiamo sempre scherzato, in tantissime occasioni. Avevamo un rapporto molto schietto, pensa che conservo sul cellulare una fotografia che Jessica mi aveva mandato prima di quel fatto. L'ho tenuta proprio come "emergenza", nel caso fossero successe cose più gravi. È una foto in cui lei si mette in una posa un po' prorompente e scrive: "Tiè, beccate ‘sta gran fregna!". Ecco il livello di confidenza e di scherzo che c'era tra noi. Poi mi hanno distrutto.
Se con Jessica avevate questo rapporto, perché lei non ti ha difeso?
Perché con Serena Bortone iniziarono dei momenti di gelosia nei miei confronti. Tutti gli ospiti che entravano in studio venivano da me, baci e abbracci, e lei mi diceva: "Ah, ma li conosci proprio tutti". Serena, scusami, sono 60 anni che faccio questo mestiere. E poi c'è stato un episodio brutto in diretta con Peppino Di Capri: lei si rifiutò di farmi cantare un pezzo con lui, buttò via i fogli. Il giorno dopo Striscia la Notizia la fece a pezzi. Quel video non l’avevo mai pubblicato, l'ho messo sui social quando è mancato Peppino, perché era stato un momento tenero, e un po' per togliermi il rospo dalla gola. Il clima era già teso.
Con Serena Bortone vi siete mai chiariti?
No, sono convinto che sia stata Serena Bortone a volermi fare fuori, e che abbia detto anche a Jessica di non difendermi. Forse anche perché lei in quel periodo faceva la portabandiera del MeToo, c'era questa rivendicazione delle donne, uscivano denunce a distanza di anni.
Dopo quel video non hai lavorato per due anni.
Se il giorno dopo la pubblicazione di quel video, dove peraltro non ero neanche in primo piano, fossi entrato in studio con un mazzo di rose: "Jessica scusami, ho scherzato", la cosa sarebbe finita lì. Invece è stata una ghigliottina: sono stato due anni senza televisione. E la cosa più grave è che sono stato licenziato in diretta televisiva. Non era mai successo.
Come hai vissuto quel momento?
Gli autori mi avevano detto: "Stai via due giorni, diciamo che sei andato a casa, e rientri mercoledì". Io sono rimasto a Roma, in albergo. Mercoledì vedo che non mi chiamano. Accendo la televisione alle due, quando inizia la trasmissione, e vedo Serena Bortone che dice: "Come avete visto, Memo Remigi non fa più parte di questo programma". A me è venuto un colpo. È stato una sorta di processo televisivo, in mia assenza, senza neanche comunicarmelo. Nemmeno la Rai. Una gogna che può rovinare 60 anni di carriera.
Su Wikipedia è ancora riportato: “Viene rimosso dal cast di Oggi è un altro giorno per aver molestato sessualmente palpeggiando, in diretta, la cantante Jessica Morlacchi”.
Le conseguenze le hanno subite anche i miei nipoti. A scuola prima gli dicevano "tuo nonno è quello della televisione, che scrive belle canzoni". Dopo quel fatto gli hanno detto: "Tuo nonno è quello che tocca il sedere alle ragazze". Quello vuol dire rovinare una persona. Sono rientrato in tv grazie a Maurizio Costanzo, sapeva che non sono un vecchio sporcaccione.
Dopo un’esistenza così piena, hai capito se la vita ha un senso?
Io credo che un senso, qualsiasi vita fai, ci sia. Innanzitutto la vita merita di essere vissuta, in tutti i sensi, perché è un grosso dono che ognuno di noi ha a disposizione. E poi bisogna essere in grado di affrontare, al momento giusto, quello che ti capita. Dare un senso alla vita, per me, vuol dire innanzitutto viverla per quello che la vita ci porta ad affrontare.