Valeria Rossi: “Con Tre Parole comprai casa ai miei genitori. Quel brano simbolo dell’ultima estate felice”

“Non chiamarlo tormentone, ti prego!”. Valeria Rossi lo chiede a più riprese, convinta che la sua canzone divenuta iconica e generazionale meriti tutt’altra definizione. “Quello è un termine usato dai giornalisti e una volta che si crea l’etichetta purtroppo non la togli più. Un tormentone ti tormenta, il mio brano invece allietava. Preferisco definirlo un allietone”.
Una battuta, pronunciata col sorriso, che però fotografa alla perfezione il rapporto fra “Tre parole” e la sua autrice, che nel 2001 visse un’estate da assoluta protagonista: “Non ho fatto tanto in ambito musicale, ma quel che ho fatto evidentemente è bastato”, confida la Rossi a Fanpage.it. “Nei giorni scorsi mi sono recata al centro sociale Mosso per ritirare il premio ‘Donne in Musica’ e mi sono resa conto di quanto questo successo sia nel cuore delle persone”.
La passione per la musica accompagnò la Rossi fin da ragazzina: “Ѐ una forma espressiva che ho sempre amato. Ci ho investito tutte le mie energie. Lo studio del canto e della voce è stato addirittura terapeutico, andare in quella direzione non mi è costato. Anzi, è stato un investimento”.
Nata a Tripoli nel 1969, si trasferì in provincia di Roma all’età di un anno, in seguito al colpo di Stato di Muhammar Gheddafi. “Ѐ una lunga storia, diciamo che la nostra fu una fuga, un esodo. I miei erano nati in Libia e nella mia vita gli intrecci con l’Africa sono molto fitti. Ѐ un posto che sento parecchio, anche se l’ho vissuto poco lo sto recuperando adesso da adulta. Sugli italiani d’Africa ci ho persino incentrato la mia tesi di laurea”.
Quello universitario fu un percorso anomalo: “Mi iscrissi a Giurisprudenza, poi iniziai a lavorare e non completai la tesi. In seguito decisi di rimettermi a studiare ma optai per la facoltà di Antropologia. Mi sono laureata e non è escluso che io possa continuare. Sono in formazione costante”.
Nel 1996 si palesò la prima grande occasione, con l’ammissione al Centro Europeo di Toscolano di Mogol: “Quando seppi che si sarebbe sviluppato un progetto simile a quello promosso da Paul McCartney in Inghilterra impazzii e quando uscì il bando della Comunità Europea mi iscrissi immediatamente. Arrivai sul posto e c’era il cantiere, dovevano ancora completare la struttura. Fu un’esperienza intensiva di qualche settimana. Come docenti avevamo figure come Stefano D’Orazio e Lucio Dalla, puoi immaginare l’emozione”.
Al Cet tornasti qualche anno dopo, in una veste opposta.
Dopo l’exploit di ‘Tre parole’ mi ricontattarono, stavolta per una docenza. Da studentessa a insegnante, fu un bel salto.
Quella canzone era stata concepita inizialmente per uno spot.
Sì, di patatine. Il primo contratto professionale lo firmai per la Sony, come autrice e compositrice. Mi venivano chiesti spesso brani e jingle per delle pubblicità. Fortunatamente l’idea non si concretizzò.
Un progetto fallito che rappresentò una ‘sliding doors’.
Sviluppai il brano. Ebbe una gestazione lunga e, in origine, era differente dal pezzo che sarebbe stato pubblicato. Nacque in un modo e prese un’altra direzione.
Com’era la primissima versione?
Solo il ritornello era diverso, per il resto non cambiava nulla. Mi convinsero a introdurre le tre parole ‘sole, cuore e amore’ che non sono da me, essendo troppo solari (ride, ndr). L’intuizione fu di Francesco Cabras. Non c’era nemmeno un verbo ed era un messaggio di sintesi perfetto.
Il tuo ritornello recitava: “Sono il guaritore, sono il tuo dolore, sono la notte che deve passare”. Diventò: “Dammi tre parole, sole, cuore amore. Dammi un bacio che non fa parlare”.
Esatto. I discografici mi chiesero se potessi alleggerirla un pochino. Non ebbi problemi, sono elastica, accolgo le richieste degli altri e percepisco quando sono sentite. Non ci vedevo tattica o strategia.
Perché non pubblicare pure la versione originale?
Non ci ho mai pensato. Ormai quella canzone è talmente fissata nel Dna collettivo che va bene così. Inoltre, mi piacciono i risultati delle collaborazioni, generano entità terze rispetto a quelle iniziali. Mi entusiasma prendere strade impreviste che, a volte, ti somigliano in parte. Un po’ come i figli: non sono identici a te, fanno il loro tragitto. Stupirsi è un valore positivo.
Il videoclip sembrò improvvisato. Una percezione voluta?
Era un’improvvisazione ricercata. Mi dissero: ‘Vorremmo giocare sul tuo sorriso, ci sembra la cosa più comunicativa’. Misero elementi attorno a me senza costruire chissà cosa. Passò lo spirito gaudente e gioviale con cui lo girammo.
Il testo fece parecchio discutere, tra chi lo considerò frivolo e chi ci lesse della profondità.
Ci furono tantissime interpretazioni. Umberto Eco affermò che ci vedeva diversi piani di lettura. Per questo motivo ha toccato diverse fasce di pubblico e di genere. Ѐ stato trasversale, non aveva un linguaggio univoco, era ambiguo. Chi era open-mind colse la complessità del testo e questa miscela tra spensieratezza e malinconia. Comunque, è stato un bene che il mix non sia stato svelato, altrimenti sarebbe stato un brano accademico, manieristico.
“C’è solo una cura, io so che lo sai, è una stanza vuota, io mi fiderei”. Lo definisti un testo taoista.
La stanza vuota era un simbolo che rimandava al coraggio, alla volontà di lasciarsi andare al di là di stereotipi e schemi.
Meno comprensibile il passaggio “slacciati la faccia, arrabbia il gatto che gioca con la buccia e gira in tondo”.
Il gatto è la parte che non puoi ammaestrare, la parte disobbediente di te. Mi spiace perché su molti siti il testo è trascritto male. ‘Arrabbia’ viene spesso confuso con ‘rabbia’. ‘Arrabbia il gatto’ ha il significato di fare arrabbiare, di provocare, di andare a giocare con quella parte che non obbedisce ed è irrazionale. La buccia, al contrario, è la parte esterna, è l’involucro.
Nel 2001 il brano venne scartato a Sanremo.
Devo essere sincera: ci arrivai di corsa, a giochi quasi fatti. Non ho rimpianti, nella vita bisogna essere fatalisti e non prenderla sul personale. Certe situazioni fanno parte del percorso di un’artista. Non vissi quella bocciatura come un ostacolo. Forse fu meglio così, probabilmente non ero pronta a finire in un meccanismo così sfidante.
Ti riscattasti pochi mesi dopo al “Festivalbar”. Conquistasti il premio come rivelazione dell’anno, ma non finisti nella compilation.
La casa discografica andò da Andrea Salvetti, che però preferì stampare i due cd con i successi annunciati. A maggio non mi conosceva ancora nessuno. Il problema è che bastarono poche settimane per far schizzare ‘Tre parole’ in vetta alle classifiche. Da zero a mille.
“Tre parole” restò prima in classifica per sette settimane e conquistò tre dischi d’oro.
All’epoca i dischi d’oro erano davvero un traguardo, oggi te li tirano dietro. In ogni caso, non me la presi. Non sono attaccata agli episodi, ho un’innata tendenza all’impermanenza delle cose. Sono come i buddisti. I veri valori sono la crescita e la consapevolezza di sé.
Quella canzone fu il simbolo dell’ultima estate di felicità. L’11 settembre avrebbe spazzato via tutto, creando un reale spartiacque.
Nel 2015 scrissi un libro, ‘Tre parole dopo’, e spiegai esattamente questo. Fu l’ultima estate serena degli italiani, prima delle Torri Gemelle, di Berlusconi e dell’Euro. Tre disgrazie!
Nel 2004 pubblicasti il secondo album, prima di sparire per dieci anni.
La vita va avanti. Ho studiato, ho intrapreso strade di ricerca nel campo dell’antropologia, ho scritto e pubblicato un libro di ricette per bambini con allegato un cd contenente 21 brani-ricetta. Oltre a questo, mi sono dedicata alla crescita, sono diventata madre, mantenendo delle collaborazioni con artisti nelle vesti di autrice.
In tal senso, nel 2010 Jessica Brando partecipò tra i giovani a Sanremo con un tuo pezzo.
Scrissi ‘Dove non ci sono ore’. Ho sempre accettato collaborazioni che non richiedessero una tensione maniacale ed estrema. A Sanremo purtroppo questa è elevata ed è un aspetto che spesso mi ha condizionata. Nella carriera di un musicista il Festival ha un grande valore, tuttavia per me non è questione di vita o di morte. Con la maturità attuale magari un’esperienza la farei volentieri. Ma si devono creare le condizioni, nulla è scontato ed automatico.
“Tre parole” viene ancora oggi canticchiata e trasmessa. Ti ci sei arricchita?
La Siae la ha definita ufficialmente un evergreen, è salita di grado e ha ottenuto la qualifica. La canzone è tutt’ora suonata nei locali, sfruttata commercialmente. Qualcosa entra, ovviamente non come i primi tre anni quando ebbi l’opportunità di acquistare casa ai miei genitori. Adesso mi arrivano degli extra, nulla di eccezionale.
Raggiungesti la popolarità che avevi passato i trent’anni. Giovane, ma non giovanissima.
Credo di averla vissuta con stupore, con gratitudine, ma anche con una certa distanza. Non nel senso di freddezza, ma nel senso che una parte di me osservava tutto e si chiedeva: ‘Ok, ma io chi sono dentro questa cosa?’. Perché il successo ti espone, ma non ti spiega. Ti illumina, ma non sempre ti scalda. Ti porta vicino a tantissime persone, ma può anche renderti molto sola. Se intorno a te tutti vedono il personaggio e pochi continuano a vedere la persona. A 18 o 20 anni forse sarebbe stato più eccitante, più travolgente, forse avrei avuto più incoscienza per godermelo senza farmi troppe domande. Ma proprio per questo penso che sarebbe stato più pericoloso.
In che senso?
A quell’età stai ancora costruendo la tua identità e se arriva una forma di riconoscimento così forte rischi di scambiarla per amore, per valore personale, per destino. Rischi di pensare che vali perché ti applaudono. E questa è una trappola enorme. A me invece il successo è arrivato quando avevo già conosciuto abbastanza frustrazione, abbastanza attesa, abbastanza vita normale da non pensare che quella fosse tutta la verità. Non dico di aver avuto sempre gli strumenti per gestirlo bene, però avevo già una parte di me che sapeva che la fama passa, cambia forma, può diventare ingombrante. Mentre quello che resta davvero è il rapporto con se stessi, con la propria voce, con la propria autenticità. Pertanto, direi che è stata una fortuna imperfetta. Una fortuna arrivata non quando la desideri in modo più ingenuo, ma quando puoi sopportarla meglio. Perché il successo, se arriva troppo presto, può colonizzarti. Se arriva un po’ più tardi, magari ti ferisce comunque, ti scombina comunque, però hai più possibilità di attraversarlo senza perderti del tutto.
Non ti sei mai domandata quale potesse essere la fase migliore per esporti a quei riflettori?
Ora forse non mi interessa più tanto chiedermi se sarebbe stato meglio prima o dopo. Mi interessa pensare che sia arrivato nel momento in cui doveva arrivare per insegnarmi qualcosa. Non solo sulla musica, non solo sul pubblico, ma sul bisogno umano, profondissimo, di essere visti senza essere divorati dallo sguardo degli altri.
Nel 2018 partecipasti a “Ora o mai più”. Speravi che l’esperienza potesse offrirti un rilancio?
No, no. Sapevo che sarebbe stato quello che si è rivelato. Era un programma tv a proprio uso e consumo e non a servizio degli artisti. Aveva i suoi meccanismi e le sue ragioni. Era un reality e dovevi sapere a cosa andavi incontro.
Il titolo probabilmente era un po’ spietato.
Era un gioco, dai. Non potevi che viverlo così. Non puoi affidare la sorte della tua professione ad una trasmissione. Sarebbe una follia. Ci siamo prestati per il nostro tornaconto.
La televisione ti ha ulteriormente corteggiato?
Come no, soprattutto per i reality. Subito dopo il boom di ‘Tre parole’ mi proposero ‘Music Farm’. Successivamente si fecero avanti per ‘L’Isola dei Famosi’. Ma è un’arena in cui non mi sono mai sentita di scendere.
Attualmente di cosa ti occupi?
Sono una terapeuta, collaboro con la Asl. Seguo un gruppo in terapia e lo aiuto a tornare in possesso delle proprie risorse interiori. Mi interessa molto la salute globale, mentale e psicofisica. Lavoro tanto su di me, ho acquisito strumenti e competenze che voglio trasmettere agli altri. Vedere una persona spegnersi o disorientata mi impone di aiutarla a ritrovarsi. C’è poi il mio impegno nel ‘voiceplant’.
Cos’è?
Consiste nell’utilizzare i suoni naturali per produrre musica, traducendo le frequenze delle piante in suoni che diventano base per composizioni. Li traduciamo in un’opera collettiva.
Da oltre trent’anni pratichi il Qi Gong.
Ѐ un’antica pratica cinese che combina movimenti fluidi, respirazione profonda e concentrazione mentale per coltivare e far circolare l'energia vitale all'interno del corpo. Sono una coach e mi ha aiutato molto, tanto che la inserisco nei miei programmi di sostegno come elemento fondamentale. Lo faccio per artisti, cantanti, attori.
La musica rimane il tuo ‘piano B’?
Ѐ uscita una canzone nuova, si intitola ‘Rivedendo te’. Ѐ un reggaeton, una roba da ballare insieme a celebrazione dei venticinque anni da ‘Tre parole’. Con me c’è Vima, un bravo cantautore, mentre il produttore è S.S.D. Il fatto di non essere da sola è stato decisivo. Si sono create le giuste condizioni.