Maurizia Paradiso: “Sopravvissuta a mia madre, ai preti e alla leucemia. A letto con Alain Delon, voterò Vannacci”

Risponde al telefono imprecando, il suo amatissimo cane, Camillo, l’ha appena morsa: “Gli ho dato una spazzolata in testa”. È la premessa ideale per intervistare Maurizia Paradiso, 70 anni, regina della tv trash che ha attraversato la “Milano da bere” anni Ottanta cavalcando l’esplosione delle televisioni private, ha incarnato l'edonismo reaganiano, attizzato gli ardori di milioni di italiani con trasmissioni come Colpo Grosso e sdoganando il cinema hard, oltre ad aver coniato un tormentone rimasto nella memoria collettiva: “Amici de las noches! Sono Maurizia, la gatta che vizia”.
Dietro al personaggio cult, però, si nascondono un’infanzia e un’adolescenza da romanzo criminale. Una madre prostituta che da bambino la chiudeva in cucina tra un cliente e l'altro e le chiese di sparare alla rivale, la “Tigre”. Un padre mai conosciuto. Gli abusi subiti in collegio da compagni e preti. Poi la scelta di prostituirsi a sua volta. Pioniera dei diritti civili, attacca i Pride (“vergognosi, andrebbero aboliti”), sfida Amanda Lear (“si vede lontano un chilometro che è trans e ho le prove”) e ammette di aver preso la tessera di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Che la sua vita sia stata un film, dopo essere sopravvissuta alla leucemia, se ne era accorto Netflix che le aveva proposto una serie, ma la risposta è stata lapidaria: “Li ho mandati a fare in cu*o”.
Chi è oggi Maurizia Paradiso?
Un ragazzo con la figa e le tette. Me le sono fatte nel 1978, tu dovevi ancora nascere.
Perché, anche dopo l’operazione, non ti definisci al femminile?
Intanto fino a quando sono stato maschio uso il maschile, dopo l’operazione uso il femminile. Mi sono fatta seno e vulva per averle a portata di mano e non chiederle mai più a nessuno. L’unica donna al mondo a cui ho chiesto qualcosa è stata Moana Pozzi. Di lei ero davvero innamorato e innamorata, sia prima che dopo le operazioni. A me piaceva baciarla.
Ci torneremo sul vostro rapporto. Ma prima vorrei ripartire dalle tue origini per ricostruire quella che sembra una vita da film.
È vero, infatti due anni fa Netflix mi ha chiesto di fare un film sulla mia vita, ma li ho mandati a fare in cu*o.
Come mai?
Quando mi hanno spedito il contratto dovevi leggere cosa c’era scritto. Sarei dovuta stare a loro disposizione per tre anni con un acconto di 1000 euro, e poi con vari step sempre a poche migliaia di euro, senza poter fare altro se non quel film. Sono fuori di testa.
Partiamo dall’inizio. Sei nata in una situazione familiare difficile, con tua madre prostituta e tuo padre che non hai mai conosciuto. Quanto ti ha segnato?
Pensa che ho pubblicato la mia autobiografia “I travestiti vanno in Paradiso” (Aliberti Editore, 2007) e non l’ho mai letta. Non ho avuto il coraggio. L’ho dettata in quasi tre giorni alla giornalista Stefania Vitulli e lei l’ha scritta. Ricordo solo che il titolo che avevo proposto era diverso: “Quella put*ana di mia madre”. Ma l’editore non l’ha accettato.
Nella tua autobiografia racconti episodi che sembrano usciti da un romanzo criminale.
Mia madre non l’ho mai condannata perché faceva la prostituta, ma per altre cose. Per esempio perché mi teneva chiuso in cucina da bambino ogni volta che saliva un cliente, più o meno ogni mezz’ora-quaranta minuti, e io ero costantemente terrorizzato. Ancora oggi, di notte, ogni tanto vado in viale Misurata a Milano a rivedere l’abitazione della mia infanzia, che è rimasta identica. Mi ricordo che mia madre l’aveva pagata 6 milioni e 500mila Lire. Per me tornarci è una forma di meditazione. Ci ho scritto anche una canzone, “Per sempre bambino”, che avevo presentato a Sanremo nel 2017 ma non me l’hanno accettata.
Forse era troppo esplicita, come la sua autrice?
Molto probabilmente avrebbe fatto un gran casino e forse anche vinto.
È vero che tua madre ti chiese di sparare a una sua rivale, la famosa “Tigre”?
Certo, nel periodo in cui mia madre batteva in viale Giulio Cesare, prima di trasferirsi sotto il carcere di San Vittore. C’erano la “Tigre” e una certa “Gianna boutique”, chiamata così perché andava a comprarsi i vestiti nelle boutique di lusso per sembrare più altolocata. Le “colleghe” naturalmente venivano a mangiare a casa di mia madre, ma solo quelle con cui aveva un buon rapporto. Ricordo che con una si baciava spesso, tanto che io da bambino pensavo: “Perché si baciano tra donne?”. La “Tigre” invece non veniva mai. Probabilmente era quella che comandava nella zona, solo che non avevano un buon rapporto.
E quindi un giorno ti ha chiesto di spararle?
Sì, ma perché mia madre aveva già mandato in galera il suo uomo, il “Sandrone del Giambellino”. Lui, nonostante lei lo denunciasse, tornava a cercarla. Ma allora, se eri una “ragazza di vita” e mandavi in galera il tuo uomo, venivi etichettata come “boia”. Infatti mia madre, che si chiamava Olivia ma si faceva chiamare Silvia, l’avevano soprannominata “Silvia la boia”. Lui spacciava e si faceva di cocaina, aveva anche una pistola. Un giorno ce l’ha puntata a tutte e due alla testa e io, a soli 8 anni, sono stato così furbo da riuscire a calmarlo e portargliela via. Sai che due anni fa l’ho incontrato il “Sandrone”?
Cosa vi siete detti?
Mi ha contattato lui e appena l’ho visto gli ho ricordato di quando lui mi entrava nel letto e mi abusava, e io ero un bambino di 8-9 anni. Oppure di quando mi mandava a bruciare le auto di quelli che gli davano fastidio. Per quello poi sono finito in collegio. Ha avuto il coraggio di rispondermi che era mia madre a costringerlo, quello sporcaccione. Gli ho sbattuto tutto in faccia, l’ho mandato a cagare e gli ho rovesciato anche un piatto di spaghetti in testa.

Sempre stando alla tua biografia, anche in collegio i problemi non sono mancati.
Nel collegio del Comune di Milano e in quello cattolico, dove sia i compagni di classe che i preti mi molestavano. Ricordo ancora il fruscio della veste di don Mario quando entrava nella camerata. Io ero terrorizzato, perché poi si metteva nel mio letto a toccarmi. È lì che ho cominciato a insultare tutti e anche a scalciare. Una volta hanno chiamato persino il cardinale per farmi benedire perché ero indemoniato. Ho sempre sofferto di epistassi, il sangue dal naso, e loro mi picchiavano in faccia apposta e poi dicevano che era quella patologia a farmi scendere il sangue. Ho dovuto imparare molto presto a difendermi, anche dai miei compagni, che oltre a molestarmi, quando non ci riuscivano, mi picchiavano e seviziavano. Quel prete poi lo sono andata a prendere…
Il don Mario che hai nominato?
Esatto, sono andata a cercarlo con il mio primo marito. L’ho trovato, era vecchio decrepito e gli ho ricordato di quello che mi faceva quando era piccolo. Lui è rimasto in silenzio, gli ho solo dato un calcio al bastone e l’ho lasciato steso a terra.
Prima del mondo dello spettacolo, anche tu ti sei prostituita.
Perché ho dovuto sopravvivere, e poi è stata una mia scelta prostituirmi. A un certo punto ho iniziato a frequentare un bar dove andavano tutte le travestite della zona e mi sono unito a loro. Mi ha introdotta la “Dominga”, la capa del Parco Ravizza. L’ho fatto perché lei mi faceva sentire protetta e grazie a lei ho unito l’utile al dilettevole. Mi servivano dei soldi, anche per staccarmi da mia madre. Non andavo con tutti, li selezionavo. E mi è servito per operarmi. Il seno l’ho fatto nel 1974 e mi è costato 600mila Lire, che ho pagato a 100mila Lire al mese.
Una volta conclusa la transizione hai provato la strada dello spettacolo?
Appena fatto il seno mi sono presentata al Teatro Smeraldo e chi lo gestiva mi ha presa subito per farmi girare nelle varie compagnie di avanspettacolo con il nome d’arte di Laura Kelly. Sono diventata così famosa che tutti i giornali nazionali ne hanno scritto.
Negli anni ‘70 Milano era caratterizzata anche per le scorribande della mala milanese che imperversavano nella città, tra rapine, rapimenti e spaccio di droga.
Li ho conosciuti tutti quelli della mala. Renato Vallanzasca l’ho incontrato un paio di volte in un bar di Corso San Gottardo ed era molto carino. Poi quando ha sequestrato Emanuela Trapani la teneva in via Cicco Simonetta in un appartamento che confinava con il mio. È stato un tormento, perché alla fine la polizia mi ha interrogata anche se non c’entravo nulla. Il nostro palazzo era tutto di travestiti. C’eravamo io all’ultimo piano e, a scendere, la Loredana, la Debora, la Gina, la Virna, in tutto una decina. Quando ho iniziato a lavorare all’Astoria, il Night più importante d’Italia dov’ero la vedette, passavano tutti quelli della mala. Anche Franchino Restelli, del gruppo criminale della cosiddetta “Banda dei Milord”.
Immagino che fossero locali frequentati anche dagli industriali.
Altro che industriali. Sai che ho rischiato di diventare contessa?
Ti ha chiesto di sposarlo un conte?
Sì, originario della provincia di Pavia. Sono stata in barca con lui e suo figlio.
Com’era essere una persona in transizione negli anni ‘70?
Che sui documenti eri sempre un uomo. Almeno per 7-8 anni sui documenti c’era scritto ancora “Maurizio Paradiso”, non c’erano le leggi per cambiare il nome sui documenti. La legge l’abbiamo spinta noi, io e la buonanima di Marcella Di Folco, dopo la fondazione del Mit (Movimento Identità Trans), che con le nostre proteste in pullman davanti alla Camera e al Senato siamo riuscire ad arrivare nel 1982 all’approvazione della Legge 164.
È per questo che, nonostante tu sia stata una pioniera per i diritti, non apprezzi gli attuali Pride?
Io non sopporto i Pride, i fro*i e le checc*e. Ritengo i Pride vergognosi e andrebbero aboliti. A girare mezzi nudi e con quelle donne con la barba dimostrano mancanza di rispetto verso i bambini che assistono impotenti. Una volta a noi contestavano l’Articolo 1 e ho dovuto sostenere vari processi. La polizia ti prendeva, ti portava in tribunale, ti rapava i capelli a zero e venivi accusata di essere un pericolo pubblico, un delinquente abituale, con tanto di ritiro della patente. Sai cosa facevo? Tiravo fuori le tette in aula di fronte al giudice.
Non è una forma di libertà, per la quale hai lottato anche tu, il presentarsi oggi senza più doversi nascondere?
Ma va, sono dei pagliacci con la barba e i baffi. Come Cristiano Malgioglio, che non dovrebbe andare in tv conciato così. Ci sono in giro i bambini, non li vedono? O come Vladimir Luxuria, che è stata carina a venirmi a trovare quando stavo male, ma è una comunista e se non la pensi come lei o non ti considera normale o devi morire. I comunisti sono dei violenti. Vogliono anche abolire le parole più belle del mondo, che sono “mamma” e “papà”, per sostituirle con “genitore”. Vadano dallo psichiatra e si facciano curare!
Tornando alla tua carriera, a un certo punto arrivi al cinema nel 1986 accanto a Luca Barbareschi e Walter Chiari nel film “Romance”.
Mi ha chiamata Luca Barbareschi, che è sempre stato appassionato al personaggio di Maurizia Paradiso. Ha visto quanto ero bella già da quando ero al Parco Ravizza.
Qui inizia la lunga sfilza dei tuoi ammiratori nel mondo dello spettacolo.
Nel periodo in cui battevo al Parco Ravizza si è fermato Alain Delon che passava col taxi. Io 20 anni e bellissima, lui stupendo, sono salita e siamo finiti a letto. Ma sono stata amata anche da Ugo Tognazzi, Paolo Villaggio e Walter Chiari, che è morto sulla poltrona di casa mentre guardava la mia trasmissione su Rete A.

Nelle televisioni private sei diventata prima regina delle televendite e poi delle trasmissioni hard.
Sono arrivata a Rete A perché un giorno ero in Corso Vittorio Emanuele, per comprarmi un paio di scarpe, e una ragazza mi mette in mano un volantino. C’era scritto che cercavano nuovi volti per la loro tv. Mi sono presentata e quando mi hanno visto mi hanno buttata in diretta così com’ero vestita. Quando mi hanno chiesto di lanciare dei film hard, la prima cosa che mi è venuta in mente di dire è stata: “Amici de las noches! Sono Maurizia, la gatta che vizia”. Che poi è diventato uno slogan famosissimo. Per la vendita dei prodotti, invece, li prendevo in giro ma, nonostante tutto, venivano venduti a raffica.
Come mai le tv nazionali, nonostante la tua popolarità, ti hanno spesso chiamata come ospite ma non ti hanno mai affidato davvero un programma?
Mi hanno usata e mai pagata, sono generosa. Al Chiambretti Night o da Barbara D’Urso non ho mai visto un euro, sono una signora. Io do fastidio, perché ti dico le cose in faccia. In più sono geniale, quindi porto via il merito agli altri. L’unica che non è stata invidiosa è Ambra Angiolini, che mi ha ospitata a Generazione X ed è stata carinissima. Non posso dire lo stesso di Enrico Mentana a Matrix. Ha dedicato una trasmissione alla storia e all'evoluzione delle televisioni locali e tra i grandi nomi c’era anche Maurizia Paradiso, ma a un certo punto ho dovuto dirgli: “Cerca di farmi delle domande intelligenti”. A Chiambretti ho salvato la trasmissione con lo svenimento in diretta quando il marito di Moana Pozzi aveva ammesso di averla uccisa con le iniezioni d’aria. Sono rimasta giù finché non è arrivato il 118.
Credi a quella versione della morte di Moana Pozzi? Non ci sono conferme.
L’ha detto il marito di Moana e me l’ha confermato anche in altre occasioni. Perché avevano un patto di coppia: chi stava male veniva aiutato da chi stava bene a non fare una brutta morte. Non so se l’ha detto solo per fare scalpore, ma l’ha dichiarato più volte. Cinque mesi prima di mancare abbiamo fatto un lavoro insieme e Moana era gonfia in viso e perdeva molti capelli. Pensavo avesse preso l’epatite, era capitato anche a me e si guariva.

Con Vittorio Sgarbi, che è stato un tombeur de femmes, c’è mai stato qualcosa?
No, ci siamo frequentati quando era assessore al Comune di Milano. Andavamo in giro di notte a cercare i giornali e tornavamo nel suo ufficio dove teneva in bella vista una foto di Benito Mussolini. Mi telefonava e mi chiedeva raggiungerlo perché mi stimava. Chi mi infastidiva erano i cantanti che passavano a “Superclassifica Show”, perché il loro studio era di fianco a dove conducevo “Colpo Grosso” e venivano a vedermi da dietro le quinte come se fossi stata un panda allo Zoo. Allora ogni tanto davo lo “stop” e li prendevo a calci nel cu*o. Un momento molto bello è stato quando è passata Mia Martini. Le ho cantato “Minuetto”, mi sono avvicinata, e mentre ci guardavamo negli occhi l’ho baciata sulle labbra.
Per non farti mancare niente hai frequentato anche il cinema hard. Grazie a Riccardo Schicchi?
No, Schicchi l’ho voluto io come fotografo. I film hard li ho fatti perché a Rete A non mi ero mai spogliata nuda e tutta l’Italia si chiedeva se fossi donna o uomo, un po’ come Amanda Lear. Per quello il primo film si è intitolato “Il segreto di Maurizia”. Con Schicchi ho lavorato a Diva Futura e Moana gli ha detto: “Finalmente è arrivata una persona intelligente”.
A un certo punto ti sposi, non una ma due volte.
Prima con un industriale molto ricco, Leonardo, conosciuto in un puttanaio. L’ho amato molto, poi lui mi ha abbandonata. Ha combinato qualcosa di grosso con la sua azienda ed è scappato in Sudamerica e mi ha lasciata da un’ora all’altra. Il secondo Claudio, un altro industriale, che ho lasciato dopo aver scoperto che, in un incidente stradale dove avrebbe ucciso una persona, come mi ha confermato il fratello della vittima, negava tutto e io non potevo stare a letto con un assassino. Gli ho detto: “Sono due le cose che portano via la casa a un uomo, una donna e una tromba d’aria. Con me hai trovato tutte e due assieme”.
Prima citavi Amanda Lear, ma cosa ti ha fatto che l’hai spesso criticata?
Niente, solo che continua a dire che è donna ma si vede lontano un chilometro che è trans e ho le prove. Il suo manager Luciano Tosetto, che è stato anche il mio, una volta mi ha fatto vedere il documento d’identità di Amanda dove c’era scritto Alain Maurice, il suo vero nome alla nascita, nato a Saigon nel 1939. Poi deve aver cambiato sesso come ho fatto io.
Lei ha sempre negato e non ci sono conferme che il documento sia originale.
Lei nega e dice che denuncia chi lo sostiene, ma poi non denuncia mai. Infatti sono anni che lo dico e non mi ha mai mandato nessuna querela. Perché io ce l’ho la foto di quel documento. Con Amanda ci ho lavorato ed era gelosa di me perché ero più bella. Lei era stuzzicante perché ambigua, io invece ero una bellezza più classica, alla Virna Lisi.
Ma com’è che ti dichiari di estrema destra quando quella parte politica non è mai stata molto disponibile a riconoscere i diritti dei transessuali?
Perché i comunisti odiano i cristiani, la Chiesa, Gesù, la Madonna. Io uso anche la parola neg*o, perché se lo dicono anche tra di loro e fa parte della lingua italiana, “di colore” è offensivo. Se poi essere razzista vuol dire difendere i confini della nostra nazione, le donne e i bambini dagli abusi, allora io sono razzista. Anzi, mi hanno fatta diventare razzista.
Non hai mai pensato di fare politica?
Non voglio mangiare con i soldi degli italiani, ma con quelli che mi sono guadagnata. Anni fa ero tesserata Lega Nord, sono andata a un comizio di Umberto Bossi e lui mi ha aizzato contro la gente scambiandomi per Vladimir Luxuria. Oggi io sto con Roberto Vannacci.
Benché Vannacci sostenga che gli omosessuali "non rappresentano la normalità"?
Ho appena fatto la tessera di Futuro Nazionale e l’ho pagata. Lo amo Vannacci, un uomo coerente che farà bene all’Italia. Perché è coerente, ha rischiato la vita come generale per il nostro Paese, è plurilaureato e quei quattro stronzi che lo criticano vengono regolarmente asfaltati. Giorgia Meloni mi piaceva, ma non ha mantenuto neanche una promessa.
Invece nel 2015 hai reso pubblica la tua battaglia contro la leucemia, che ora sembri aver vinto. Quanto hai temuto di morire?
A me non piace l’immagine della battaglia, sono stati bravi i medici che mi hanno curata. E sono stata brava anch’io a seguire tutte le cure. Ho visto la morte in faccia, soprattutto quando mi facevano le chemioterapie di 24 ore. Quelli sì che sono cazzi amari! Pensa che mia madre e l’altro suo figlio non sono venuti a trovarmi neanche una volta. Volevano che io crepassi da sola. Invece Dio ha deciso di ribaltare tutto, è morta lei e io sono ancora qui.
Hai raccontato di aver scoperto, dopo la morte di tua madre, che ti aveva diseredata. Ma ti sei data una spiegazione per questo rapporto così conflittuale?
Mi ha sempre dato del travestito, ma nonostante tutto mi manca. Quando lo percepisco vado al cancello del cimitero e la mando affanculo da lì. Persino quando mi ha accompagnata in tv dalla D’Urso ha detto: “Vengo perché ti sfrutto”. Non mi ha mai voluto neanche presentare mio padre. Era una bugiarda patologica, a differenza di me che dico sempre la verità.
Dopo una vita così tribolata, come guarda al futuro Maurizia Paradiso?
Oggi sono innamorata di una travestita di Firenze, Ivana Tram, che è la più bella d’Italia. Sono tre anni che ci sentiamo tutte le sere. Purtroppo siamo lontane, ma è come se fossimo marito e moglie. A tutti quelli che cercano l’amore do un consiglio, che siano uomini, donne o ric*hioni: “Se ti ha lasciato non essere scosso, vuol dire che l’altro ce l’ha più grosso”.