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Lorenzo Flaherty: “Distretto di Polizia fu una fiction di rottura, lasciai per Incantesimo e la gente era sconvolta”

L’attore si racconta a Fanpage.it: “Mi appassionai alla recitazione grazie ad un amico, poi io ho proseguito, lui no”. Sulla serie di Canale 5: “Irruppe come qualcosa di differente e ci spiazzò”. Sul GfVip: “Non ho mai pensato che potesse offrirmi altre possibilità oltre a quella. Fu un’avventura circoscritta ai tre mesi nella Casa”.
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È lui stesso a dividere la sua carriera in tre fasi: quella iniziale degli esordi e delle prime esperienze per farsi conoscere, quella centrale del grande successo televisivo e, per ultima, quella attuale, con il teatro al centro dei suoi pensieri e dei suoi progetti. Una spartizione che racconta alla perfezione i quasi quarant’anni di attività di Lorenzo Flaherty, protagonista indiscusso della fiction italiana nella prima decade del nuovo millennio, con gli exploit di “Distretto di Polizia”, “Incantesimo” e “Ris”.

Ma l’attore romano è stato molto più di questi tre titoli, con una lunga gavetta favorita da sei anni di permanenza in Inghilterra, che gli permise di studiare la lingua. “Mia mamma è irlandese – rivela Flaherty a Fanpage.it – e quella che sarebbe dovuta essere una visita di un mese da mia nonna nel Regno Unito diventò qualcosa di molto più lungo. Avevo 12 anni e studiai là, completando il percorso delle scuole superiori. L’approccio fu inizialmente difficile, poi si rivelò fruttuoso. In quegli anni le diversità tra i Paesi erano nette, non era un mondo globalizzato come oggi”.

Quel cognome, ereditato proprio dalla madre, probabilmente prevedeva originariamente il prefisso ‘O’: “In Inghilterra scoprii che molti irlandesi trapiantati se l’erano fatto togliere. Non so se per non farsi riconoscere in un periodo in cui le tensioni tra la comunità cattolica e quella protestante erano alte, non l’ho mai capito. Ma anche ora, se vai in Irlanda, trovi degli O’Flaherty”.

Il primo bivio si presentò al momento dell’iscrizione all’Università: “Avevo preventivato un futuro da avvocato, nella mia mente immaginavo arringhe importanti (ride, ndr). Però a sorpresa scelsi di rientrare a Roma, condizionato da due forti legami: quello con mia madre e quello con questa città. Nella mia vita ho vissuto a Londra, Parigi, Los Angeles, ma ho sempre subìto il richiamo di casa”.

L’amore per la recitazione come scoccò?

Grazie ad un amico, in Inghilterra. Eravamo vicini di banco e mi raccontava delle sue lezioni in una scuola di recitazione. Sosteneva che gli aprissero la mente, le reputava rivoluzionarie. Una volta lo accompagnai e rimasi immediatamente coinvolto, mi piacque il senso di libertà che si percepiva. Da lì mi appassionai, cominciai a vedere film di altre epoche, ad andare al cinema e a teatro. Alla fine il mio amico si è fermato, io ho proseguito.

Dinamica classica.

Esatto, il più tipico dei racconti. Lui era entusiasta, ma sono stato io ad abbracciare realmente questo mestiere. In effetti è paradossale. Senza di lui non mi ci sarei mai avvicinato.

L’esordio sul grande schermo fu con Lamberto Bava.

Un piccolo ruolo in ‘Demoni 2’, film prodotto da Dario Argento. Ruppi il ghiaccio, fu bello vivere il set e cercai di osservarlo a trecentosessanta gradi. Sono stato sempre coinvolto dall’aspetto tecnico, dalla fotografia, dagli effetti speciali.

Fu l’occasione per decollare.

Mi affidai subito ad un agente storico come Peppino Perrone e iniziai a manetta. Provini su provini, consapevole che sarei dovuto crescere. Il primo vero lavoro fu ‘Sicilian Connection’ di Tonino Valerii. Recitai in lingua inglese, in presa diretta. La pellicola affrontava tematiche come la mafia e lo spionaggio industriale ed ebbi un ruolo importante. Un giorno al trucco mi ritrovai di fianco al grande Toshiro Mifune.

Gli errori di pronuncia e trascrizione del suo cognome saranno stati una condanna.

Una costante! A volte sull’ordine del giorno capitava che spostassero le ‘y’ e scomparissero le ‘a’. Per non parlare della pronuncia. A lungo andare la cosa migliorò, ma ancora adesso qualcuno mi chiede lo spelling.

Non è da escludere che pensassero che fosse un nome d’arte.

Certo! La generazione subito antecedente alla mia ebbe parecchi attori italiani che cambiarono i loro nomi optando per quelli anglosassoni. Era un escamotage dell’industria cinematografica per conquistare il mercato estero.

Italianizzare il tutto è stata mai un’ipotesi presa in considerazione?

Stare lì a puntualizzare sempre la pronuncia era un peso, ma col passare del tempo divenne una procedura divertente. Sul set mi chiamavano in tutti i modi: ‘Fly’, ‘Flirt’, ‘Flayèrti’. Ci presi gusto.

Ad ogni modo, presto arrivarono le fiction.

Girai ‘Aquile’, serie diretta da Nini Salerno. Erano gli anni di ‘Top Gun’, allora Rai 2 mise in piedi questo progetto. Interpretavo un pilota di Tornado e girammo col sostegno dell’Aeronautica Militare, che ci fornì le basi dell’aviazione per girare. Fu incredibile.

Poi fu il turno di “Piazza di Spagna”.

Una delle prime miniserie di Canale 5. Era protagonista Lorella Cuccarini, di cui mi innamoravo. C’erano attori straordinari, su tutti Enrico Maria Salerno, che è stato mio punto di riferimento e maestro. Le musiche, inoltre, erano di Morricone. Lo ritengo il vero start sul fronte televisivo.

Nel 1996 recitò in “Festival” di Pupi Avati. Unico film con Massimo Boldi in versione drammatica.

Massimo fu magnifico. È la classica regola dell’attore comico: se gli dai la possibilità sa diventare drammatico. Seppe tirare fuori l’amarezza che serviva per descrivere un personaggio chiaramente ispirato a Walter Chiari. Fu bellissimo girare con Pupi, con cui avevo realizzato ‘Voci notturne’ in televisione. È un titolo che avrebbe meritato di più.

A fine millennio ecco “Distretto di Polizia”. Sbaglio a definirla una fiction di rottura?

Assolutamente no, lo sostengo da sempre. ‘Distretto’ irruppe in quel mondo come qualcosa di differente. Spiazzò noi attori e gli addetti ai lavori. Il modo di girare era efficace, c’era chimica e alchimia e tutto era particolare. Mi ricordo che una volta ero sul set con Tirabassi e avvertimmo questa sensazione di non recitare. Sapevamo di fare un bel prodotto che si distaccava totalmente dalle offerte di quel momento storico.

C’era già stato “Ultimo” ad indicare una certa strada.

Hai ragione, aprì il discorso. Ma ‘Distretto’ parlava del quotidiano, affrontava le questioni dei singoli. Toccò trasversalmente tutti i target. Pietro Valsecchi un giorno ci convocò per farci sentire la sigla: era figa, attrattiva. Capii che avevamo fatto centro.

Quando giraste la prima stagione nessuno conosceva la serie. Come fu invece lavorare alla seconda?

Un delirio. La popolarità ci esplose in mano. Si cominciavano a scaricare le suonerie per i cellulari e la nostra melodia la sentivamo squillare ovunque. Su Roma eravamo come dei calciatori, durante i ciak in esterna si formavano puntualmente gruppi di persone.

Un impegno gravoso?

Nove mesi di riprese l’anno. Era faticoso, impegnativo. Le puntate erano tante e si distinguevano tra la parte del quotidiano e quella d’azione. Lavoravamo con più troupe.

Come partner aveva Isabella Ferrari.

Avevamo già girato assieme ‘Appuntamento a Liverpool’ di Marco Tullio Giordana. Lei era la protagonista, io avevo un piccolo ruolo, che comunque fu prezioso per fare esperienza.

Dopo il secondo capitolo lei e la Ferrari ve ne andaste in blocco. Come mai?

Non conosco le motivazioni di Isabella. Nella storia ce ne andammo insieme in quanto innamorati, mentre nella realtà io mollai perché mi arrivò una proposta interessante da parte della Rai.

“Incantesimo”, giusto?

Già. Ero molto attento a valutare il rapporto col pubblico. ‘Distretto di Polizia’ andava bene, ma anche ‘Incantesimo’ macinava ascolti con una platea ad alta percentualefemminile. Ogni anno tendeva a sostituire il protagonista e accettai l’offerta. Mi stimolava il pensiero di potermi confrontare con me stesso, nonostante tantissima gente mi chiedesse sconvolta perché avessi deciso di abbandonare ‘Distretto’. Ma a me è sempre piaciuto abbracciare più esperienze. A ‘Incantesimo’ trovai professionisti straordinari e, alla scadenza del contratto, caso volle che a ricontattarmi fosse Valsecchi perché aveva una nuova fiction da sottopormi: ‘Ris’.

Tempismo perfetto.

La vita va così, bisogna rischiare. Ero molto legato a Pietro, è un valido produttore e ci ha sempre unito un grande rapporto. Quando entrai nel suo ufficio esclamò agli altri presenti: ‘Ecco il nostro Capitano!’

Vestì i panni di Riccardo Venturi per cinque anni.

Lessi la prima stesura. Allora i Ris non erano noti come oggi, sapevo che era un reparto di investigazioni scientifiche, niente di più. Di conseguenza, chiesi a Valsecchi di spedirci a Parma dai Ris veri per osservarli da vicino. Conobbi Luciano Garofano, che fu gentile e fondamentale per la mia preparazione. Non era sufficiente leggere il copione, bisognava entrare nella loro realtà.

Nel 2009 “Ris” fece irruzione in “Intelligence” nel primo cross-over assoluto della fiction italiana.

Fu eccezionale. Puntavamo a fare cose che potessero piacere al pubblico. Ci domandavamo costantemente: ‘Ma gli spettatori che diranno?’. Ci tuffammo in questa cosa inedita e funzionò, così come funzionò l’irruzione del Capitano Venturi a ‘Matrix’.

Come andò?

Nella finzione Venturi veniva invitato in un talk show e, anziché mettere in piedi un finto programma e un finto studio, proposi a Pietro di sfruttare una trasmissione e un giornalista esistenti. Quindi coinvolgemmo Mentana.

Dopo cinque stagioni di “Ris” spuntò lo spin-off “Ris-Roma”, senza di lei.

Per me il ciclo si era concluso. ‘Ris’ è stata dopo ‘La Piovra’ la serie italiana più venduta all’estero. Avevamo portato innovazione per merito di un regista rivoluzionario come Alexis Sweet. Sapevo che avrebbero proseguito, tuttavia nella mia testa ‘Ris’ era solamente ‘Delitti Imperfetti’. Fu una valutazione corretta, la storia si era esaurita. Soprattutto le prime due stagioni erano state pazzesche, con la trama incentrata sull’‘uomo delle bombe’.

In compenso, non sfondò affatto “Le due facce dell’amore”. Dopo due puntate vi sbatterono su La5.

Peccato, era una bella produzione. Il mio personaggio mi piaceva, un commissario con delle stranezze chiamato a duellare con il boss impersonato da Daniele Liotti. Purtroppo non funzionò. In seguito partecipai ad ‘Al di là del lago’ e ‘Un amore e una vendetta’ e, per la Rai, a ‘Mister Ignis’. È stato uno dei lavori che mi è piaciuto di più, in assoluto.

Qui interpretava l’imprenditore Giovanni Borghi.

Un racconto che andava dalla Seconda Guerra Mondiale al boom economico. Era un ruolo ambito da molti colleghi e venni scelto io. Un orgoglio. Quando dai l’anima a profili esistiti risulti maggiormente caratterizzante. Il mio dispiacere è che dopo quell’esperienza, che ottenne ottimi ascolti, il mio rapporto con la Rai non proseguì.

Nel 2013 aveva preso parte a “Ballando con le stelle”.

Milly (Carlucci, ndr) tentava di coinvolgermi da anni. O perché lavoravo, o perché timido, puntualmente rifiutavo. Ballare in prima serata mi spaventava. Poi, all’ennesimo corteggiamento, mi convinse. Ebbi Natalia Titova come maestra, mettemmo in piedi non so quanti balli diversi a puntata. Arrivammo quarti e in poche settimane persi 7-8 chili. Si lavorava sodo.

Qualche anno dopo disse ‘sì’ anche al “Grande Fratello Vip”.

Mi trovavo fuori dall’Italia e mi contattarono: ‘Parteciperesti?’. Risposi che non me la sentivo, che quel reality non faceva per me, che non ero un personaggio adatto. Quando rientrai a Roma ci riprovarono invitandomi in ufficio per un saluto. Ma quando arrivai fu praticamente una riunione di lavoro con gli autori.

Cosa dissero per convincerla?

Avevo lavorato molto per Mediaset e mi assicurarono che quell’edizione sarebbe andata bene. Mi fidai. Entrai in Casa che ero terrorizzato, ma pian piano mi rilassai. Ogni settimana mi nominavano, nella mia testa mi ripetevo che sarebbe stata la volta buona per uscire. Al contrario, rimasi là dentro a lungo capendo gradualmente il gioco.

Magari pure l’aspetto economico sarà stato determinante. Mi perdoni la franchezza.

Il discorso era più ampio, credimi. Nove anni fa il ‘Gf Vip’ era una trasmissione di punta e mi tornò in mente un vecchio incontro con Maurizio Costanzo. Nel 2000, quando era al timone delle fiction, ci illustrò la situazione spiegandoci che per Canale 5 le produzioni di punta sarebbero state ‘Distretto’ e il ‘Grande Fratello’, che vennero lanciati in contemporanea. Pertanto, questa curiosità nel mio cervello c’è sempre stata. Sono contento di averlo fatto, perché altrimenti non l’avrei potuto vivere e raccontare.

Non è rischioso, specialmente per un attore, esporre alla luce del sole il proprio carattere ed eventuali debolezze?

Sì, può esserlo. Ma alla fine si creano delle dinamiche giocose.

Non se la passò benissimo quando la accusarono di omofobia.

In quel caso ci rimasi veramente male. Un’etichetta che non mi apparteneva e non mi appartiene. Fortunatamente mi chiarii subito con Malgioglio. Mi contestarono una mezza risata in reazione ad una frase di Predolin. Per carità.

Dopo il “Gf” si aspettava un rilancio?

Non mi aspettavo niente. Non ho mai pensato che potesse offrirmi altre possibilità oltre a quella e non partii con questa idea. Fu un’avventura circoscritta a quei tre mesi.

La televisione è un capitolo chiuso?

No. Ci sono situazioni aperte. Dei reality e talent mi hanno chiamato ma ho declinato. Per quel che riguarda le fiction, ad alcune cose ho risposto negativamente e altre sono in ballo. Ad esempio c’è un crime legato a Netflix su cui stiamo ragionando. In ogni caso, attualmente faccio teatro e mi piace tantissimo. Quest’estate porterò in giro tre spettacoli.

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