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Guido Bagatta: “Rino Tommasi sbagliava apposta in telecronaca per sembrare umano. L’AI non lo farà mai”

A Fanpage.it il conduttore e giornalista racconta la nuova stagione di Guido dalle Sette, dove l’AI entra nella regia in tempo reale: dalla scelta delle canzoni agli approfondimenti. E spiega perché sbagliare, ogni tanto, è ancora un vantaggio da custodire caro per restare umani.
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Guido Bagatta ha portato il football americano in Italia quando gli italiani non sapevano cosa fosse un touchdown. Ha spiegato la NBA a un Paese che non aveva mai sentito parlare di Magic Johnson. Lo ha fatto nell'era analogica, usando strumenti, competenze, astuzie che oggi sarebbero impensabili. Bagatta, mi passi il paragone azzardato, è stato una sorta di "content creator" ante litteram: traduceva un mondo lontano per un pubblico gli strumenti per capirlo.

Oggi quel mondo è cambiato di nuovo, e Bagatta, che resta fedele alla sua natura di anticipatore, ci è già dentro. Dal 20 aprile riparte Guido dalle Sette, il radiocast quotidiano disponibile su YouTube, Spotify e tutte le principali piattaforme, con una novità sostanziale: l'intelligenza artificiale entra nel programma come terza voce silenziosa, capace di suggerire approfondimenti, scegliere la canzone giusta in tempo reale, costruire il filo narrativo di ogni puntata. Una rivoluzione editoriale che Bagatta racconta con la stessa concretezza con cui, decenni fa, spiegava il pick-and-roll a chi non aveva mai visto un parquet.

Nell'intervista a Fanpage.it parla del rapporto con l'intelligenza artificiale, del ricordo di Rino Tommasi che sbagliava apposta in telecronaca per sembrare più umano, della pizza con Madonna a Trastevere, di Giovanni Malagò come unica soluzione per il calcio italiano, e di una Sampdoria di cui è tifoso ma che, dopo le ultime delusioni, ora segue da lontano.

Guido, qual è il tuo rapporto con l'AI? 

Un rapporto molto semplice. Anche per chiedere informazioni, magari anche in macchina. L'altro giorno ero da Aosta, ho detto: "Parlami del castello di Bard" e per cinque minuti la macchina mi ha raccontato la storia di un castello che Napoleone non riusciva a conquistare, poi ha rasato al suolo, è stato ricostruito. Per questo mi sono detto: tutti quelli che parlano di intelligenza artificiale l'hanno mai applicata a quello che fanno per vivere? E la risposta è no. O forse le grandi aziende, ma il singolo con delle piccole attività ancora no — e magari si augura di non doverlo mai fare perché ha paura. Allora, avendo un prodotto come questo e non avendo dipendenti da mandare a casa al posto dell'intelligenza artificiale, ho fatto due più due.

E nasce Guido dalle Sette. Nel tuo nuovo format, l'intelligenza artificiale diventa una terza voce. 

Io e Dionigi Andreano, che è l'autore e seconda voce del programma, abbiamo studiato fino a dove potevamo arrivare con l'AI e ci siamo accorti che possiamo arrivare all'80%. Con delle impostazioni iniziali, l'AI può arrivare dovunque. Ti faccio un esempio. L'altro giorno a un concerto di Bryan Adams c'è stato uno che è saltato sul palco, ha rubato il microfono, ha cantato una strofa, poi l'hanno buttato giù e Bryan Adams ha continuato quasi come se quello fosse un corista. Quella roba lì, mentre io ne parlo, l'intelligenza artificiale prende tutto e — in tempo reale, su uno schermo che abbiamo — mette in onda la canzone di Bryan Adams. Immediatamente, senza che io la debba cercare. In casi più evoluti, se stiamo parlando di quante possibilità ci sono per un essere umano di essere colpito da un fulmine, la canzone che mette l'AI è Thunderstruck degli AC/DC. Ci pensa lei, da sola. Noi l'abbiamo testata mille volte e quasi sempre prende la cosa giusta. In più può essere stimolata: posso dire, mentre sto registrando, "Adesso voglio vedere cosa fa l'AI se parliamo di amore e di Napoli con un americano protagonista" — e lei ti mette subito That's Amore di Dean Martin.

Come funziona concretamente?

Guido dalle Sette è praticamente una ciliegia tira l'altra, un fil rouge che dura 46 minuti. Lei dà una parola d'ordine all'inizio e noi abbiamo quattro aneddoti e quattro canzoni tutte legate uno all'altro, partendo dalla parola d'ordine e arrivando quasi sempre a chiudere il cerchio. E lei ci dà una grandissima mano.

Interagirà con voi anche vocalmente?

No, no. Non voglio fare Io e Caterina con Alberto Sordi, assolutamente no.

Ottima reference. Che tipo di intelligenza artificiale state usando?

Sto usando Gemini, quella di Google. Che secondo me, per noi — ma anche per l'uomo della strada, cioè me, quando sono in un mondo che non mi appartiene — è quella più facile e che sbaglia meno. Ti faccio un altro esempio: sto scrivendo per Cairo la storia dell'NBA, il libro esce il primo di novembre prossimo. Quando non mi ricordo qualcosa mentre sto scrivendo — tipo in che giorno è nato Magic Johnson — lei in 0,5 secondi mi dà la risposta. E questo mi serve anche quando sto guidando: mi vengono in mente delle cose per il libro, invece di prendere un appunto lo dico a lei, lei tiene l'appunto e se voglio me lo elabora. Questo non vuol dire che lei scrive per me, attenzione.

"Io e Caterina", il film con Alberto Sordi del 1980 dove l’attore è alle prese con una domestica robot.
"Io e Caterina", il film con Alberto Sordi del 1980 dove l’attore è alle prese con una domestica robot.

Il tema è più che mai aperto riguardo l'uso dell'AI nella scrittura. 

Se lei scrive per me, se ne accorgono. La scrittura fatta con l'intelligenza artificiale la vedi perché è schematica, poco sentita, anche se è una storia come questa dell'NBA che non è un romanzo. Sto anche chiacchierando con altri generatori per capire se possono entrare nel progetto, uno sponsor tecnico, come può essere una maglia per una squadra di calcio.

Quando penso alla tua figura penso a qualcuno che ha fatto da intelligenza artificiale a un popolo che non aveva i riferimenti per quello che guardava. Il football americano prima, l'NBA poi. Come hai fatto?

Con un'intuizione che però non era elaborata. Quando avevo 18 anni tutti parlavano di calcio, e io — anche per formazione familiare, perché vengo da una famiglia di atleti: nuotatori, atletica leggera, basket — ho detto: io invece vorrei parlare di basket. Chiaramente non pensavo a tutto quello che sarebbe successo. Eravamo agli albori, nascevano le televisioni private. Questo è stato il primo scatto.

Il secondo scatto? 

Un viaggio in America che mi ha permesso di mettere tutti i miei risparmi per delle bobine, dei film in 16mm che raccontavano le partite NBA di quel periodo, che nessuno aveva mai visto in televisione in Italia. Le ho portate qui e le proiettavo nei cinema commentandole dal vivo. Tutto da solo, appena maggiorenne. Tornato in Italia, come potevo, in un mondo dove la comunicazione era molto rarefatta, conoscere tutto quello che succedeva dall'altra parte dell'oceano?

Come? 

Col fax. Il fax chimico, quello su carta che si cancellava con la luce del sole qualche settimana dopo. Io avevo una persona a New York che tutte le sere mi mandava via fax le pagine dei giornali americani che parlavano di sport. Avevo un vantaggio clamoroso rispetto agli altri: per avere un giornale americano bisognava aspettare due o tre giorni, doveva arrivare in aereo. Io il giorno stesso avevo le notizie. Un'intuizione elaborata mi ha portato ad avere un vantaggio rispetto ai miei coetanei. Poi, con l'inizio degli anni '80, la moda del football americano è andata un po' scendendo, il basket è rimasto, e il vantaggio si è ridotto.

L'AI è entrata anche nell'NBA: elabora i dati dei giocatori in tempo reale e aiuta i telecronisti con notifiche istantanee. Tu hai commentato senza AI per trent'anni. Ti sarebbe piaciuto averla accanto?

Da un lato sì, perché ti impedisce di sbagliare. E siccome oggi quando sbagli te la fanno pagare — sui social esce subito il leone da tastiera che ti dà del pirla perché hai sbagliato di un decimo di punto le percentuali di un giocatore — da quel lato sì. Dall'altra parte no.

Perché?

Io ho avuto come maestro Rino Tommasi, che è mancato da poco, che era un'intelligenza artificiale in carne e ossa: si ricordava qualsiasi cosa di qualsiasi evento in qualsiasi momento. Un'intelligenza artificiale che camminava. Detto questo, a un certo punto lui si è reso conto che il telespettatore aveva di fronte una macchina — cioè lui — con la quale non riusciva a interagire. E quindi un giorno, in viaggio — io andavo con lui un po' dappertutto in quel periodo — mi ha detto: "Guarda, ho pensato di sbagliare apposta. Ogni tanto in telecronaca faccio un errore volontario, perché così divento più simpatico." E questo ti fa capire cosa vuol dire l'intelligenza artificiale: l'avere tutto sui giocatori magari soddisfa gli onanisti sportivi, però il poter raccontare delle cose — anche sbagliando ogni tanto — ti permette di essere umano come gli altri.

È un po' il trucco dell'equilibrista al circo, che fa finta di cadere al primo tentativo.

Esattamente. Per dare pathos e per fare urlare la gente, nei primi due passi fa finta di cadere. È quell'esempio lì, giusto.

Ho letto che hai mangiato la pizza con Madonna. Me la racconti?

Sì, è una cosa uscita sul Corriere, grazie a Candida Morvillo. Era per la presentazione del film Evita, che aveva prodotto Cecchi Gori. Io all'epoca lavoravo a Telemontecarlo, che era di Cecchi Gori. Lui sapeva che parlavo abbastanza bene inglese e mi ha appiccicato a Madonna. Stiamo parlando di fine anni '90, era appena nata sua figlia, una Madonna che, secondo me, non pensava ancora a essere eterna come aspetto o come voce. Stavamo in un albergo in Piazza del Popolo e siamo andati a Trastevere, in una pizzeria su indicazione del classico portiere dell'albergo. Prese una quattro stagioni. La cosa strana è che Madonna era già popolarissima eppure eravamo a un tavolo neanche troppo nascosto, senza guardie del corpo che respingessero la gente. Una cosa tranquilla. Un bell'episodio, uno dei tanti. Soprattutto in quel periodo, dove non c'era il social. Perché adesso se voglio fare una foto con Bruce Springsteen non sto ad andare in New Jersey a casa sua, a Freehold.

Certo, oggi fai un prompt con l'AI, appunto, e via.

Ma bravissimo. E siamo abbracciati a Bruce Springsteen,  da migliori amici, praticamente.

Hai sfiorato la poltrona di Ministro dello Sport.

Ecco, questa storia è un po' meno glamour del pranzo con Madonna.

Però ti chiedo: come può ripartire l'Italia del calcio?

Giovanni Malagò è la persona giusta al 100%, per mille motivi. Ha dimostrato con le Olimpiadi invernali — delle quali ho fatto parte sia come organizzatore di eventi due anni prima, sia come giornalista per Warner Bros. Discovery — quello che sa fare. Malagò ha fatto un miracolo vero e proprio. È stato fortunato per il tempo, per le medaglie, per tutto quello che non poteva gestire — poteva desiderare ma non gestire che nevicasse al momento giusto. Però è stato molto bravo, bravissimo. Quindi Malagò è l'unica soluzione che abbiamo. Ha una conoscenza internazionale che alzando il telefono, attraverso il CIO, può parlare con tutti — da Putin a Sebastian Coe, che è il re dell'atletica leggera nel mondo. Il problema è il sistema che va ad affrontare: la Federazione Calcio, che lui da presidente del CONI ha sempre lasciato nel suo giardino per evitare problemi. È un sistema molto simile alla politica — sembra quasi un partito politico. Io voglio vedere Giovannin — lo chiamo così da quando ci conosciamo dal 1985-86 — alle prese con un tipo di animale che ha sempre vissuto lasciandolo stare. Però la salvezza è lui, non c'è altro. Quando sento i nomi che riemergono, e non te li farò, non ci siamo.

Sei un grande tifoso della Sampdoria. Sabato avete vinto in rimonta a Pescara. Come l'hai vissuta?

Non ti posso raccontare della partita, perché la mia fede blucerchiata è distaccata in questo momento. Ho vissuto un anno e mezzo in cui non ne potevo più. Hanno messo la squadra finalmente in mano a uno vero, che tra l'altro è una persona che io adoro, Attilio Lombardo. Gli hanno dato un po' di tempo e abbiamo vinto tre partite di seguito, dovremmo essere quasi al sicuro. Non è mai capitato neanche nei più folli club inglesi di avere sette allenatori a libro paga — e noi ci siamo riusciti. Alla fine però quello che costa meno, che nessuno voleva, è quello che ci porta un po' di luce: il grande Attilio. Grande giocatore, ma adesso anche ottimo allenatore, perché ha capito l'ambiente ed è uno di loro. Poi c'era lo scontro salvezza col Pescara che a me dispiace vada giù — ai tempi di Zeman le tre stelline che arrivavano da lì sono tutta parte anche della mia crescita sportiva. Però mors tua vita mea.

Domenica l'Inter ha praticamente vinto lo scudetto. Come hai visto questo campionato?

L'Inter in realtà non l'ha mai perso questo scudetto, perché quest'anno ha dimostrato di essere la squadra più forte. Io posso dire che adoro il Como, perché è l'unica squadra che mi fa guardare una partita di calcio — e io il calcio non lo guardo — perché gioca come fosse una partita di pallacanestro. Fabregas gioca un calcio, anche come approccio mentale, bellissimo: lui ha perso con l'Inter, ma è come se avesse vinto. Quella partita è stata bellissima. L'Inter l'ha vinta per esperienza — quattro tiri, quattro gol. Questo scudetto lo ha in mano già da parecchio tempo e se lo è meritato. Perdere Lautaro per un mese e mezzo è pesantissimo — è il miglior giocatore del campionato — però hanno avuto più quiete in panchina: Marotta diceva una cosa, Chivu faceva, perché è il primo anno nel grande calcio. Dall'altra parte Conte e De Laurentiis hanno un rapporto vocale e personale molto importante — cosa che all'Inter non c'è stata, e non c'era neanche con Inzaghi.

Si parla di Conte come prossimo CT della Nazionale. È l'uomo giusto?

Da una parte sì, dall'altra no. Conte scappa — nel senso che il suo ciclo dura due anni, lo ha fatto un po' dappertutto, lo farà probabilmente anche col Napoli. L'allenatore della Nazionale deve essere abituato a non allenare per tanto tempo. Dico purtroppo, perché — come in altri sport, tipo nel basket dove Sergio Scariolo ha allenato la Nazionale spagnola vincendo quattro campionati europei e due mondiali, nello stesso tempo in cui allenava Bologna o il Real Madrid o faceva il vice a Toronto in NBA — non vedo perché un allenatore della Nazionale di calcio non possa avere il doppio impegno. Non se ne parla, però — è un grosso mistero. Detto questo, Conte è uno che deve allenare tutti i giorni, deve sentire il morso del cavallo in continuazione: con la Nazionale non è possibile. L'altro possibile candidato, Gasperini, è alla stessa stregua. Io piuttosto, dirò una follia, tengo un Baldini, che è un profilo completamente diverso.

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