Enrico Bertolino: “Fermare i disordini è necessario. Io sindaco di Milano? Abbiamo visto come finisce coi comici”

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Enrico Bertolino si racconta a Fanpage.it tra i 30 anni di Zelig e la Milano dei saccheggi: “L’esproprio di una volta era proletario, oggi è fatto di status symbol”. Su Sala: “Ha avuto una difficoltà oggettiva”. Sul teatro: “Ti selezionano a seconda di quanti insight hai su Instagram”.

Enrico Bertolino ha 66 anni, è nato all'Isola e di Milano ha conosciuto tutte le stagioni, anche quelle che non si raccontano più. A luglio, presentando "Una serata di ordinaria ironia" al Castello Sforzesco, si diceva stufo della "paranoia della sicurezza". Tre mesi dopo, il 17 e il 18 ottobre, il centro della città è stato attraversato da due pomeriggi di scontri e saccheggi, da piazza Duomo a via Torino fino a Cordusio: oltre 200 ragazzi fermati domenica, in gran parte minorenni, e il governo che ha deciso di mandare 500 militari.

L'occasione per sentirlo in questa intervista con Fanpage.it è un anniversario: i 30 anni di Zelig in tv, che Canale 5 festeggia con Zelig 30 condotto da Michelle Hunziker con Ale e Franz, e i 40 del locale di viale Monza, dove Bertolino arrivò dopo gli anni in banca.

Con Fanpage.it ripercorre la Milano degli anni Ottanta, quando "c'era Vallanzasca, c'erano le Brigate Rosse" e lui, ventenne, non sapeva nemmeno che Milano fosse una città pericolosa. Sull'esercito in città avverte che "dipende dal come", ma "la dissuasione ci deve essere assolutamente". Al prossimo sindaco chiede "meno proclami e molta operatività". E sull'ironia traccia un confine netto: lo scherno, dice, "andrebbe messo come reato".

Trent'anni di Zelig in tv, quaranta del locale di viale Monza. Tu ci sei arrivato dalla banca: cosa diresti oggi a quel bancario che saliva per la prima volta sul palco dello Zelig?

Di ripensarci attentamente. Poi invece è stata una cavalcata, aiutata anche dalla fortuna, che è una componente che non deve mai mancare, a mio avviso, perché devi capitare nel posto giusto al momento giusto. Forse quella volta è stato il momento giusto. Forse è stato anche che il mio amico Raul Cremona, che mi ha portato dal cabaret dove lavoravamo a fare i provini una mattina, ha avuto un'intuizione positiva. "Ripensarci" nel senso che poi è faticoso: è un lavoro che richiede studio, attenzione, applicazione e aggiornamento. Ovviamente era ironico: io non ci ho ripensato un attimo e l'ho fatto.

Al debutto Zelig 30 ha fatto ascolti importanti, soprattutto tra i giovanissimi.

Questo è un fattore positivo, perché vuol dire che c'è ancora una richiesta di una comicità che va al di là del meme, del social, dei video dell'intelligenza artificiale con i neonati che ballano e parlano con le voci da adulti. C'è ancora un'esigenza di vedere un monologhista o di vedere un po' di spettacolo. Ovviamente senza ricadere nell'antico varietà, perché quello poi accontenta più la fascia più adulta.

Sei stato tra i protagonisti di una piccola rivoluzione televisiva: penso a Convenscion, alle tue trasmissioni in Rai. Si può tornare oggi a quel tipo di proposta?

No, non credo che si ritorni indietro, perché il pubblico è cambiato. Guarda solo i dati di ascolto: prima si festeggiavano i numeri, adesso si festeggiano molto le percentuali. Faccio il 19%: di quante persone? Faccio il 20%: di quante persone? Io ricordo che quando facevamo Bulldozer ci fu un po' di entusiasmo per un 19% su Rai 2, ti dicevano: "Ah, beh, è molto bello, un bel segnale". Oggi sarebbe un trionfo. Vedo le persone, mia figlia, o chi lavora e vive la comunicazione: vanno più sui programmi on demand. Vai a cercarti qualcosa che ti piace, tu come Fanpage poi lo sai perfettamente. Devo cercare quello che mi attrae, che mi piace, attraverso i social, attraverso il passaparola che i ragazzi hanno, attraverso i canali YouTube, che sono una realtà. Per cui non penso che torneremo indietro da quella strada. Però ci sarà sempre un pubblico: vedo la tenacia della Gialappa's, vedo la forza dello stesso Zelig di riproporsi per qualcuno che avrà piacere di ascoltarti.

Con la Gialappa's ti sei mai incrociato?

Ho fatto poche cose con loro. Con loro ci siamo più che altro conosciuti, con Marco Santin, per motivi calcistici: giocavamo nella stessa squadra, facevamo le partite benefiche per la Smemoranda. Ho fatto qualche puntata, però probabilmente all'epoca serviva altro, come adesso serve altro: servono personaggi che possono mettersi a confronto, che possono essere interrotti. Non c'è il monologhista che può fare il monologo a Mai dire, devi essere più flessibile. Io mi ricordo che una volta avevo fatto il muratore bergamasco da loro.

Il contatto col pubblico per te resta essenziale. Ma anche a teatro è cambiato tutto? Lì almeno, in teoria, lo smartphone dovrebbe restare in tasca.

C'è un filtro, ormai è inevitabile. Nell'epoca in cui ho iniziato andavi a teatro per passaparola. Con i miei registi, con Giampiero Solari, con Vacis, adesso con Navone, si facevano gli spettacoli per qualcuno che ci andava e poi ne parlava. Oggi i teatri stessi ti selezionano a seconda di quanti insight hai su Instagram. Poi ti chiedono tre o quattro video di lancio dello spettacolo, perché giustamente "Io devo riempire": questo è l'obiettivo dell'impresario. Questo però ha aperto le porte un po' a tutto, al teatro: tutto quello che è social è diventato teatro, gli psichiatri, i giornalisti, il delitto di Garlasco. E penso che questa cosa sia un po' un'invasione di campo. Però, mettendosi nei panni dell'impresario teatrale, lui dice: "Io ho bisogno che il teatro sia pieno, ho delle spese da ammortizzare".

E la comicità dal vivo?

L'idea del teatro pulito, comico, rimane lo stand-up, che è quello che vedo fare a Luca Ravenna: personaggi che entrano, hanno un microfono in mano, guardano il pubblico, c'è un fondale nero, al limite un flamingo disegnato, e ci sono 3.000 persone che ti guardano. Per me è quella la magia del teatro, e sono convinto che ripartirà. Quando sei col pubblico puoi fare e dire cose per le quali magari il pubblico non ti conosce. Una volta c'era la ricerca del tormentone a teatro: arrivavi là, facevi il tormentone, poi non c'era lo spettacolo. E questo secondo me è un problema. Bisogna arrivare con uno spettacolo in più, con un repertorio ampio, per far vedere al pubblico che non sei solo quello che ha visto sui meme, in televisione o nei social.

Parliamo di Milano. Tu sei sempre stato tra quelli che hanno stigmatizzato la paranoia della sicurezza. Dopo i fatti recenti, la questione per te è ancora chiara?

Chiara dal mio punto di vista, rispetto a ogni punto di vista altrui, perché sono un libertario: se devo leggere che qualcuno mi manda a fanculo, lo accetto serenamente. Però devo dirti la mia opinione. Me ne sono reso conto solo recentemente: mi hanno regalato un libro, L'Atlante della malavita milanese, dal 1963-64 al '93, i trent'anni di malavita. E mi sono reso conto che quando avevo 20 anni e si usciva, erano gli anni 80, mia madre mi diceva: "Sta' attento ad andare in centro perché c'è casino", e mi dicevano: "Certi quartieri evitali", compreso il mio, dove abitavo, che è l'Isola. C'erano delle sparatorie a Milano, c'era Vallanzasca, c'era Epaminonda, c'erano le Brigate Rosse, c'era l'eroina, c'erano una marea di cose che rendevano Milano molto pericolosa. C'era il clan degli uruguaiani, che gestivano la prostituzione e si ammazzavano tra loro con delle sparatorie a cielo aperto. Ora, tutto questo non ha nulla a che vedere con il fenomeno che analizziamo adesso. Però l'idea di amplificare la pericolosità di questa città attraverso i video si può fare, ampiamente. All'epoca io non lo sapevo che era pericoloso, e uscivamo comunque, cercando di spostarci appena vedevamo un po' di casino.

E quello che è successo in centro?

Questo è un casino che ha radici un po' più profonde, legate all'allargamento delle periferie, un po' alla trascuratezza delle stesse. Non si può però limitare tutto al fatto che vengono, spaccano vetrine e rubano la roba. Perché questa roba qua succedeva: i furti con scasso sono stati fatti tanti anni fa. L'esproprio di una volta era proletario, portavano via i polli e le cose da mangiare. L'esproprio di oggi è legato all'epoca in cui viviamo, è fatto di status symbol. E per quanto ho sentito, poi non so se vero o meno, molti prendono queste cose e le rivendono su eBay: non c'è proprio molto di politico in questo.

Quindi dentro una protesta giusta come quella contro il carovita si è infilato altro?

Al primo giorno dell'Expo, se ti ricordi, piazza Cadorna era messa a ferro e fuoco, ed era il 2015. C'era una giornata difficile, si era detto: "Attenzione che qui adesso arrivano i black bloc, gli anarchici, tutti". C'è sempre qualcuno che deve arrivare, qualcuno su cui puoi scaricare completamente la responsabilità della cosa. Però bisognerebbe dare a loro la responsabilità, e anche a tutto questo sistema di gestione delle periferie: le case Aler, le difficoltà, la manutenzione di certi stabili. La situazione dell'ordine pubblico non è soltanto la vigilanza urbana, ma è anche la prefettura. Poi io guardo da quello che vedo, cerco di non andarci in mezzo, perché non è il mio mestiere: non faccio il cronista.

Sala dice che c'erano pochi agenti, Piantedosi gli ha risposto. E c'è chi legge lo scontro in chiave elettorale, visto che nel 2027 Milano vota.

Io conosco Beppe da tanti anni, dai tempi di Expo, e penso che abbia avuto una difficoltà oggettiva, che è quella di non avere a disposizione più di tanto per poter arginare le situazioni. Però adesso, a quanto capisco, bisognerebbe mettere da parte i rancori e i modelli elettorali, anche perché Sala, essendo al secondo mandato, non si candida più. Per cui è cercare di mettersi d'accordo e cercare di contenere la situazione.

Intanto arriva l'esercito.

Oggi la notizia dice: va bene l'esercito. Però dipende dal come. Se dobbiamo presidiare una città coi carri armati o con i blindati è un conto. Se dobbiamo invece creare un po' di dissuasione, la dissuasione ci deve essere assolutamente. Non è pensabile che uno vada in centro il sabato dicendo: oggi chi c'è? C'è il mercato, ci sono gli anarchici o c'è la spaccatura delle vetrine? Oggi ci sono i maranza? Tutta questa cosa deve essere contenuta, e lì un ruolo c'era sia per il ministero sia per il sindaco.

Che sindaco serve a Milano dopo Sala?

Non lo so sinceramente. Vedo che Calabresi si sta proponendo, e probabilmente potrebbe essere una sorta di pacificatore. Però servirà un sindaco che abbia, a mio avviso, ben chiara la situazione della città e che arrivi magari con meno proclami e molta operatività. Perché l'operatività i milanesi l'apprezzano particolarmente, anche se poi a volte non sanno cosa farsene dopo che gli viene proposta. Io sono di Milano, sono dell'Isola, ho visto la crescita a dismisura del quartiere, ho visto la situazione ZTL. Ogni giorno c'è qualche situazione difficile da gestire qua, e bisogna avere un po' di propositività. Non dico solo la classica frase, rimboccarsi le maniche, però magari un po' meno contrasti e un po' più operatività, un po' più sul campo, essere presenti: andare a vedere i comitati di quartiere, capire di che cosa hanno bisogno e poi cercare di spiegargli onestamente cosa si può dare, senza fare la promessa. Cioè: cosa ti posso dare realmente rispetto a quello di cui tu hai bisogno.

Hai le idee chiare. Magari ti chiederanno di candidarti.

Spero di no, perché abbiamo già avuto vicissitudini con i comici che cercano di fare politica, con Beppe Grillo, con tanti altri, che hanno fatto un vaffanculo in piazza e sono diventati partiti. Dico: "No, ragazzi, cerchiamo di essere seri". Facciamo la politica ascoltando le persone e, perché no, anche facendoci un po' di ironia sopra. Ma l'ironia che non è scherno e non è sarcasmo. L'ironia secondo me è un'altra roba: è qualcosa che va a toccare le intelligenze delle persone e ci gioca. Il sarcasmo invece è sfruttare una situazione per infierire. E lo scherno addirittura, secondo me, andrebbe messo come reato.

Il 31 dicembre sei in scena a Varese con Fuga da mezzanotte.

Da anni facciamo Capodanno con i miei musicisti nei teatri, perché vogliamo scappare dalle feste: non sopportiamo il Capodanno. Per cui, invece di Fuga di mezzanotte, il famoso film, faremo Fuga da mezzanotte, per chi vuole rifugiarsi nei teatri ed evitare i cotillon, i balli, il cotechino freddo servito con la polenta e i fuochi d'artificio sul balcone. Chi vuole evitare questo cliché del Capodanno viene a teatro, si brinda con noi e ci divertiremo.

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