Don Roberto Fiscer: “Ho lasciato tutto per farmi prete. Davo la comunione di nascosto a un calciatore di Serie A”

Don Roberto Fiscer ha 49 anni ed è uno dei preti influencer più amati. La sua vita si snoda tra la parrocchia Santissima Annunziata del Chiappeto a Genova, le lezioni di religione, l'impegno presso l'Ospedale Gaslini, le visite ai carcerati, il catechismo e tanto altro. In un'intervista rilasciata a Fanpage.it ha ripercorso la sua storia.
Chi era Roberto Fiscer prima di diventare sacerdote?
Un ragazzo a cui piaceva tanto coinvolgere gli altri. Avevo la missione di rendere felice il prossimo. Quando ci fu il boom delle discoteche, iniziai a fare il porta valigie a un dj e poi, piano piano, diventai dj anche io. Dato che avevo bisogno di qualche soldino per comprare i dischi, lavoravo anche in un negozio di telefonini. Ero lì dal lunedì al venerdì. Il sabato e la domenica mi dilettavo come dj a Genova. Tutto cambiò dopo avere fatto animazione nella mia parrocchia.
Cosa è successo?
Un gruppo di bambini rimase dopo la festa. Capii che erano bambini di una comunità. Non avevano i genitori, arrivò poi una suora a prenderli con il pulmino. Questa cosa mi colpì e iniziai ad avvicinarmi a quella realtà e a fare animazione per loro. Mi toccò profondamente perché mi sentii circondato da un amore, un affetto e un senso della vita che mai avevo conosciuto.
Come sei arrivato alla conclusione che il sacerdozio fosse la tua strada?
Nel 2000 ero alla Giornata Mondiale della Gioventù a Roma. Sentivo un forte desiderio di spiritualità, a cui non riuscivo a dare un nome. Avevo voglia di pregare, ero attirato dalle messe e dal rosario. C'erano tanti giovani sacerdoti che parlavano con i ragazzi. Vidi un giovane piangere dopo essersi confessato. Mi colpì molto. In quell'occasione incontrai una ragazza con cui mi fidanzai. E lei fu fondamentale nella mia scelta.
In che modo?
Andai a casa sua per Ferragosto. C'era tutta la sua famiglia. La nonna mi chiese: "Ma allora, cos'è che ti ha colpito a Roma?". Probabilmente si aspettava che dicessi: "Tua nipote". Invece ripensai a tutti quei sacerdoti e in quell'istante capii: quella era la mia strada. Dovevo diventare sacerdote. Entrai subito in seminario.
Come reagì la tua famiglia?
Avevo solo mio padre che prima di allora mi aveva visto girare e rigirarmi su me stesso, vedeva che ero infelice. Quindi mi disse: "Basta che sei contento tu e sono contento anch'io. Se la tua strada non è quella, io ti aspetto a casa". Lasciai tutto, lasciai il lavoro nel negozio di telefonini, diedi via dischi e giradischi. Avevo dei tatuaggi e li feci cancellare perché mi dicevo: "Se divento prete, cosa penseranno le vecchiette di me?".
E invece ci sono anche sacerdoti tatuati come Don Giuseppe Fusari.
Col senno di poi non l'avrei fatto perché è storia anche quella.
Come la prese la tua fidanzata?
Disse che l'aveva capito. Si era accorta che avevo una chiamata diversa. Poi, ti dirò, siamo stati insieme un mese e più che altro frequentavamo la parrocchia. Le prime due, tre volte che sono uscito da solo con lei mi sono sentito fuori posto e poi ho capito che il mio posto era un altro.

Nel 2006 sei diventato sacerdote. Che bilancio tracci di questi 20 anni?
Sono stati bellissimi. I miei superiori mi hanno sempre capito. I vescovi che si sono succeduti sono stati come dei papà, mi hanno accettato e hanno compreso cosa c'era sotto ai miei video social. Il vero motivo per cui li facevo. La mia vita è piena, immersa nei ragazzi. C'è un amore puro, immenso. È un'avventura meravigliosa.
Non hai mai avuto un momento di crisi in cui hai messo in discussione la tua scelta?
No. Le mie uniche crisi sono state su che tipo di prete volessi essere. Sono nato come prete di parrocchia. Poi ho conosciuto il carcere come cappellano e la realtà dell'ospedale Gaslini. Quindi ho scoperto anche un altro modo di essere sacerdote.
Qual è la tua giornata tipo?
La mattina insegno religione a scuola. Poi vado all'Ospedale Gaslini dove ho fondato una radio che trasmette per i pazienti. Quindi corro in chiesa e ho la messa nella mia parrocchia. Poi ho vari gruppi giovanili, il catechismo, l'azione cattolica, gli scout.
Cosa ti ha dato il sacerdozio che la tua vita precedente non ti dava?
Come sacerdote sento di lasciare un'impronta di Dio nel cuore delle persone che incontro. Questa impronta ti resta e ti accompagna nei momenti più difficili. E pensare che ho vissuto la mia gioventù con fatica.
Come mai?
Avevo 13 anni quando ho perso mia madre. Dopo la sua morte ho provato una grande sofferenza a cui non riuscivo a dare un nome. Non mi volevo bene, mi disprezzavo, avevo un cattivo rapporto con il mio corpo, ho avuto disturbi dell'alimentazione. In discoteca trasformavo questo dolore e cercavo di trasmettere a chi ballava quella gioia di vivere che io non avevo. Da sacerdote sento di fare la stessa cosa, ma lo faccio per Dio e con Dio. E quando lasci un'impronta di Dio nell'altro, gli lasci un appoggio, una piccola luce nel buio, una speranza. Lo vedo sia nei carcerati che nei bambini ricoverati che incontro. E sai qual è la cosa più bella?
Quale?
Quando queste persone non sono più ricoverate o carcerate, mi cercano, vogliono continuare un percorso. La mia presenza, a volte, apre le porte della prigione interiore. Non cambia la vita, però come dicevo, accende una speranza.
Diventando sacerdote hai fatto la promessa di celibato, ti è pesata questa rinuncia a diventare padre?
Ti racconto un aneddoto. Durante il periodo in cui ero in seminario, ho vissuto un piccolo momento di crisi. Mi chiedevo: "E se fossi chiamato a diventare papà?". Poi accompagnai le bambine della comunità a vedere il presepe. Quando arrivammo dissi: "Già che siamo qua, facciamo una preghierina". Una signora anziana commentò: "Ma che bravo papà che sei". Fu una grande risposta per me, perché capii che si poteva essere padre in un altro modo, non biologico ma spirituale. E anche oggi, da sacerdote, per me vale questo. Vivo una paternità diversa. Sono padre per tante persone.

Rientri tra i preti influencer. Che significato ha per te il numero crescente di follower?
Lo considero una responsabilità. Quella che faccio vedere nei video, è la realtà che vivo tutti i giorni, altrimenti sarei un ipocrita. È impegnativo tenere comunque un livello alto, devo pensare bene a cosa veicolare, come arrivare alle persone, quindi è una vera e propria missione. Praticamente un'altra parrocchia.
Ti hanno mai proposto delle sponsorizzazioni?
Sì, sempre su ambiti religiosi ma non ho mai accettato.
Cosa nello specifico?
Oggetti liturgici o comunque cose che avessero a che fare con la religione. Ho preferito dire di no, voglio sentirmi libero e non essere accusato di fare le cose con un doppio fine.
Mi ha stupito che sui social abbiano commentato il tuo corpo, dicendosi preoccupati per il tuo dimagrimento.
È bello che le persone si preoccupino. La verità è che la mia vita mi portava a correre di qua e di là e a mangiare al volo, quindi male. Ho deciso di rimettermi in forma. Sentivo l'importanza di giocare a calcio con i ragazzi, andare in montagna con loro, essere un compagno di squadra. Non volevo starmene seduto a dare le indicazioni. Volevo lottare, camminare e sudare con loro, però questo richiede anche una cura di sé e una disciplina.
C'è chi ti reputa blasfemo per i video girati in chiesa.
Mi dà fastidio quando scrivono ai miei superiori, ai vescovi. Mi ricorda quando ero a scuola e c'era il tizio che faceva la spia. Li ho sempre sofferti perché ti prendono alle spalle. Non comprendono che per saziare la fame di Dio di una persona distante dalla Chiesa non puoi arrivare con una vagonata di concetti, devi partire dalle briciole. Ecco, io mi sento un po' come Pollicino, i miei video sono come delle briciole perché la gente possa tornare a casa.
Come rispondi a chi ti critica?
Non rispondo mai anche per non dare visibilità, non mi fregano (ride, ndr).
Sembri un uomo estremamente sereno, c'è qualcosa che ti fa paura?
In realtà non credo. Dio mi ha sempre aiutato agli incroci della vita e questo mi dà serenità. Confido in Lui perché nei momenti di bufera c'è sempre stato, ma a modo suo. Non con la bacchetta magica, ma attraverso la soluzione migliore. Un po' come nel film Collateral Beauty, so che anche nei momenti più difficili, Lui troverà una bellezza collaterale che poi sarà la vera bellezza.
Hai fatto un pesce d'Aprile proponendo la confessione via Whatsapp. Alcuni ci hanno creduto. Ritieni che un giorno si possa davvero arrivare a questo?
Dal punto di vista teologico, il sacramento prevede una materia e una forma. Ad esempio, nella Messa la materia sono il pane e il vino, la forma sono le parole del sacerdote. Se mancano queste due cose, viene a mancare il sacramento. Nella Confessione, la presenza del penitente è materia, quindi è necessario l'incontro, la presenza fisica. Dà il via a un percorso, non si può di certo andare avanti con i vocali (ride, ndr). Lo scherzo, però, ha aperto un tema.
In effetti ho notato che tante persone, in questa modalità, erano pronte ad accostarsi al sacramento.
Ancora oggi mi scrivono: "Posso farlo?". Quindi il desiderio c'è, insieme al bisogno profondo di non essere giudicati e di essere ascoltati.
E cosa li tiene lontani dal confessionale? La vergogna?
O si vergognano o magari noi preti non ci siamo, non ci facciamo trovare perché abbiamo mille cose da fare. Ho notato un vuoto di presenza da parte nostra. Devi pensare che ci sono ancora preti che non battezzano i bambini che sono figli di una coppia di conviventi. Magari a volte sei sfortunato e becchi il prete sbagliato.
Alcuni non hanno compreso che fosse uno scherzo e ti hanno attaccato.
Ci sono figure di rilievo del mondo tradizionalista, parlo di preti e vescovi scomunicati dal Papa, che criticano me! (ride, ndr). E muovono le masse che poi si riversano sui miei social. Sono le stesse persone che attaccano Papa Leone e prima ancora Papa Francesco. A uno di questi ho risposto: "Ho fatto parlare più io del sacramento della confessione con uno scherzo che lei con le sue lezioni di teologia".
Credi che la Chiesa possa migliorare nell'approccio alla comunità LGBTQIA+?
In quell'ambito dovremmo lavorare molto anche sulle parole, sulla terminologia, dobbiamo creare un alfabeto nuovo. Sono miei fratelli ma si parla ancora di accogliere. L'accoglienza richiama un aspetto di subordinazione che trovo assurdo. Occorre una grammatica nuova che non induca l'altra persona a sentirsi inferiore per una scelta di vita.
In cos'altro la Chiesa dovrebbe fare un passo avanti?
A livello generale, nella musica. Siamo 200 anni indietro rispetto alla chiesa cattolica americana dove la Christian Music è suonata nelle radio e le band fanno sold out nei palazzetti e negli stadi. La Chiesa dovrebbe aiutare questo cantautorato, perché è un veicolo di comunicazione con i giovani. E poi in America c'è un approccio molto diverso alla fede. Anche i personaggi noti non si vergognano di professare la loro fede, si dicono cristiani cattolici o cristiani evangelici. Da noi invece c'è vergogna. Una quindicina di anni fa, avevo un amico calciatore professionista di Serie A, che attualmente si è ritirato. Gli portavo la comunione di nascosto la domenica. Dovevo farlo di nascosto perché alcuni compagni di squadra lo prendevano in giro. Anche questo dovrebbe cambiare.