Alida Gotta: “Dopo Masterchef la gogna. Via dall’Italia perché per lavorare nella legalità i costi sono troppo alti”

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Alida Gotta racconta a Fanpage.it le difficoltà vissute in Italia da imprenditrice nel settore food: “Mantenere i dipendenti costa troppo: un singolo lavoratore arriva a gravare sull’azienda fino a quattro volte il suo stipendio netto”. Oggi, con un visto speciale per “talenti straordinari”, guida un ristorante in Alabama insieme a Maurizio Rosazza Prin.

Protagonista indiscussa della quinta edizione di Masterchef, ha rivoluzionato il food delivery italiano fondando la prima dark kitchen di Milano e, oggi, ha voltato pagina trasferendosi negli Stati Uniti. Alida Gotta si racconta a Fanpage.it in un'intervista, ripercorrendo gli anni di gavetta post-talent e le difficoltà di fare impresa in Italia: "Qui gestire un'azienda nel settore del food è particolarmente complicato rispetto al resto del mondo: tra norme, costi delle materie prime e gestione delle risorse, i margini si stringono tanto se si lavora in piena legalità". Oggi, in Alabama, guida un nuovo ristorante insieme insieme a Maurizio Rosazza Prin (anche lui ex del programma) e ha ricevuto un visto speciale per "talenti straordinari": "Qui è la patria del capitalismo, se lavori bene vai avanti e vieni premiato".

A Masterchef ti sei distinta per un carattere forte, deciso, a volte irruento. Ti sei riconosciuta, guardandoti in TV?

Masterchef restituisce il meglio e il peggio dei concorrenti. A un certo punto, mi dicevo: "Ma io non ho detto questo, non intendevo questo". Sono stata vittima di una vera e propria gogna mediatica, per questo alla sesta puntata ho smesso di seguire e non ho più guardato neanche le edizioni successive. È stato traumatizzante, anche se viverlo è stato molto bello.

Cos'è che non riuscivi a guardare?

Credo che quella persona, quel personaggio, non riflettesse la realtà. Ero molto ingenua all'epoca, il mio obiettivo era fare colpo su Carlo Cracco con i miei piatti (ride, ndr). Avevo un approccio un po' immaturo: d'altronde, avevo solo 25 anni. È innegabile che Masterchef offra una grande visibilità ma, se partecipi pensando di lavorare subito nei tristellati, dopo scopri che la realtà è ben diversa.

Pensi che il confronto con Erika – notoriamente molto emotiva – ti abbia penalizzata, facendoti passare per la "cattiva" della situazione?

In quella finale ho dato il massimo, ho usato tecniche che all'epoca nessuno usava, come il sottovuoto, che oggi sono quasi passate di moda. È andata come è andata. E a ripensarci, forse quell'esplosione di follower mi ha portato anche più di quanto avrebbe fatto la vittoria.

Come è proseguita, dopo, la tua carriera?

Ho iniziato a lavorare nel mondo degli eventi e del catering, lanciandomi nella cucina a 360 gradi. Poi, nel 2019, ho partecipato a Masterchef All-Stars: lì ho conosciuto Maurizio (Rosazza Prin, ndr). È scattata la scintilla e ho deciso di dare una svolta drastica alla mia vita, chiudendo la mia relazione precedente per iniziare a frequentarlo e a lavorare insieme a lui. Per i primi due o tre anni ci siamo concentrati molto sull'influencer marketing. Subito dopo, abbiamo deciso di dare una forma alle nostre idee e, nel 2020, abbiamo fondato la nostra start-up.

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A Masterchef All–Stars, nel 2019.

Parli di Delivery Valley, la prima dark kitchen a Milano.

Sì, il concept era nato un anno prima e il Covid ci ha rallentato, ma a giugno 2020 siamo riusciti ad aprire. Si trattava di un'unica grande cucina con all'interno diverse postazioni e vari food brand dedicati esclusivamente al delivery, un concetto americano che abbiamo importato in Italia.

Ed è stato un successo. Quale credi sia stata la forza di quel progetto?

Facevamo tutto noi, dalle salse al pane. Il nostro pollo arrosto, per esempio, era diventato il secondo più venduto a Milano dopo Giannasi, perché c'era dietro una grande ricerca.

Gestite ancora voi l'azienda?

È in corso una trattativa di vendita, non posso entrare nei dettagli.

Di cosa vi occupavate precisamente, tu e Maurizio?

Ideavamo le ricette, all'inizio cucinavamo e gestivamo anche tutto il resto: dal branding al naming, fino alla fotografia. Lì ho fatto la vera gavetta imprenditoriale, ho capito cosa significa fare impresa in Italia. È stata un'esperienza che mi ha formata, ma è stata difficile dal punto di vista fisico ed emotivo.

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Il progetto Delivery Valley di Alida Gotta e Maurizio Rosazza Prin.

Spiegati meglio.

Gestire un'azienda nel settore del food in Italia è particolarmente complicato rispetto al resto del mondo: tra norme, costi delle materie prime e gestione delle risorse, i margini si stringono tanto se si lavora in piena legalità, come facevamo noi.

Oggi si parla continuamente di stipendi bassi nella ristorazione. È un problema che ha toccato anche voi, in quanto imprenditori?

Mantenere i dipendenti costa cifre spropositate nel nostro Paese: un singolo lavoratore arriva a gravare sull'azienda fino a quattro volte il suo stipendio netto. Questo meccanismo mette in ginocchio chiunque vorrebbe fare di lealtà e investimenti sul personale il proprio punto di forza. Io ho sempre cercato di costruire un team coeso, dando il massimo per le persone, anche se purtroppo la risposta e il ritorno non sono sempre stati all'altezza degli sforzi fatti.

Quindi avete deciso di lasciare l'Italia.

Sì, l'abbiamo fatto nel maggio del 2026. Ci siamo trasferiti negli Stati Uniti, precisamente in Alabama, per fare una nuova esperienza e capire come funzionasse lì la ristorazione. Abbiamo conosciuto un'imprenditore a Milano che stava aprendo una serie di ristoranti e ci ha offerto di gestirne l'apertura.

Che tipo di locale gestite adesso?

Un ristorante mediterraneo con forti influenze italiane. Facciamo tutto in casa: dalla pasta fresca ai dolci, fino ai maritozzi e alla pizza. Abbiamo anche un piccolo spazio con musica dal vivo. La cosa bella è che ci è stato riconosciuto un visto di lavoro speciale di tre anni, l'Extraordinary Talented. È divertente pensare che in Italia a volte ci si senta sottovalutati, mentre altrove ti riconoscono questo status.

Dal punto di vista imprenditoriale, che differenze noti tra l'Italia e gli Stati Uniti?

L'America è il Paese del capitalismo, nel bene e nel male. Lì è nato il concetto di scalabilità: se lavori bene, vai avanti e vieni premiato; se una persona in cucina crea problemi, puoi lasciarla a casa da un giorno all'altro e sostituirla subito con un'altra risorsa. È un sistema molto diverso, che ha i suoi pro e i suoi contro, ma che per un imprenditore offre una flessibilità enorme.

Ci sono anche italiani tra i vostri clienti?

La clientela è quasi interamente americana. C'è un amore viscerale per la nostra cucina, ma all'inizio abbiamo dovuto fare i conti con un vero e proprio scoglio culturale. Per farti un esempio: i primi tempi nessuno comprava la nostra focaccia con la mortadella. Gli americani pensavano che la "bologna" fosse quell'insaccato industriale chiuso nei grossi tubi di plastica rossa. Una volta spiegato il malinteso e fatta assaggiare quella originale, è diventata uno dei nostri prodotti di punta.

Tu e Maurizio state insieme ormai da otto anni: come si concilia il rapporto di coppia con quello professionale?

Abbiamo caratteristiche completamente opposte. Lui è la mente creativa: pensa al menu, alle ricette, agli abbinamenti. Poi prende la sua idea e mi dice: "Adesso come facciamo a replicarla per duemila volte?". E lì intervengo io sulla parte organizzativa e produttiva. Abbiamo skill differenti che non si sovrappongono. Quando stacchiamo, però, spegniamo il lavoro: ci godiamo i giorni liberi per viaggiare e stiamo portando avanti anche un canale YouTube dove raccontiamo il cibo e le storie nei nostri viaggi in giro per il mondo.

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Guardando al futuro, ti vedi a lungo in America?

Per adesso siamo qui, ci stiamo godendo questa avventura e stiamo ricevendo richieste anche da altri Paesi, come la Norvegia. Poi si vedrà: io sono una che, ogni otto anni, sente il bisogno di fare un cambiamento drastico. Per ora mi godo il presente e affronto i problemi uno alla volta, con la consapevolezza che, alla fine, una via d'uscita si trova sempre.

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