Luisa Cuozzo di Masterchef: “In cucina lavoravo 14 ore al giorno. Ora faccio la pasticcera per essere mamma”
Era il 2011 e la televisione accoglieva Masterchef Italia. Tra i pionieri della primissima e storica edizione c'era anche Luisa Cuozzo, arrivata a soli 23 anni in finale contro il vincitore Spyros. Oggi, a distanza di anni, la sua vita è radicalmente cambiata: ha lasciato i ritmi serrati delle grandi cucine per fare la pasticcera e la mamma. In questa intervista a Fanpage.it, l'ex concorrente racconta il lato oscuro di quell'esperienza, ma soprattutto denuncia l'asprezza di un settore, quello della ristorazione, che per le donne non fa sconti tra contratti capestro e diritti negati. Fino alla frenata imposta dalla diagnosi di tumore alla tiroide nel 2016, oggi superato.
"Se in un'altra vita potessi rinascere, vorrei nascere uomo. A loro, durante un colloquio, nessuno chiede mai se hanno intenzione di sposarsi o di avere figli", racconta Cuozzo, e svela l'assurda proposta di un datore di lavoro che le offrì un contratto in scadenza esattamente il giorno prima delle nozze, pur di mettersi al riparo da una maternità. E ripensando a quel 2011 che la trasformò, complice il montaggio tv, nella "cattiva" dell'edizione, ammette: "La gente arrivava a scrivermi minacce di morte. Se tornassi indietro, un'esperienza del genere non la rifarei".
Sei stata tra i pionieri di Masterchef Italia. Come credi sia cambiato il programma da allora?
I concorrenti delle edizioni successive si sono adeguati velocemente alle logiche televisive. All'epoca eravamo meno preparati, non solo in cucina, ma anche nella dialettica, nel modo di porci e di vestire. È un po' come paragonare un film in bianco e nero a uno di ultima generazione: il mondo è andato avanti, spinto anche dall'esplosione dei social. Se avessi partecipato alla seconda edizione, mi sarei comportata in modo completamente diverso.
In cosa, di preciso?
Ero fin troppo schietta e avevo un carattere fumantino. Come prevede il contratto, la produzione ha la facoltà di montare le clip in base alle esigenze del racconto, ma tra il mio modo di fare e i tagli del montaggio il pubblico si fece un'idea sbagliata. Riconosco che potessi sembrare scontrosa, ma dietro c'era solo la competitività di una ventenne, non ho mai voluto fare la prepotente.
Hanno continuato a giudicarti negativamente anche dopo?
Sì, purtroppo. La gente arrivò a scrivermi anche minacce di morte. E la cosa assurda è che, ancora oggi, quando replicano le vecchie puntate, mi arrivano messaggi deliranti su Instagram e Facebook da parte di persone che, evidentemente, non stanno bene.
Hai mai denunciato?
No, si trattava perlopiù di account falsi. Mio marito mi ripeteva sempre di bloccare tutti e andare avanti, di non perdere tempo con gente instabile. Però, a dire la verità, mi è pesato tanto. Tant'è che, tornassi indietro, un'esperienza del genere non la rifarei.
Poi è iniziato il percorso nelle vere cucine.
Dopo Masterchef ho fatto stage, lavorato in diversi ristoranti, ho aperto un mio locale a Napoli e poi fatto catering. Lavoravo dalle tredici alle quattordici ore al giorno, a volte fino a diciassette, con turni massacranti soprattutto nei periodi di banchetti e cerimonie. Poi, nel 2016, è arrivata la svolta forzata: mi è stato diagnosticato un tumore alla tiroide, oggi superato. Lì ho dovuto tirare le redini, anche perché a distanza di sei mesi dall'operazione mi sono sposata e poco dopo è arrivato il mio primo figlio.
Come hai gestito il ritorno al lavoro dopo la diagnosi?
L'ho affrontato prendendo coscienza del fatto di dover cambiare ritmo. Purtroppo, dopo la prima gravidanza, ho scoperto anche una malattia reumatologica che mi impedisce di fare sforzi eccessivi. Anche quello è stato un chiaro avvertimento: la passione e la dedizione sono fondamentali, ma il nostro è un mestiere incredibilmente usurante e fisico, e a un certo punto bisogna imparare a fermarsi.
Raccontami del tuo locale, cos'è successo?
Ero ancora molto giovane e inesperta e, dopo un po', abbiamo chiuso. Non è successo perché l'attività andava male, ma perché non c'era sintonia tra me e i soci. Questo mestiere richiede una serenità di fondo che, in quelle condizioni, mancava.
Di cosa ti occupi, oggi?
Lavoro in una bar-pasticceria a San Prisco, in provincia di Caserta. Attualmente sono in maternità perché da poco è nato il mio secondo figlio. È un lavoro che mi garantisce orari umani: attacco la mattina presto e nel primo pomeriggio ho finito. Questo mi permette di fare la mamma, di seguire i miei figli e di avere una vita normale, pur continuando a fare ciò che amo. Se fossi stata un uomo o una donna single avrei fatto scelte differenti, ma conciliare i ritmi della ristorazione con la famiglia è quasi impossibile.
"Se fossi stata un uomo". Cosa intendi?
Se in un'altra vita potessi rinascere, vorrei nascere uomo. A un uomo, durante un colloquio, nessuno chiede mai se ha intenzione di sposarsi o di avere figli. Se a presentarsi è una donna, quella è purtroppo una domanda ricorrente. Ti racconto un aneddoto: un datore di lavoro, sapendo che ero prossima al matrimonio, mi propose un contratto che scadeva esattamente il giorno prima delle nozze, pur di non rischiare una futura maternità.
Credi che questa discriminazione sia ancora più accentuata nel mondo della ristorazione?
Ne faccio un discorso generale. C'è ancora chi pensa che una donna debba essere tagliata fuori dalla vita lavorativa quando diventa madre, in una società in cui non è più sostenibile vivere con un solo stipendio in famiglia. Sono una professionista e voglio lavorare, eppure spesso mi sento giudicata per questo. Nel posto in cui lavoro adesso, fortunatamente, le cose sono diverse: ho potuto vivere la maternità serenamente, il che rappresenta una rarità assoluta in questo settore.
Tornerai mai nella brigata di un ristorante?
Ogni volta che vado a mangiare fuori e vedo una cucina mi viene un colpo al cuore: il brivido del servizio e l'adrenalina di quel mondo mi mancheranno per sempre. Forse un giorno, quando i miei figli saranno grandi, ci ritornerò. Nel frattempo, continuo a preparare dolci, aperitivi e cucinare per la mia famiglia. Mi va bene così.