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Cosa si dice di “Melania”, il documentario sulla moglie di Donald Trump: “Ritratto vergognoso e fascista”

La critica stronca Melania: “Noiosa propaganda”, ma il pubblico invece premia il documentario. Un po’ come succede da noi con Falsissimo e con Fabrizio Corona: lo criticano tutti, lo guardano tutti.
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Il documentario su Melania Trump è arrivato nelle sale negli States e in Italia, presto arriverà anche su Prime Video, e il verdetto della critica americana è stato spietato. Con un microscopico 6% su Rotten Tomatoes dal lato dei recensori professionisti, il film diretto da Brett Ratner si è trasformato in uno dei flop più clamorosi della stagione. Ma c'è un dettaglio che racconta molto dell'America di oggi: il pubblico lo ha premiato con un 98% di gradimento al popcornometro.

Quaranta milioni per un "infomercial senza vita"

Variety non usa mezzi termini. Owen Gleiberman definisce il documentario "un ritratto così orchestrato, ritoccato e controllato che a stento raggiunge il livello di un infomercial vergognoso". Il critico aggiunge che il film "non ha dramma. Doveva chiamarsi Day of the Living Tradwife", giocando sul concetto di "moglie tradizionale" ormai fossilizzato.

Amazon ha sborsato 40 milioni di dollari per acquisire il progetto – la cifra più alta mai pagata per un documentario – di cui 28 milioni sono finiti direttamente nelle tasche della First Lady. Altri 35 milioni sono stati investiti in marketing. Una spesa totale da 75 milioni per quello che The Wrap liquida come "un noioso pezzo di propaganda criminalmente superficiale".

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"Tre cose: Scorsese, Luhrmann o un idiota"

Decider demolisce il film già dall'apertura: "Iniziare il tuo film con Gimme Shelter dei Rolling Stones e Billie Jean di Michael Jackson significa che sei una di tre cose: Martin Scorsese, Baz Luhrmann, o un idiota. Brett Ratner non è nessuna delle prime due".

Il sito prosegue descrivendo il documentario come una sequenza di "tre settimane infinite nella vita di Melania, piena di viaggi e scarsa di responsabilità", dove la protagonista "si impegna profondamente a evitare di guardare la telecamera". La voce fuori campo della First Lady viene definita "narcotica", mentre il contenuto è liquidato con una frase lapidaria: "Non c'è conflitto, non c'è dramma, non c'è niente. Il fascismo ama le sue vittorie preordinate e gli abiti di lusso".

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L'assenza di politica come dichiarazione politica

The Guardian ha svelato il meccanismo dietro l'operazione: "Il film è stato commissionato per fare la corte al marito di Melania, Donald Trump. Amazon ha pagato 40 milioni – chiamiamola pure una forma di protezione. Jeff Bezos ha molti interessi commerciali".

Il quotidiano britannico descrive una proiezione deserta – "C'erano altre due persone in sala" – e un prodotto che "ha l'aria di un costoso video aziendale". La descrizione della vita quotidiana di Melania è impietosa: "Come riempie le sue giornate la First Lady? Ho già iniziato a pianificare l'inaugurazione, dice. Tre settimane prima dell'evento. Impariamo presto che Melania è più la causa della pianificazione altrui che una pianificatrice vera e propria".

Daily Beast liquida tutto con una frase: "Non voglio farvi saltare la testa o farvi perdere l'equilibrio quando vi informo che il documentario su Melania è terribile". Ma è Variety a cogliere il significato più profondo dell'operazione. Il film è stato realizzato con un budget stratosferico da un regista "effettivamente cancellato dopo accuse di abusi sessuali e non in posizione di fare altro che quello che gli veniva detto". Insomma, la posizione di Brett Ratner, colpito dalle accuse del MeToo, spiegherebbe il motivo della sua scelta.

Mentre la critica lo stronca, il pubblico lo premia

Ma mentre la critica stronca, il pubblico americano premia. Il 98% al popcornometro di Rotten Tomatoes racconta di un Paese spaccato davanti allo schermo. Un po' come succede da noi con Falsissimo e con Fabrizio Corona: lo criticano tutti, lo guardano tutti.

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