Raf: “Dopo Self Control mi sono sentito alieno. Io, Patty Pravo, J-Ax Big a Sanremo 2026 ma sconosciuti ai giovani”

Si chiama "Ora e per sempre" la canzone che Raf porta al Festival di Sanremo 2026. Il cantautore, autore di hit come "Ti pretendo", "Infinito" e "Self control" torna sul palco dell'Ariston dove ha sempre portato successi, anche se la classifica non l'ha sempre premiato. La canzone è una dichiarazione d'amore alla moglie Gabriella (il titolo è l'espressione con cui sostituì il "Finché morte non ci separi" al loro matrimonio), ma all'interno c'è anche un riferimento all'attualità, come racconta Raf a Fanpage. Il cantante torna con la metafora dell'alieno, usata già in altre canzoni, benché oggi non si senta più così. Il cantautore, tra i 30 Big del Festival, riflette anche sul cambiamento del termine "Big" e su come ormai anche la popolarità si sia frammentata: "Il pubblico conosce e identifica come big un certo tipo di artisti e gli altri gli sono totalmente sconosciuti".
Sono 42 anni da “Self Control”, 35 da “Sogni e tutto quello che c’è”. Una carriera incredibile, lunga. Si torna a Sanremo, ma tu sei sempre tra i big della musica italiana.
Bisogna capire cosa si intende per "big", perché oggi ci sono vari tipi di big, oggi più che mai, con le alternative offerte dalle piattaforme digitali. Una volta i big erano una cosa più precisa, oggi c’è un pubblico trasversale, ma spesso anche un pubblico dedicato, che conosce e identifica come big un certo tipo di artisti e gli altri gli sono totalmente sconosciuti. È anche una questione generazionale, spesso.
Forse siete i big perché avete lasciato qualcosa nell’immaginario collettivo. Oggi è più difficile, ma tu hai lasciato canzoni che tutti conoscono. Forse è questo?
Sì, ci sono canzoni che col tempo diventano iconiche, per usare un termine abusato. Però oggi la cosa è strana: per esempio, a Sanremo quest’anno ci sono artisti giovani che per certi giovani sono dei big, ma sono totalmente sconosciuti al resto della popolazione italiana. Dall’altra parte ci sono persone come me, come Patti Pravo, forse anche J-Ax, che per i giovanissimi sono sconosciuti del tutto o comunque poco conosciuti. Quindi la parola "big" oggi è molto relativa, è cambiata molto.
Qual è la canzone tua a cui sei più legato?
È una domanda difficile, perché ci si lega a tutte le cose che si fanno, anche quelle meno conosciute. Tra quelle più popolari direi "Infinito", probabilmente.
Torni a Sanremo con la metafora dell’alieno, che avevi già usato in "Vita, storia e pensieri di un alieno". Ti senti così? Come mai?
In quel testo dicevo di essere un alieno perché in quel periodo mi sentivo fuori da tante cose. Facevo musica, ma mi sentivo estraneo a quello che stavo facendo. Sono arrivato al successo con "Self Control", un brano che pensavo di scrivere per altri. Per una serie di cose mi sono ritrovato a cantarlo io, a essere identificato come un personaggio dell’Italo Disco, cosa che secondo me era sbagliata, perché quella canzone non ne aveva le caratteristiche. Mi sono ritrovato in quel mondo, e per me era strano. Mi sentivo in un mondo sconosciuto e anche il successo improvviso, per uno che fino a due anni prima era punk, è stato straniante. Mi sentivo come un alieno.
Oggi non ti senti più così?
No, oggi no. Ne ho viste di cose… ho visto cose che voi umani… quindi no, oggi non più.
Hai avuto un'ossessione per la musica?
"Ossessione" forse ha un'accezione negativa. Io ero molto preso dalla musica, da sempre. Ti racconto un aneddoto: avevo due anni, avevo appena cominciato a camminare. I miei mi regalarono una chitarra, perché quando andavamo nei negozi di giocattoli io andavo sempre nel reparto strumenti musicali, nei primi anni Sessanta. Cercavo di imitare Celentano, il ballo rockabilly con le gambe divaricate. All’epoca si metteva la cera sul pavimento, scivolai e… ernia strozzata, mi portarono in ospedale di corsa. Facevo il Celentano a due anni! Più che ossessione è una cosa che mi ha accompagnato da sempre. Ho sempre cercato la musica, gli strumenti, suonare, farlo con gli altri. È stata una fissazione.
Avevi un’anima punk ma guardavi sempre al pop.
Con i Caffè Caracas facevamo cose che, essendo in tre e io bassista cantante, associavano ai primi Police, ma in realtà facevamo cose diverse. Poi nel primo singolo facemmo anche "Tintarella di luna" di Mina – un brano anni Sessanta – in versione punk. Quindi c’era già il pop. Probabilmente il pop mi intrigava già senza rendermene conto.
Cosa disegneresti se dovessi spiegarci "Ora e per sempre" ?
Dovrei disegnare cose belle e brutte. Un cuore, perché è una storia d’amore. Il tempo che scorre: un orologio. Poi le paure del presente: qualcosa che somiglia a un fungo atomico, Hiroshima e Nagasaki. E alla fine, siccome in ogni bella canzone pop ci deve essere il lieto fine, un sole. Perché io ci credo nel lieto fine. E il sole c'è perché alla fine canto "e mentre il mondo urla e stride, vuoto di empatia".
Mi racconti questi versi?
Sì, è la cosa che mi spaventa di più. Vediamo cose drammatiche, le guerre in tempo reale e molti le ignorano, si girano dall’altra parte. Capisco che i potenti abbiano ragioni politiche ed economiche, anche se non sono giustificate, ma non capisco la mancanza di empatia della gente comune verso persone che vengono massacrate sotto i nostri occhi.
Si pensa che il pop sia disimpegnato, ma tu hai scritto anche pezzi politici come "Jamas".
Era una riflessione su quella che è stata la figura di Che Guevara diventato, suo malgrado, un'icona commerciale: "Ti ho rivisto sulla maglietta di un turista giapponese”. I tempi moderni divorano tutto, c'è una contraddizione continua.
A Sanremo hai portato canzoni che sono diventate grandi ma hanno occupato posizioni sempre da metà classifica in giù. Avevi detto: "Finché non torna la musica, non lo faccio più". È tornata?
Da Baglioni in poi il festival è diventato più musica e meno televisione. Ha tolto l’eliminazione, che era una gogna da talent show. Oggi la gara è più in secondo piano perché Sanremo è diventata soprattutto una vetrina, forse l’unica, e questo non è del tutto positivo: tutta la musica non può passare da un imbuto.
Come affronti Sanremo, da persona riservata quale sei?
In maniera tranquilla, almeno fino a oggi. Poi quando si accendono le luci e scendi dalla scala, il brivido arriva, ma spero di essere più tranquillo delle altre volte.
Tuo figlio sarà con te?
Sì, verrà con tutta la famiglia. Vuole vivere l’esperienza, anche se è una grande caciara, ma lui ha la curiosità.
Dopo Sanremo che succede?
Uscirà un album in autunno. Sanremo oggi è fondamentale per promuovere un progetto, altrimenti rischia di passare inosservato.
Dopo 11 anni senza album, che sensazione hai?
La vivo come una novità. È cambiato tutto, quindi è come ricominciare.