Se ancora una volta vi serve un termometro per misurare l'abisso della ferocia che cola sul Paese allora leggetevi ciò che è accaduto a Ragusa, dove una mamma eritrea di diciannove anni viene ricoverata dopo essere stata stuprata in Libia, dopo avere partorito all'interno di uno dei lager libici (che qualcuno si ostina a non voler vedere) e che è arrivata con la sua bambina in braccio per un soffio a Pozzallo su un lurido barcone di reietti insieme ad altre 264 persone. Dicono i soccorritori che quando Aster è sbarcata i soccorritori hanno trovato la neonata ancora sporca di sangue, simbolo del carnaio che ha dovuto subire e superare.

Mi viene da pensare che Aster, come molti altri, abbia creduto di essere salva se non libera, in un'Europa che almeno sulla carta sventola da sempre delle regole di rispetto della dignità umana che dovrebbero garantire un aiuto, se non addirittura l'accoglienza e l'integrazione. E invece la giovane mamma, che all'Ospedale di Ragusa ha potuto per la prima volta sperare di entrare in un luogo di cura piuttosto che in un recinto di violenza ha subito la mostruosità imbellettata e la ferocia dei benpensanti che frustano senza frusta, feriscono senza armi eppure riescono a schiacciare la dignità mantenendo una parvenza di civiltà. «Ci porta malattie!» hanno imprecato le altre mamme in attesa nel reparto di neonatologia, ovviamente infarcite della bavosa propaganda che ha innescato la guerra tra ultimi provando a nascondere le disperazioni nostrane scagliandole contro quelle straniere. E in quel gesto di falsa protezione (perché di sicuro ora si sprecheranno gli editoriali di chi difenderà le madri nostrane rivendicando il diritto di proteggere la propria famiglia) in realtà c‘è tutto il terrore infuso da chi sulla pelle degli stranieri ha costruito un bacino elettorale.

Non contano gli ospedali che funzionano, non conta la sanità che ormai continua imperterrita il suo percorso di secessione, non conta la mancanza di servizi che le madri dovrebbero avere e non riescono ad avere, non contano gli asili che mancano, non contano le scuole fatiscenti, non conta la mancanza di servizi: il nemico è Aster perché è concretatattile, lì sta e lì si può vedere in tutto il suo essere diventata niente calpestata dalle brutture del mondo. E come viene più facile immaginare che sia lei la causa di una rabbia che invece ha radici tutte italiche, in un Paese in cui la rabbia si è inoculata facilmente grazie alla mancanza di fiducia nel futuro.

Se la ferocia si insinua anche tra madri, quelle che nella storia e nella letteratura hanno sempre trovato il modo di fare squadra per proteggere i propri figli consapevoli che ogni figlio è un bene prezioso, allora significa che lo stati di decomposizione morale ha raggiunto un grado gravemente avanzato. Non è paura di contagio ma è una vera e propria paura di infezione da parte dell'altro, chiunque sia, basta che abbia fattezze o lingua o colore diverso da quello che ci si aspetta. Ed è un futuro nero. Mica per Aster e la sua piccola Mecat (che sono già abituate alla violenza in tutte le sue forme) ma per i figli di quelle altre, quelle che sono convinte di vivere al sicuro e invece continuano a soffiare sull'incendio.