A portare alla rovina del piccolo impero criminale messo su da David Longo ci hanno pensato due collaboratori di giustizia, entrambi spinti nelle mani degli inquirenti dallo stesso boss di Tor Bella Monaca e dalla sua violenza. Entrambi erano passati da essere uomini di fiducia del ras della droga, a essere sospettati di aver rubato ingenti somme di denaro con gravissime conseguenze tra rapimenti di familiari, minacce di morte e violente aggressioni. Grazie alle loro dichiarazioni la procura ieri ha smantellato la piazza di spaccio dell'R5 di via dell'Archeologia, dove tra il civico 106 e il civico 90 del cosiddetto Ferro di Cavallo Longo aveva costruito il suo piccolo impero.

Diego Refrigeri e Simone Pinto sono stati la rovina del gruppo criminale in ascesa guidato da Longo e dai due fratelli Alessandro Antonuccio e Daniel Longo. Una storia iniziata nel 2016 quando David esce di galera e decide di non lavorare più nelle piazze di spaccio di altri ma di mettersi in proprio strutturando l'attività di famiglia già messa su dai fratelli. A Tor Bella Monaca, tra arresti e retate, c'è spazio in quel momento per chi se lo sa prendere. Ieri forse la parola fine al sodalizio criminale con 51 arresti ai danni di altrettanti membri del sodalizio con tanto di contestazione dell'aggravante di associazione mafiosa.

Come Diego Refrigeri è diventato collaboratore di giustizia

Diego Refrigeri comincia la sua carriera di pusher nel suo paese Natale, Subiaco nella Valle dell'Aniene. Una carriera che lo porta inevitabilmente in carcere dove fa amicizia con Longo. I due fanno piani sugli affari da fare una volta fuori. Così il pusher della Valle dell'Aniene comincia a rifornirsi di cocaina da Longo. Da qui stringe un sodalizio sempre più stretto con il boss che nel maggio 2017 lo fa trasferire nel cuore del piccolo regno del boss. Qui in brevissimo tempo scala le posizioni da semplice pusher a responsabile della piazza di spaccio. Ma poi qualcosa si rompe: sparisce un etto di cocaina e Longo accusa proprio Refrigeri che scappa a Subiaco ma non basta. Così alla fine decide di collaborare. Questa la sua dichiarazione rilasciata il 22 settembre del 2019:

Intendo rispondere e collaborare con la Giustizia. Non avrei mai pensato in vita mia di fare quello che sto facendo ma quello che è successo in questi giorni mi pone in un situazione di estrema paura per l'incolumità dei miei familiari e sono stanco di fare questa vita che conduco da anni . Vorrei potere ricominciare da zero ed avere una nuova vita.

Quando Refrigeri si presenta alla piazza viene aggredito violentemente, addirittura gli rompono un vaso in testa e tentano di infilarlo nel cofano di un'auto ma riesce a sfuggire. Ma l'escalation di violenza non si ferma e alla fine il pusher si consegna nelle mani delle forze dell'ordine.

Simone Pinto e il sequestro di persona del fratello

È il luglio del 2018 quando Simone Pinto viene raggiunto da un ordine di arresto e si allontana del gruppo criminale senza l'assenso di Pinto. È amico da quando sono ragazzini con David Longo, avevano iniziato a "lavorare" insieme come pusher in strada. Quando uscito di galera Longo mette su la sua piazza Pinto viene incaricato di nascondere e custodire gran parte dei contenti del gruppo. Ma ci sono degli ammanchi e a David non sfugge.

Comincia così il calvario di Pinto che paga le colpe del padre che, dopo essere stato pestato, confessa di aver sottratto del denaro dai nascondigli del gruppo. Da quel momento Pinto verrà "perdonato" ma costretto a restituire somme di denaro sempre più ingenti al boss che lo tiene sempre vicino a lui e sotto minaccia. Quando si allontana Longo per riavere indietro i suoi soldi sequestra il padre Giuseppe Pinto per due settimane dopo il sequestro lampo del fratello Marco, spostandolo di casa in casa tra Roma, Pomezia ed Aprilia. L'uomo riesce a scappare altrimenti sarebbe con tutta probabilità stato ucciso al termine della prigionia.

Terrorizzato queste sono le prime dichiarazioni rese da Simone Pinto ai carabinieri:

Non mi sono presentato prima alla Giustizia poiché sono convinto che se fossi tradotto nel carcere di Rebibbia o Regina Coeli sarei in pericolo. Tengo a precisare che ormai da un mese la mia famiglia ed io viviamo in clandestinità, i miei bambini non vanno a scuola e non effettualo le vaccinazioni poiché teniamo di essere individuati e subire le conseguenze di quello che per il Longo è il mio tradimento. (…) intendo rispondere e voglio collaborare con la giustizia raccontando tutto quanto a mia conoscenza in relazione a fatti reato da me commessi o comunque a mia conoscenza. (…) Mi sono determinato a collaborare con la giustizia perché ho ricevuto minacce di morte anche rivolte alla mia famiglia.