Roma, ragazza con SMA cade dal treno e si frattura i femori: “L’operatore teneva la rampa col piede”
È rimasta gravemente ferita mentre veniva fatta scendere dal treno alla stazione di Ciampino: Ilaria Di Ruzza, ragazza con disabilità grave affetta da SMA e giocatrice di Powerchair Hockey, stava tornando domenica a Roma dopo una trasferta per la partita contro il Varese quando, al momento della discesa, è stata fatta cadere dalla rampa montata per l'occasione dall'operatore. La carrozzina è rimasta incastrata, e Di Ruzza è stata scaraventata a terra: non potendosi muovere per via della SMA non è riuscita nemmeno ad attutire la caduta, rompendosi entrambi i femori e anche le caviglie. Una situazione terribile e dolorosa, resa ancora più complicata dal fatto che, secondo quanto riferito dai familiari, Di Ruzza al momento non può essere operata. A causa della SMA ha una capacità polmonare ridotta al 50% e un’anestesia totale è considerata troppo rischiosa. Non sarebbe possibile neanche ricorrere all’epidurale, perché Ilaria ha una placca metallica che sostiene la colonna vertebrale e che impedisce di effettuare questo tipo di anestesia.
La tragedia però, poteva essere evitata. "La rampa usata dall'operatore non è adatta al nostro tipo di carrozzina, che pesa 150 chili ed è elettronica, quindi molto più pesante di una carrozzina manuale, avrebbe dovuto usare un carrello elevatore – spiega a Fanpage.it Ion, compagno di Di Ruzza, presente al momento dell'incidente – Di solito quella rampa viene utilizzata più con le carrozzine manuali o comunque, se la utilizzi, devi usare il sistema di sicurezza, agganciandola e fissandola. Questa cosa lui non l’ha fatta, la provava a tenere ferma con il piede, non era fissa ed era messa proprio sul bordo. Con il peso si è mossa, dietro c’è una ribaltina che si è incastrata tra le ruote e questo ha fatto volare Ilaria dalla carrozzina direttamente sulla banchina".
Un errore di distrazione? Un tentativo di risparmiare tempo e fare più in fretta? Al momento non è chiaro, perché la famiglia di Ilaria non è stata contattata da nessuno per sincerarsi delle condizioni della ragazza, portata d'urgenza con l'ambulanza in ospedale a Tor Vergata. E qui si apre un altro capitolo, perché questa non è solo la storia di un incidente avvenuto durante la discesa da un treno. È una vicenda che intreccia due problemi diversi, quello dei trasporti e quello della sanità, e che mostra quanto spesso il sistema finisca per non tutelare proprio le persone più fragili. Da una parte c’è la sciatteria con cui sarebbe stato gestito un trasferimento che richiedeva invece particolare attenzione e competenza. Dall’altra c’è tutto quello che è accaduto dopo, una volta arrivata in ospedale, dove alle conseguenze dell’incidente si sono aggiunte le difficoltà di un sistema sanitario alle prese con carenze di personale, assistenza insufficiente e tagli che ricadono direttamente sulle persone che avrebbero più bisogno di essere tutelate.
"Abbiamo chiamato il pronto soccorso, è arrivata l’ambulanza, l’hanno immobilizzata e portata a Tor Vergata – continua Ion -. E lì è cominciata la seconda parte dell’inferno, perché da domenica sera fino alle dimissioni è rimasta praticamente su un lettino scomodo, in mezzo al corridoio, per tutto il tempo". "La prima sera Ilaria era stata messa in una saletta del pronto soccorso, dove le avevano fatto un prelievo – aggiunge la madre, Silva de Crignis – Dopodiché, una volta stabilito che non poteva essere operata, è stata praticamente abbandonata a se stessa. È stata trasferita nell’anticamera del box chirurgico e non abbiamo visto più nessuno. Ho dovuto chiedere io che le facessero l’eparina, perché Ilaria è una paziente a rischio tromboembolico e aveva due femori fratturati. Ho dovuto chiedere io che venisse reidratata perché era disidratata, non mangiava e non beveva. Ed ero continuamente alla ricerca di qualcuno per la terapia del dolore, perché aveva molto dolore. Le fratture dei femori non sono proprio una passeggiata. I turni cambiano, gli infermieri cambiano, probabilmente c’è poco personale. È stato un inferno, veramente un inferno".
"Finalmente ieri abbiamo incontrato un ortopedico veramente molto bravo e molto umano, che si è preso in carico tutta la situazione e ha visitato Ilaria. Lei non era mai stata lavata da quando era entrata al pronto soccorso ed era rimasta con i vestiti dell’incidente fino alle dimissioni. Lui ha chiamato gli operatori e finalmente è stata lavata e pulita. È stato molto bravo sia dal punto di vista umano sia professionale. Ci avevano detto che dovevamo lasciare il reparto entro la tarda mattinata, chiamare un’ambulanza privata e portarla a casa. Lui invece si è preso in carico la situazione e ha detto: ‘Lei non va a casa con l’ambulanza privata. Chiedo l’ambulanza del Policlinico e la portiamo a casa'. È stato sempre lui, dato che Ilaria continuava ad avere dolore alle caviglie, a far fare gli ulteriori esami. A quel punto hanno visto che c’erano due fratture per ogni caviglia, che non erano state individuate la prima volta, e ha deciso di farle mettere le docce gessate".
Il problema è che, dopo essere stata dimessa, nessuno ha spiegato alla famiglia come gestire concretamente le gravi fratture di Ilaria, né come mobilizzarla, posizionarla e assisterla senza rischiare di peggiorare ulteriormente le sue condizioni. "Ci hanno mandato a casa dicendoci che deve rimanere immobile per 30 giorni e che dobbiamo comprare dei posizionatori che arrivano fino alle ginocchia – continua De Crignis -. Però qualcuno mi deve dire come devo posizionare la coscia, come devo posizionare il bacino. Io faccio il medico e, quando succede una cosa del genere, devi dare indicazioni precise: il materasso da utilizzare, il posizionamento, come fare se è necessario mobilizzarla. Su questo non ci hanno detto assolutamente nulla".
A questo si aggiunge un altro problema, che restituisce bene il livello di smantellamento del servizio sanitario pubblico. Alcune delle radiografie di controllo che Ilaria dovrebbe fare, infatti, non risultano più accessibili attraverso il Servizio sanitario nazionale e dovranno quindi essere effettuate privatamente, a pagamento. "Siamo riusciti a prendere appuntamento per il 26 novembre per la visita ortopedica di controllo, alla quale porteremo Ilaria con un’ambulanza privata, ma per le radiografie abbiamo scoperto un altro problema. Ci hanno detto che il servizio sanitario ha abolito quelle prestazioni nel post pronto soccorso e che non esiste più il codice per fare le radiografie di anca, caviglia e arti inferiori in questo percorso".
Al momento, nessuno ha contattato Ilaria e la sua famiglia. "Da Trenitalia non abbiamo ricevuto nulla, zero. So soltanto che, essendo intervenuto il 118, il capotreno dovrebbe aver fatto un verbale. Da quello che mi è stato riferito, però, io non posso chiedere direttamente quel verbale: può farlo soltanto l’avvocato incaricato oppure un magistrato. In ogni caso abbiamo intenzione di procedere legalmente, mi sembra il minimo. Questa è una negligenza da parte del servizio di assistenza della Sala Blu. L’incarico viene dato a loro e la Sala Blu deve garantire la sicurezza nel passaggio dal treno alla banchina e dalla banchina al treno, e se qualcosa succede proprio durante quel trasferimento, c’è una responsabilità".
"Io sono arrabbiata con tutto – conclude De Scrignis -. Ho fatto tante battaglie e questa battaglia continuerà, sia per un discorso legato ai trasporti, perché è indispensabile avere il diritto di viaggiare come tutti, sia per quello che abbiamo vissuto nella sanità. L’azione legale la faremo. Ci sono danni morali ed economici enormi: Ilaria gioca a Powerchair Hockey, gioca in campionato con la sua squadra a Mantova. Per quest’anno la vedo molto dura che possa riprendere a giocare, e quella è l’unica attività sportiva che può fare. Aveva anche diversi concorsi: il 9 ci sarà il concorso dell’Inps, per il quale aveva fatto domanda, e non potrà partecipare. Ha superato anche lo scritto di altri due concorsi e avrebbe dovuto sostenere gli orali, adesso si ritrova nell’impossibilità di farli".