"L'abbiamo fatto per gioco, ci annoiavamo". Tra il 4 e il 5 ottobre, a Roma, tra Monteverde e Testaccio, due ragazzi di 16 e 17 anni a bordo di una microcar hanno colpito sei passanti. Calci e spintoni a chi andava in monopattino, un uomo di 67 anni colpito con un tubo di plastica mentre passeggiava vicino a casa.
Tra le vittime anche l’attore Davide Iacopini, colpito con un calcio mentre viaggiava in monopattino e ancora ricoverato in terapia intensiva.
La procura procede per tentato omicidio. "Ci siamo fermati solo quando abbiamo saputo dell’attore ferito. Ci dispiace".
Una questione di noia. L’etimologia ci avverte: dal latino in odio esse, "essere in odio". Dentro la noia c’è un odio senza oggetto, che cerca un bersaglio qualunque. Nel 2014 il collega Timothy Wilson pubblicò su Science uno studio: lasciati quindici minuti soli con i propri pensieri, il 67% degli uomini e il 25% delle donne scelse di darsi almeno una scossa elettrica piuttosto che sostare nel vuoto. Nel 2021 un altro collega, Stefan Pfattheicher, ha mostrato che la noia può spingere persone comuni, non sadiche, a far soffrire un altro essere vivente pur di provare qualcosa.
Il vuoto, però, non è una condanna: se lo ascoltiamo e gli diamo un nome, ci lega agli altri; se lo lasciamo stagnare, ci schiaccia. E chi si sente schiacciato, colpisce. Ma chi insegna ai ragazzi a elaborare quel vuoto, ad ascoltarlo invece di riempirlo di colpi?
C’è una responsabilità personale e c’è una responsabilità di governo: le famiglie non possono essere lasciate sole. Educare al sentire è anche un compito pubblico. Su questo, lo Stato è in debito. L'Italia è tra i pochi Paesi dell’Unione europea in cui l’educazione sessuale e affettiva non è obbligatoria; la legge 104 del 2026 vieta questi percorsi all’infanzia e alla primaria; altrove li subordina al consenso scritto dei genitori.
I fondi sono briciole: la legge di Bilancio 2026 ha stanziato 9 milioni di euro all’anno per educare al rispetto e contrastare la violenza di genere nelle scuole. Rapportati agli oltre quattro milioni di studenti delle medie e delle superiori statali, equivalgono a poco più di due euro a ragazzo. Due euro all’anno per insegnare il valore della vita degli altri. Mancano psicologi nelle scuole ed educatori di strada. Si chiede alla famiglia di fare da diga e le si tolgono i sacchi di sabbia.
Riconoscere il dolore dell’altro è un alfabeto e un alfabeto si insegna. Scuola e famiglia insieme.
Quell’odio va indirizzato, trasformato in consapevolezza: verso di noi, per chiederci che cosa ci manca, e verso gli altri, per andare loro incontro. Quando non accade, si raffredda e diventa anestesia. Non crudeltà consapevole, ma assenza di sentire: si vede il corpo, ma non si vede la vita che lo abita.
Il vetro del finestrino della microcar diventa uno schermo. Fuori non ci sono persone, ci sono sagome; il corpo che cade è un punteggio. Lo dice un ragazzo intervistato da Save the Children nel rapporto (Dis)armati: "In quel momento sei come in un videogame, vuoi solo finire il livello". Da dietro il finestrino non si vede il dopo: la testa sull’asfalto, la sala operatoria, una madre in corridoio. Non si sente l’ultimo respiro.
Da dove nasce questa violenza cieca? Dall’incapacità, e spesso dall’impossibilità, di attribuire un senso alla propria vita. La noia non è il troppo tempo libero: è la scoperta improvvisa di non contare niente, di non avere uno scopo. Quando non è possibile lasciare una traccia del proprio esistere, si lascia un segno sul corpo degli altri. Ciò che salda la noia all’aggressività è proprio la ricerca di significato: colpire diventa una prova ontologica, un brutale "faccio male, dunque sono". L’essere umano non sopporta l’impotenza assoluta; chi è incapace di creare cerca di distruggere, perché spezzare una vita dà almeno l’illusione di aver avuto un potere su di essa.
L’Italia resta tra i Paesi europei con meno criminalità minorile. Ma i 14-17enni denunciati o arrestati per lesioni sono stati 4.653 nel 2024, quasi il doppio di dieci anni prima. Non sono mostri. Sono soli nel vuoto. Nel cervello adolescente la sensibilità alla ricompensa può correre più veloce della capacità di frenare l’impulso: come andare a cento all’ora con i freni ancora da montare. Basta essere in due e lo sguardo dell’altro diventa un acceleratore. Poi la colpa si spegne con poche frasi: "Era un gioco". "Non pensavo".
Ma spiegare non è giustificare. La violenza che basta a se stessa è un’illusione: promette di farti sentire vivo e intanto toglie vita. Ha un prezzo: la responsabilità penale è personale, anche a sedici anni. La messa alla prova non è un’assoluzione, ma l’obbligo di guardare oltre il vetro, incontrare il danno, ripararlo. Ai ragazzi dobbiamo dire due cose insieme: "Noi ci siamo e portiamo la nostra parte". Ma anche: "Tu sei depositario di una responsabilità che è soltanto tua". Colpire è un atto da condannare, da qualunque casa si provenga.
Educare si fa insieme: adulti, Stato e ragazzi. Nessuno lo fa da solo, nessuno ne è esentato. Nessun ragazzo esiste da solo. Al contrario, ha bisogno di molte mani che lo sostengano, finché le sue imparano a tenere, non a colpire.
Resta una domanda per noi adulti. I ragazzi crescono in un mondo di guerre vere vissute dietro uno schermo, senza che nessuno paghi il conto del colpire: Gaza ne è l’immagine più estrema. Quale idea del valore della vita trasmettiamo quando il dolore degli altri diventa uno spettacolo e chi lo provoca non viene chiamato a risponderne?
Il contrario dell’anestesia non è la paura della pena. È l’immaginazione dell’altro: sapere che dall’altra parte del vetro c’è qualcuno che ha affetti, sogni, timori e una casa a cui tornare. Il senso non si trova chiusi in un abitacolo: nasce quando qualcuno ci guarda e ci riconosce, quando c’è un progetto che ci supera e un legame che ci trattiene. È questo che dobbiamo ai ragazzi: non uno schermo da cui guardare il mondo, ma un posto nel mondo in cui contare. Educare significa abbassare quel vetro del finestrino.