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Il 16enne che ha ucciso la madre a Roma dimostra che sulla salute dei minori abbiamo fallito

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Dopo il caso del 16enne che ha ucciso la madre a Roma, torna al centro il problema della salute mentale dei minori. Mancano psicologi, neuropsichiatri, posti letto e strutture capaci di seguire davvero ragazzi e famiglie prima che il disagio diventi emergenza.

"Venite, l’ho picchiata". A chiamare il numero unico per le emergenze, nell’ultima domenica mattina di agosto, è un ragazzino di sedici anni compiuti da poco. Ha appena ucciso sua madre, cinquant'anni, nell'appartamento in cui vivevano all'Alessandrino, periferia est di Roma. Scopro che il ragazzo è ricoverato in Psichiatria al Policlinico Umberto I mentre sto facendo esattamente questo: chiamare una collega per chiederle aiuto per un altro ragazzino, quindici anni, che picchia i genitori.

Il caso è noto da tempo: ospedali, servizi di neuropsichiatria infantile, carabinieri intervenuti più volte. "Dottore, abbiamo visto almeno dieci professionisti. Nessuno, però, è riuscito davvero ad aiutarci. Guardi quanti accessi ha fatto nostro figlio al pronto soccorso negli ultimi sei mesi. Siamo disperati. Abbiamo paura che succeda il peggio". Il pronto soccorso fa parte della quotidianità del mio lavoro. Quando arrivano adolescenti che rischiano la propria vita — tentativi di suicidio, tagli, farmaci mescolati — o quella degli altri — risse, aggressioni ai compagni, ai genitori — il sistema si blocca. Il pronto soccorso, però, non è il posto adatto. È costruito per gestire l’urgenza, non per prendere in carico un caso nel tempo: nell’arco di poche ore deve valutarlo, stabilizzarlo e decidere cosa fare. Quando il pericolo immediato viene meno, quel ragazzo non dovrebbe più essere lì. Il ricovero, quando è possibile, avviene in pediatria, spesso solo un luogo di parcheggio, o peggio, in un reparto di psichiatria per adulti.

È successo a Como, a luglio: un quindicenne è rimasto tre giorni in pronto soccorso perché in tutta la Lombardia non c’era un posto letto disponibile in Neuropsichiatria infantile. Alla fine è stato ricoverato in Psichiatria per adulti.

Per questi ragazzi serve un progetto nazionale, non un letto. Un percorso di presa in carico che parta dalla neuropsichiatria infantile territoriale e non si interrompa alla porta di un pronto soccorso. La SINPIA — la società scientifica dei neuropsichiatri infantili — lo dice da almeno quindici anni: liste d'attesa oltre i sei mesi, cinque Regioni senza posti letto dedicati. Mancano i luoghi: servono comunità terapeutiche, centri diurni, case che accolgano — per settimane o per mesi — chi non può più stare a casa.

"Dottore, ho paura che accada il peggio". Questa frase, sussurrata in un corridoio d’ospedale, l’ho sentita troppe volte. Non credo di essere il solo. Ma chi raccoglie quella paura, a chi può affidarla? Nella realtà, troppo spesso resta una sola strada: i centri privati. Se hai i soldi, ti curi. Se non li hai, no. La differenza tra un diritto e un privilegio è tutta qui. Due milioni di minori italiani hanno un disturbo neuropsichiatrico e meno di uno su tre riesce ad accedere ai servizi territoriali (dati pre-pandemia).

Servono psicologi.

Le associazioni professionali indicano lo standard di uno psicologo ogni 1.500 abitanti; nel Servizio Sanitario Nazionale ne abbiamo appena uno ogni 11.600 (un dato lordo, che comprende tutti gli psicologi pubblici ovunque lavorino: consultori, oncologia, cardiologia, ospedali generali). Un rapporto inaccettabile per un Paese civile. Sui minori il buco è ancora più grande: la SINPIA chiede da anni di portare almeno a 400 i posti annui di specializzazione in neuropsichiatria infantile. Ma i concorsi restano regolarmente deserti. Il paradosso è che, in Italia, gli iscritti all'Albo sono circa 120.000 tra psicologi e psicoterapeuti. Ma sono quasi tutti in libera professione.

Basterebbe istituire lo psicologo di base, sul modello della medicina generale e dei pediatri di libera scelta: lo Stato paga la seduta, il cittadino non paga. Nessun bonus, nessuna graduatoria: un diritto. Ecco a chi bisogna dirlo: a chi governa il Paese. Il governo Meloni non ha invertito una tendenza che dura da venticinque anni. In Italia, alla salute mentale è destinato appena il 3% del Fondo sanitario, contro il 10% raccomandato dall’OMS. La Legge di Bilancio 2026 stanzia 80 milioni per il Piano nazionale per la salute mentale, senza una quota specificamente destinata ai minori. Ottanta milioni sembrano tanti, finché non li si confronta.

La manovra 2026 vale 22 miliardi: alla salute mentale va meno dello 0,4%. Se dividessimo gli 80 milioni stanziati tra i due milioni di minori italiani con un disturbo neuropsichiatrico, uscirebbero 40 euro all’anno a testa: meno di una seduta dallo psicologo privato. Non sono nemmeno vincolati ai minori: sono per tutti, adulti compresi. Facciamo un ultimo conto. Un medico di base segue fino a 1.500 assistiti, un pediatra di libera scelta fino a 1.000 bambini: sono i medici che ci conoscono uno per uno. Applicare lo stesso modello agli psicologi significherebbe dare a ogni famiglia italiana una persona di riferimento che conosca i figli, capace di intercettare il dolore quando è ancora una domanda e non quando è già tragedia.

Per coprire i 9,5 milioni di under 18 basterebbero circa 10 mila psicologi di base pediatrici: intorno ai 600 milioni di euro all’anno. Sette volte gli 80 milioni che oggi il governo stanzia per l’intera salute mentale, adulti compresi. Un diritto strutturale, non una briciola. Costa dieci euro all'anno per ogni italiano: meno di un aperitivo, per garantire il diritto alla salute mentale ai nostri figli. Non è una cifra impossibile: è una scelta politica.

I vicini di casa del sedicenne, intervistati a Centocelle, hanno detto quello che si dice sempre in questi casi: "Era un bravo ragazzo". Cosa deve ancora accadere perché si capisca che anche i bravi ragazzi possono soffrire di un dolore psichico che può uccidere? Oltre a chiederci cosa sia passato nella testa di quel ragazzo, dovremmo cominciare a chiederci cosa passa nelle nostre. Perché non pretendiamo a gran voce il diritto alla salute mentale?

In Italia, del dolore psichico si parla ancora poco e male. Continuiamo a trattarlo come una colpa, una debolezza, una questione privata di cui vergognarsi un po’. Un braccio rotto si mostra. La sofferenza, no. Investire nella salute mentale significherebbe riconoscere, come Paese, che i nostri figli soffrono, che le famiglie non possono essere lasciate sole, che il malessere psichico non è un’eccezione ma una parte della vita di cui lo Stato deve farsi carico.

È più semplice negarlo. Come è più semplice, per un Paese, spendere 32 miliardi in difesa e armi e 80 milioni in ascolto. Quattrocento volte meno. Non è una svista di bilancio: è una scelta di civiltà.

La stessa che porta a rispondere al disagio giovanile con una legge anti-maranza, aumentando divieti, controlli e sanzioni, mentre mancano psicologi, neuropsichiatri e strutture capaci di intervenire prima che quel disagio diventi emergenza. Perché investire in salute mentale significa guardare ciò che preferiamo non vedere: la sofferenza prima della violenza, la richiesta d’aiuto prima della cronaca. È il Paese che abbiamo scelto di essere: armare la paura, nascondere il dolore.

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Psicologo clinico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e psico-oncologo. Professore a contratto e cultore della materia in Psicologia dello Sviluppo presso l’Università degli Studi di Pavia, Dipartimento di Scienze del Sistema Nervoso e del Comportamento, e professore a contratto e membro dell’Unità di Ricerca sul Trauma in età evolutiva del Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Fondatore e Presidente della Fondazione Soleterre. Voce attiva sui temi della salute mentale, dell’infanzia, dei diritti umani e della prevenzione della violenza di genere.
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