Perché Roma si allaga quando piove, l’esperto: “Non basta pulire i tombini, serve mappare le fognature”

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La Palmiro Togliatti allagata (Immagine di repertorio)
Caditoie ostruite, rete mista e competenze divise: il professore della Sapienza Francesco Napolitano spiega a Fanpage.it perché Roma si allaga quando piove e cosa servirebbe per prevenire i rischi.
Intervista a Prof. Francesco Napolitano
Professore ordinario di Costruzioni Idrauliche, Marittime e Idrologia e direttore del Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile ed Ambientale dell'Università La Sapienza

Basta una pioggia più forte delle altre e le strade di Roma si trasformano in fiumi. La città sembra inerte di fronte ad allagamenti e interruzioni di servizi. Un problema all'apparenza semplice, ma che avrebbe origine da cause complesse e a cui si può rispondere con interventi complessi. Ad esempio con l'Intelligenza Artificiale dopo aver mappato lo stato delle caditoie, come ha iniziato a fare il Campidoglio e come ha dichiarato il sindaco Roberto Gualtieri durante il festival ‘Rumore' di Fanpage.it. Ma non basta. "Bisognerebbe condividere dati, protocolli operativi e programmazione degli interventi", spiega a Fanpage.it il professor Francesco Napolitano, ordinario di Costruzioni Idrauliche, Marittime e Idrologia e direttore del Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile ed Ambientale dell'Università La Sapienza. "Ho la sensazione che oggi ciascuno proceda un po' per conto proprio e che manchi una regia comune fra i vari enti che si occupano del sistema fognario e idrico. Il cambiamento climatico rende questa necessità ancora più urgente, perché può aumentare la frequenza degli eventi intensi". Fenomeni che si possono combattere con mappatura e previsione.

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Il professor Francesco Napolitano

Il sindaco Roberto Gualtieri, durante il festival di Fanpage.it, ha spiegato che Roma si allaga durante i grandi acquazzoni perché il sistema fognario è vecchio. È davvero questa la causa principale?

La rete fognaria di Roma è il risultato di una stratificazione di interventi che risalgono anche a 150 anni fa. Basta pensare ai due grandi collettori sulla destra e sulla sinistra del Tevere, che trasportano le acque verso i depuratori di Roma Sud. Sono stati realizzati tra il 1870 e il 1900, quando vennero costruiti i muraglioni per difendere la città dalle piene del Tevere. Abbiamo quindi molte infrastrutture anziane dal punto di vista tecnico. Ma dire che il problema sia semplicemente l'età del sistema fognario, secondo me, non è la chiave di lettura corretta.

E qual è invece?

Il drenaggio urbano comprende sia le acque reflue domestiche sia quelle piovane e dovrebbe essere gestito come un unico sistema. Non possiamo limitarci a considerare un singolo tratto di fognatura, magari vecchio, e concludere che sia insufficiente. Bisogna capire dove va a finire l'acqua, quali percorsi segue, dove colpisce il nubifragio e quale sia la capacità complessiva della rete. C'è anche un problema di competenze amministrative. A Roma le acque piovane sono di competenza del Comune, mentre quelle reflue sono gestite da Acea Ato 2. Il punto è che gran parte della rete fognaria è mista, cioè raccoglie nello stesso collettore sia le acque piovane sia quelle provenienti dagli scarichi domestici. Questo rende ancora più necessaria una gestione coordinata. Bisogna poi considerare gli scaricatori di piena, le strutture che durante le piogge intense consentono di scaricare parte delle acque nei corpi idrici per evitare di sovraccaricare i depuratori. Nel Tevere ce ne sono più di trenta. La nuova normativa europea – Direttiva (UE) 2024/3019 – sulle acque reflue ci imporrà di monitorare con maggiore attenzione quanta acqua non trattata viene scaricata e con quali conseguenze sulla qualità del fiume. Per questo il sistema fognario deve essere considerato un'infrastruttura unitaria, non un insieme di singole tubazioni.

E tombini e caditoie in che condizioni sono?

Non tutte hanno la stessa importanza e bisogna fare delle verifiche. Girando per Roma, per esempio, si vedono molte caditoie a bocca di lupo, quelle sotto i marciapiedi, che sono praticamente scomparse a forza di aggiungere strati di asfalto per riparare le strade. Altre caditoie, quelle con le griglie, sono completamente ostruite. Una fognatura può essere vecchia ma ancora perfettamente capace di raccogliere l'acqua. Se però l'acqua non riesce a entrarci, non possiamo dire che il problema sia l'insufficienza della rete. Il Comune ha fatto un intervento importante di pulizia delle caditoie, ma la questione è più ampia e riguarda la gestione complessiva del sistema.

Sul piano pratico, quali interventi potrebbero migliorare il drenaggio delle acque piovane e rendere più efficiente il sistema fognario di Roma nell'immediato?

La prima cosa che dovrebbero fare il Comune e il gestore è conoscere in maniera approfondita l'intero sistema di drenaggio urbano. Servirebbe una banca dati georeferenziata e condivisa che comprenda le caditoie, le reti fognarie, i collettori, gli scolmatori e i punti in cui le acque vengono scaricate. Poi bisognerebbe passare a una manutenzione programmata e basata sul rischio. Significa stabilire frequenze e priorità degli interventi in funzione delle reali vulnerabilità delle diverse zone.

Ci sono zone più problematiche di altre?

L'acqua segue sempre gli stessi percorsi. Se sappiamo che un sottopasso si allaga frequentemente perché il sistema di drenaggio non riesce a smaltire correttamente l'acqua, dobbiamo intervenire prima che si verifichi un nuovo nubifragio. Conosciamo già molte delle zone problematiche della città. Bisognerebbe programmare la manutenzione tenendo conto degli allagamenti precedenti, della presenza di sedimenti e delle condizioni effettive delle infrastrutture, verificando poi i risultati degli interventi.

Quindi le parole chiave sono programmazione e mappatura…

Un altro passaggio fondamentale è costruire un modello dell'intero sistema idrico urbano, che descriva sia il percorso superficiale dell'acqua, quindi le strade maggiormente a rischio, sia quello all'interno delle reti fognarie, fino ai fossi e ai recapiti finali. Nelle zone più esterne di Roma, per esempio, il sistema di drenaggio si intreccia con il reticolo idrografico minore, formato da fossi e corsi d'acqua che raccolgono le piogge. In questi casi entrano in gioco anche i consorzi di bonifica, che sono un altro soggetto amministrativo da coinvolgere. Poi realizzerei un sistema di monitoraggio e previsione in tempo reale. Oggi possiamo integrare i dati meteorologici e quelli dei radar per individuare dove si trova una cella temporalesca e prevedere come si sposterà nelle successive una o due ore. In questo modo, se sappiamo che una pioggia intensa sta per colpire una determinata zona, il Comune e il gestore possono inviare preventivamente le squadre di manutenzione nei punti più vulnerabili. Non bisogna aspettare che arrivi la telefonata di qualcuno che segnala un allagamento. Dobbiamo poterlo prevedere con un anticipo anche di un'ora, sufficiente per spostare le squadre e prepararsi. Un sistema di allerta precoce di questo tipo oggi è tecnicamente realizzabile. Bisogna investire e organizzarsi.

Sul medio-lungo periodo cosa si può fare per evitare allagamenti?

Bisogna ripensare anche il rapporto tra urbanistica, verde e ciclo dell'acqua. Esistono soluzioni di drenaggio urbano sostenibile, chiamate anche nature-based solutions, che permettono di rallentare il deflusso dell'acqua piovana e ridurre la quantità che arriva sulle strade. Penso, per esempio, ai parcheggi permeabili, alle superfici verdi e ad altri interventi che favoriscono l'assorbimento dell'acqua nel terreno.

Alcuni ritengono che il sistema fognario non sia più adeguato alle precipitazioni attuali, caratterizzate da acquazzoni molto intensi e concentrati in poco tempo, anche a causa del cambiamento climatico. È così?

Intanto bisogna sfatare un mito: non tutti gli acquazzoni sono figli del cambiamento climatico. È chiaro che il cambiamento climatico può modificare il regime delle precipitazioni e aumentare la frequenza degli eventi più intensi, ma non possiamo attribuire automaticamente ogni nubifragio a questo fenomeno. Bisogna comprendere un concetto fondamentale: una città a rischio zero di allagamenti non esiste e non potrà mai esistere. Le reti fognarie vengono progettate per smaltire una determinata quantità di pioggia, ma esiste sempre la possibilità che si verifichi una precipitazione più intensa di quella per cui è stata dimensionata la rete. Quando succede, i collettori possono andare in pressione e l'acqua può non riuscire più a entrare nelle condutture, perché queste sono già piene dell'acqua raccolta a monte. Bisogna però essere capaci di governare il rischio residuo. Il problema è che nessuna rete fognaria può essere dimensionata per smaltire qualsiasi precipitazione. Altrimenti dovremmo costruire condutture grandi come linee della metropolitana sotto tutte le strade. Il cambiamento climatico è certamente un segnale d'allarme, ma ho l'impressione che a volte diventi anche un piccolo alibi per gli amministratori.

In che senso è un alibi?

È utile a giustificare la mancanza di pianificazione. Non voglio attribuire tutte le responsabilità al Comune, ad Acea o allo Stato, perché so bene quanto sia complicato investire nella prevenzione del rischio idraulico. Quando si programma un'opera di prevenzione, tra la progettazione, la realizzazione e il momento in cui diventano visibili i benefici possono passare quindici, venti o trent'anni. Per un amministratore è molto più semplice intervenire dopo un allagamento, affrontare l'emergenza, risarcire i danni e ripristinare ciò che è stato danneggiato. Sono interventi immediati, i cui risultati sono più facili da mostrare ai cittadini. Allo stesso modo, è più semplice spiegare che gli allagamenti dipendono dal cambiamento climatico, quasi a dire che non si poteva fare nulla. È anche per questo che non mi piace l'espressione ‘bomba d'acqua‘. È un termine che evoca una situazione davanti alla quale amministratori e cittadini sarebbero completamente impotenti. In realtà non si tratta di una bomba d'acqua, ma di un evento meteorologico intenso, che può superare la capacità per cui è stata progettata la rete fognaria. Ed è un rischio che deve essere affrontato e gestito con decisione.

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