13 Settembre 2021
10:42

Parlano le vittime di Melaragno, il ras dei tassisti romani: “Abbiamo subito minacce e ritorsioni”

Parlano tassisti ed autisti vessati da Raffaello Melaragno. L’imprenditore si trova ai domiciliari per aver imposto ai lavoratori un sistema di sfruttamento basato su minacce ed estorsioni. Lo raccontano a Fanpage soci e dipendenti che si sono organizzati per denunciare: “Si è messo in tasca il fondo di integrazione salariale durante il Covid, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso”.
A cura di Luca Ferrero

A pochi giorni dall'arresto, la vicenda si arricchisce di particolari. Soci e dipendenti raccontano a Fanpage il sistema di minacce e ritorsioni con cui Raffaello Melaragno avrebbe gestito 21 società cooperative di taxi e noleggio con conducente. I soci/vittime, riuniti nella pagina Facebook "Liberi da Melaragno", sono stati seguiti in questi mesi dal legale Andrea Sammartino. Grazie alle loro denunce, la Guardia di Finanza ha fatto partire l'inchiesta  che si è conclusa con l'arresto del ras dei taxi romani con l'accusa di estorsione.

"La volontà era di fare soldi con minacce e ricatti"

Andrea Sammartino ha seguito per mesi i soci delle cooperative gestite da Raffaello Melaragno, costretti a subire ricatti ed regole economiche vessatorie pur di mantenere il posto di lavoro. "La volontà del signor Melaragno – racconta il consulente di diritto –  è sempre stata quella di fare soldi mentre la realtà cooperativa è completamente diversa. Il socio cooperatore entra in cooperativa per migliorare le proprie condizioni di lavoro, non per essere soggetto a balzelli mensili. Avevano addirittura l'onere di acquistare i buoni pasto tutti i mesi, l'onere di caricare dai 300 ai 500 euro di carburante tutti i mesi, indipendentemente se la utilizzassero o meno". È Enzo, socio dipendente di una delle cooperative di Melaragno, a chiarire le dinamiche: "Veniva data una risposta che era così aleatoria, perché prendo questo, perché è così, perché ci sono le tasse, perché non si fa questo, perché si fa questo, deve essere fatto così: quindi chiaramente stai sempre sul ‘chi va là', non hai mai una certezza". Per Enzo non ci sono dubbi: "Ci sono state minacce intese come: ‘fai così', ‘se devi andare mi devi dare', oppure ‘bisogna fare questo' o ‘sei legato a me', oppure ‘lo gestisco io'. Quindi chiamiamole minacce, chiamiamole ritorsioni ".

"Ricatti e pressione se il socio si lamentava"

Sammartino offre uno sguardo d'insieme su ciò che gli investigatori hanno definito un vero e proprio ‘spaccato criminale'. "Tutta una serie di obblighi, e quindi ricatti – spiega – diventavano assolutamente stressanti dopo che il socio si lamentava. Fino a quando il socio non si lamentava era tutto apposto". Un sistema di sfruttamento dei lavoratori strutturato, portato avanti con metodi consolidati e con la richiesta di somme ben precise. Il consulente ne illustra i dettagli: "Il socio aveva una quota fissa di 50 euro che versa a nero, quindi non contabilizzata, tutti i mesi; in più, la busta paga è fittizia, come ha scoperto la Guardia di Finanza. Quel passaggio economico non c'è dal datore di lavoro al lavoratore, è il lavoratore che paga il datore di lavoro per versarsi i propri contributi, diciamo in un range che va dai 400 ai 600 euro". La dinamica dei rapporti di lavoro è del tutto sovvertita e non solo. "In più, se volevi comprare la macchina – aggiunge Sammartino – eri costretto a comprare la macchina magari da un altro che cessava l'attività e quindi dovevi mettere mano al portafoglio e pagarti anche la macchina. Quindi entravi come dipendente su carta ma in realtà eri un padroncino a tutti gli effetti, ti pagavi tutto da solo"

"Neanche un euro dalla cassa integrazione: il Covid è stata la goccia di troppo"

Neanche l'arrivo della pandemia ha fermato i metodi criminali e la sete di denaro di Melaragno, il quale ha continuato ad estorcere le quote dai soci, mettendosi in tasca il fondo di integrazione salariale erogato dall'Inps. "Il beneficio di stato – aggiunge Sammartino – non è stato mai erogato ai lavoratori, è stato trattenuto, portato in compensazione, sfruttato, utilizzato dalle cooperative di Melaragno come meglio credevano loro. Quindi non si sa di fatto quel fondo che fine abbia fatto". Per tassisti ed autisti, in seria difficoltà durante il primo lockdown, è stato davvero troppo. Lo spiega Luigi, dipendente di una delle coop di Melaragno: "Si è arrivati al punto che poi con il Covid è uscito fuori tutto, perché in una situazione del genere uno non deve approfittare dei lavoratori. Uno si aspettava una cassa integrazione, si aspettava un aiuto… Lì c'è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso". I soci, riuniti attraverso la pagina Facebook "Liberi da Melaragno", hanno quindi iniziato ad alzare la voce, guidati ed incoraggiati da Andrea Sammartino, che racconta: "Abbiamo veicolato ovviamente noi alla Guardia di Finanza parecchi dei clienti dello studio, facendo depositare loro denunce e querele, dove spiegavano dettagliatamente il meccanismo del Fis, della mancata corresponsione, della busta paga fittizia, quindi poi da lì si è aperto il filone di inchiesta enorme che ha portato poi all'arresto di Melaragno. Quindi anche noi abbiamo fatto la nostra parte in questo".

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