“Lavoro al Cup di Roma per una ditta esterna: ricevo lo stipendio in ritardo, così è impossibile arrivare a fine mese”
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Stipendi in ritardo ogni mese, cambi turni comunicati all'ultimo momento. Questa è la situazione che si trovano a vivere molti dipendenti di una società che gestisce in appalto gli sportelli del Cup in una Asl romana. "Una situazione insostenibile, ci sentiamo abbandonati dalla sanità pubblica. Per cui lavoriamo, anche se formalmente siamo dipendenti di una società esterna". A parlare a Fanpage.it è una lavoratrice del front office di una struttura sanitaria romana, Emma (nome di fantasia, ndr). Ogni giorno, come tanti suoi colleghi e colleghe, si trova a contatto con il pubblico.
"Svolgiamo un servizio essenziale, ma siamo trattati come se fossimo l'ultima ruota del carro. Di fatto siamo precari a causa dei continui cambi appalto: ogni volta che c'è un cambio appalto tentano di di svenderci al ribasso al miglior offerente – spiega – Negli anni siamo riusciti a ottenere alcune tutele grazie ad alcune mobilitazioni: non rischiamo più che ci vengano tolti gli scatti di anzianità e che ci venga decurtata parte dello stipendio, come succedeva prima. Ma continuiamo a lavorare malpagati e vessati sotto tanti punti di vista: siamo equiparati ai dipendenti pubblici, ma in realtà non è così. Cambiano le ore di lavoro, la paga e il contratto, sebbene le mansioni effettivamente siano le stesse".
"Lo stipendio arriva in ritardo ogni mese: lo stesso lavoro dei dipendenti pubblici, ma a condizioni peggiori"
Emma lavora da anni per la società Sds srl, azienda che si occupa del "supporto progettuale ed operativo alle organizzazioni pubbliche e private nella gestione delle relazioni con i clienti, attraverso l'erogazione di soluzioni call center inbound ed outbound, la gestione di sportelli al pubblico e servizi informatici innovativi", come si legge nel sito. "È come se fosse un vizio: quasi ogni mese nella società per cui lavoro io hanno quello di ritardare l'erogazione degli stipendi. Si tratta proprio della ciliegina sulla torta – spiega Emma – Lo stipendio che abbiamo già non è alto, se viene versato anche in ritardo è un disastro. Come ci arriviamo alla fine del mese?"
Da contratto, stando a quanto riportato da Emma, lo stipendio andrebbe versato entro la fine del mese all'inizio del successivo, ma per ragioni straordinarie è possibile il pagamento entro il 15 del mese successivo, oltre questa data si rischia di incorrere in sanzioni penali. "La nostra azienda, invece, a un certo punto ha cominciato a pagare senza una data certa. Una volta il 10 del mese, un'altra volta il 15. A volte addirittura il 20 o il 25 del mese successivo – spiega – Come se non bastasse a volte ha versato la paga a metà: una parte prima per non incorrere penali e l'altra soltanto giorni, a volte mesi, dopo. L'estate scorsa, ad esempio, poco prima di Ferragosto ci è arrivato soltanto un acconto dello stipendio: molte di noi sono state costrette ad andare in ferie senza soldi".
Fanpage.it ha provato a contattare l'azienda per avere delucidazioni sulla situazione in corso, ma al momento non ha ancora ottenuto risposta.
Ed ecco che è iniziata una nuova mobilitazione, insieme ai Cobas. "Siamo arrivati a un accordo tra il sindacato dei lavoratori e la l'azienda che prevedeva il pagamento entro il 10. Ma l'azienda l'ha rispettato per poco. Presto ha ripreso a pagare come e quando vuole. Dopo il nuovo appalto ci hanno detto che il problema sarà risolto. Vedremo – dice – Non ci resta che sperare che sia davvero così".
Cambio turni e straordinari: "Ce lo dicono sempre all'improvviso"
Come se gli stipendi che arrivano senza un giorno preciso non bastassero, addetti e addette ai front office del Cup lamentano anche le condizioni in cui sono costrette a lavorare. "Spesso ci vengono richiesti scambi turno all'ultimo momento – spiega ancora – La maggior parte di noi è assunta con contratto part-time, spesso non per sua scelta. Anche provare a cercare un secondo lavoro è impossibile. C'è chi lavora 20 o 25 ore a settimana, il tempo per un altro impiego ci sarebbe. Ma se poi mi viene spostato un turno nella sera precedente il nostro impegno viene meno".
Stesso lavoro, ma meno garanzie dei colleghi che lavorano come dipendenti pubblici: "Per noi è un lavoro che richiede uno sforzo, oltre che mentale, anche emotivo, perché la sanità pubblica non sempre accontenta le esigenze della cittadinanza. E chi ci mette la faccia quando si tratta di gestire il malcontento dell'utente siamo noi – aggiunge ancora – La persona che si rivolge alla Asl, che cerca di prenotare o che svolge un qualsiasi servizio amministrativo, va allo sportello. Quando gli utenti imprecano, quando non sono contenti, quando espongono il loro malcontento lo espongono a noi: il nostro lavoro è complesso anche per questo. C'è tutta una parte che non è solo tecnica pratica, ma anche umana e uno stress che proviamo noi, così come immagino anche chi opera telefonicamente".
Continui aggiornamenti e uffici fatiscenti: "Abbandonati a noi stessi"
Se c'è qualche problema con i programmi al computer, la situazione collassa. "È un caos di cui dobbiamo occuparci sempre noi. A volte è difficile anche perché mancano le comunicazioni tempestive sulle procedure che sono in costante aggiornamento. Ma i corsi non bastano e spesso non siamo informati in tempo. Anche quello ci causa una grande difficoltà nella gestione del lavoro e dell'utenza. Noi ormai siamo lavoratrici e lavoratori esperti, operiamo da dieci, quindici, anche trent'anni: non è un lavoretto, siamo dei professionisti del settore – precisa – Ora invece le aziende tendono ad assumere personale senza formarlo".
Alle comunicazioni ad intermittenza, si aggiungono anche gli uffici fatiscenti. "A volte sembra che abbiano totalmente bypassato la legge sulla sicurezza del lavoro. Lo mostrano anche recenti ristrutturazioni – dice, esulando ovviamente dalle scelti dell'azienda con cui è assunta Emma – In alcune case della comunità di ultima costruzione si trovano cup bellissimi con gli spazi adatti. In tanti altri la situazione è diversa. Ad alcuni colleghi è stata tolta la stanza ristoro: per trascorrere la pausa occorre uscire fuori, appoggiarsi in spazi in comune con pazienti in attesa anche quando si deve mangiare per spezzare i turni di 10 ore".
Il ricordo del Covid: "Si ricordano tutti dei medici, c'eravamo anche noi"
Emma lavora da 15 anni nei Cup della Capitale e, fra i periodi che più hanno messo a dura prova lei, i suoi colleghi e le sue colleghe c'è quello del coronavirus. "Forse stiamo cercando di rimuovere il periodo del lockdown, ma non bisogna dimenticarsi che al fianco di medici e infermieri c'eravamo anche noi: negli ospedali, nei drive-in e nei centri vaccinali. Noi abbiamo aperto e chiuso le strutture ogni singolo giorno: c'era la parte amministrativa dietro ogni singolo tampone, vaccino o refertazione. Ma nessuno ci pensa mai", ricorda a malincuore.
Le mobilitazioni negli anni: "Abbiamo gli stessi diritti dei dipendenti pubblici"
Quando gli spazi ci sono, gli strumenti non sono all'avanguardia: stampanti, pc, monitor, sedie, a volte non funziona neppure il sistema di condizionamento. Una situazione che va ad aggravare condizioni contrattuali già discutibili soprattutto se, come nel caso di Emma, si è assunti da una ditta esterna. "Noi lavoriamo in un contesto pubblico, accanto al dipendente pubblico che ha la nostra stessa mansione. Ma che è inquadrato con un altro tipo di contratto".
A fare chiarezza, a questo punto, è stato Domenico Teramo della Confederazione Cobas. "Cambi di contratto ogni volta che cambiava la ditta in appalto, con stipendi al ribasso e scatti di anzianità eliminati, ccnl (contratti collettivi nazionali del lavoro) non adeguati: negli ultimi anni è aumentata la mobilitazione per chiedere l'internalizzazione dei servizi di lavoratori e lavoratrici del Cup", che, come spiegato da Emma, svolgono lo stesso lavoro di chi è già dipendente statale ma con un inquadramento contrattuale più basso e svantaggioso.
"Più volte, per internalizzare i servizi, ci siamo rivolti alla Regione Lazio, ma abbiamo sempre trovato un muro di gomma: da Zingaretti alla giunta nuova, nonostante le promesse elettorali garantissero tutt'altro. Ma a noi le promesse elettorali non interessano, così come non interessano ai lavoratori: per questo a metà settembre abbiamo organizzato lo sciopero dei servizi Cup e degli amministrativi in presidio al Consiglio regionale del Lazio – spiega – Abbiamo affiancato lavoratori e lavoratrici in centinaia di causa di inquadramento contrattuale vinte anche in Appello. L'obiettivo è portare servizi e dipendenti ad essere internalizzati in Regione. E a non lasciare nessuno indietro".