Infermiera di 56 anni sfrattata di casa: “Per colpa del mio ex marito violento ora vivo in uno stanzino”

Un'ora per preparare i borsoni ed essere sbattuta fuori di casa. La casa in cui è entrata dopo essere arrivata a Roma dal Brasile ed esserci rimasta per un amore che si è subito rivelato essere ammantato di menzogna. La casa, fra i palazzoni di Tor Bella Monaca, dove ha cresciuto da sola due figli, mentre sulla sua testa era puntata la spada di Damocle di un ex marito violento per colpa di cui ha perso tutto. Questa è la storia che Lisiane, donna di 56 anni, infermiera, racconta a Fanpage.it dopo essere stata sfratta lo scorso aprile dall'appartamento in cui viveva in occupazione dal 1996 ed essersi trovata in mezzo alla strada. Adesso ha trovato una sistemazione provvisoria in uno stabile occupato dai movimenti di lotta per la casa. "Vivo in uno stanzino. Il bagno è in corridoio e la cucina è comune", spiega. "E mi trovo in questa situazione non per una mia scelta, ma per le decisioni degli altri. Da una parte ho sempre trovato ostacoli nella pubblica amministrazione, dall'altra non ho mai avuto la collaborazione del mio ex marito per regolarizzare la mia posizione".
In questi anni, infatti, Lisiane ha provato a in tutti i modi a ottenere un aiuto dai vari organi di Roma Capitale, ma consigli sbagliati e le prevaricazioni di un uomo violento gli hanno impedito di accedere alle varie sanatorie. "Abbiamo perfino montato una tenda davanti al Dipartimento e ci siamo incatenati. E oltretutto ci hanno anche preso in giro, dicendo che Lisiane non aveva diritto all'emergenza abitativa – commenta Maria Vittoria Molinari, sindacalista di Asia-Usb che segue il caso delle donna da molti anni -. Io gli ho risposto: ‘Ma come? L'avete buttata fuori voi, adesso sta per strada'".
Dopo quasi trent'anni, l'urgenza di cacciare Lisiane da quell'appartamento sarebbe arrivata in concomitanza con gli interventi di ristrutturazione sui palazzi di via dell'Archeologia finanziati con i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilianza. Nella determina di sgombero – aggiunge Molinari – c'era scritto che, essendoci gli interventi del Pnrr in corso, quell'alloggio era stato individuato per trasferire temporaneamente un altro nucleo familiare che una casa la aveva. È una cosa gravissima".

Lisiane, dal Brasile a Tor Bella Monaca
In quell'alloggio di Tor Bella Monaca, Lisiane ci è arrivata al culmine di una storia che sembrava una favola, ma che da quel momento si è trasformata in cruda realtà. Fino alla metà degli anni Novanta vive e lavora nella città di Porto Alegre, in Brasile. Qui ha studiato ed è diventata infermiera di terapia intensiva. Proprio in quel reparto avviene l'incontro che le stravolge la vita. "C'era un uomo italiano che aveva appena avuto un infarto – racconta -. Non parlava portoghese e non capiva quello che gli dicevano i medici. Allora io, siccome ho parenti italiani e un po' lo parlavamo a casa, mi offro di fargli da interprete".
Dopo un mese l'uomo ottiene il via libera dai dottori per tornare in Italia, ma non dimentica l'aiuto fondamentale e il supporto datogli da quella giovane infermiera. Le manda, quindi, un biglietto aereo per Roma, per venirlo a trovare e conoscere la sua famiglia. Emozionata, Lisiane mette insieme i soldi e i documenti necessari per un viaggio di tre mesi. Nella Capitale è ospite di quell'uomo che le era così riconoscente e, anche per la vicinanza, nasce una forte simpatia con il figlio. "Ci frequentiamo per poco tempo, anche perché lui era fidanzato da sette anni con un'altra ragazza. Io mi sento il terzo incomodo e decido di tornare in Brasile dalla mia famiglia. Dopo circa un anno, però, lui prende l'aereo e viene a cercarmi. Parla con i miei genitori e chiede a mio padre il permesso di portarmi in Italia. Così lascio il lavoro, la mia famiglia e la mia vita in Brasile e vengo qui. Dopo nove mesi ci sposiamo, nel settembre del 1996″.
Per un po' vivono a casa dei genitori di lui, ma da subito Lisiane si rende conto che la vita del marito è diversa da come l'immaginava e da come lui stesso gliel'aveva raccontata. "Era tossicodipendente, ma questa cosa mi era stata nascosta. Io lo scopro solo dopo essere arrivata in Italia. Scopro anche che ha problemi con la giustizia. Se lo avessi saputo prima, non sarei mai partita". Estenuata anche dalle continue discussioni fra l'uomo e i genitori, dopo poco Lisiane dice al marito che vuole tornare in Brasile, che non riesce più a vivere in quella situazione e che forse è meglio fare finta che niente di questo sia mai successo. "Cerco anche di aiutarlo, di convincerlo ad andare in comunità. Lui allora mi dice che saremmo andati a vivere da soli".
Attraverso alcune su conoscenze l'uomo trova un appartamento disabitato a Tor Bella Monaca, c'è solo da entrarci e occuparlo. Lì per lì Lisiane si fida, non conosce le leggi italiane e il marito non le dice tutta la verità. "Solo dopo ho capito che si trattava di un alloggio occupato. Nel frattempo faccio il permesso di soggiorno a tempo indeterminato e in tutta la documentazione risultavo residente in quell'indirizzo. Lui fa anche le utenze a suo nome dicendomi che, se un giorno ci fossero stati problemi, ne avrebbe risposto lui".
La vita con un marito violento
Dopo un anno e mezzo nasce il loro primo figlio, una bambina. Qualche tempo dopo arriva anche il secondo. Nel frattempo continua la vita di Lisiane nell'alloggio di via dell'Archeologia e continuano anche le bugie del marito. "Tornava a casa con dei soldi senza spiegarmi da dove arrivassero. Diceva che lavorava e che veniva pagato ogni giorno. Io gli credevo, anche perché usciva presto la mattina e rientrava la sera tardi come fanno tanti altri lavoratori". L'inganno regge fino a che non si presentano alla porta i carabinieri per una perquisizione. In quel momento, davanti ai militari, l'uomo rivela a Lisiane che i soldi con cui manteneva la famiglia venivano dallo spaccio.
Quello è solo il primo di una lunga sequela di controlli, fermi, processi. "Nel 2005 viene arrestato per associazione a delinquere e altri reati. I bambini stavano diventando grandi e iniziavano a fare domande: Perché vengono i carabinieri? Perché mettono la casa sottosopra? Così decido di separarmi". Il divorzio viene descritto da Lisiane come "un incubo": il marito non accetta la sua decisione, si mette di traverso e fa trascinare il procedimento fra tribunale civile, penale e dei minori per nove anni. In quel periodo la donna inizia a essere seguita dai servizi sociali, che tolgono la responsabilità genitoriale al padre per i suoi comportamenti violenti. "Più volte mi ha picchiata davanti ai bambini. Ho ancora il timpano lesionato e da un orecchio sento pochissimo. Sono ferite che porto addosso da tanti anni e ogni volta che le racconto rivivo tutto".
Anche dopo la separazione le persecuzioni dell'uomo continuano. Si presenta sul pianerottolo di casa a mezzanotte, provando a sfondare la porta e urlando di voler vedere i figli, ignorando l'ordine restrittivo che gli impone di stare ad almeno 500 metri da Lisiane. "Alla fine mi sono rivolta a un centro antiviolenza. Ero sola in Italia, senza una rete familiare, con due figli da mantenere e un lavoro. Lui mi ha versato gli alimenti solo per il primo anno, poi smise completamente, sostenendo che io guadagnavo più di lui". Fino al 2012 la donna ha avuto un contratto a tempo indeterminato in una rsa, poi si è mantenuta con lavori saltuari e contratti brevi.
Gli impedimenti a sanare l'occupazione
La violenza e la prevaricazione dell'ex marito sono anche fra le cause che hanno portato Lisiane a essere sbattuta fuori di casa. Per anni, infatti, la donna gli chiede di togliere la residenza dall'appartamento, così avrebbe potuto regolarizzare la sua situazione attraverso le varie sanatorie varate dal Comune. Ma lui si rifiuta. "Ho cercato anche di fare le volture delle utenze, ma mi hanno detto che senza un contratto di assegnazione o affitto non era possibile".
Nel frattempo la donna si rivolge al sindacato Asia-Usb. In quegli anni viene seguita dallo zio di Maria Vittoria Molinari, che prova ad aiutarla con la pratica della sanatoria chiamando l'ex marito per fargli firmare dei documenti necessari. "Fino all'ultimo mi ha fatto credere che sarebbe venuto, poi l'ho chiamato e mi ha detto: Io non ti firmo proprio niente".
Ma anche nei servizi sociali Lisiane non avrebbe trovato l'aiuto sperato per potersi mettere in regola. "Gli chiedevo a chi dovevo rivolgermi, quali documenti presentare. Mi rispondevano sempre di stare tranquilla, che avevo figli minori e che nessuno mi avrebbe buttata fuori casa. Mi dicevano di aspettare l'incontro successivo, che puntualmente arrivava mesi dopo, senza che cambiasse nulla".
Poco o nulla è cambiato, infatti, fino al 2022, quando Lisiane viene convocata negli uffici comunali. "Pensavo finalmente di poter parlare della mia posizione. Invece mi hanno fatto solo domande sulle condizioni dell'alloggio: quante stanze aveva, com'era il pavimento, se c'erano infiltrazioni". Poi, l'anno scorso, la polizia locale arriva in via dell'Archeologia dicendo che il Comune denunciava lei e il figlio per occupazione abusiva. "Mio figlio gli ha anche detto: Pensate che sia stato io a occupare questa casa? Ci sono nato dentro. Ma non è servito a nulla".
Gli sgomberi per far spazio ai lavori del Pnrr
A giugno 2025 a Lisiane arriva anche un'altra comunicazione. È un preavviso di ripresa in consegna dell'alloggio. Prova a fare qualcosa Maria Vittoria Molinari di Asia-Usb, che contatta il Comune per spiegare la situazione passata e presente della donna. Poi nessuno si fa vivo fino al 16 aprile scorso. "Sono arrivati con una determina immediatamente esecutiva – ci spiega Molinari -. Gliel'hanno consegnata a mano e l'hanno buttata fuori". La motivazione dell'urgenza sarebbe nei cantieri per il restauro dei compartimenti di edilizia popolare via dell'Archeologia, i cosiddetti ‘ferri di cavallo'. L'alloggio di Lisiane doveva essere dato in via temporanea a una famiglia costretta a lasciare il loro per i lavori.
Quanto accaduto a Lisiane non è un caso unico e a sindacati e associazioni stanno arrivando sempre più richieste di assistenza per questi trasferimenti. "Pochi giorni fa è venuta da noi una ragazza di Ponte di Nona con la stessa identica determina – dice Molinari -. Anche nel suo caso c'è scritto che l'alloggio potrebbe servire per ricollocare gli inquilini coinvolti dagli interventi del Pnrr. In pratica ti stanno dicendo che possono spostare un inquilino di via dell'Archeologia fino a Ponte di Nona. Mentre, poco fa mi ha chiamato uno dei nostri assistiti, un uomo ipovedente. Era disperato perché lo devono trasferire per consentire i lavori, ma nell'alloggio dove lo vogliono mandare non c'è la corrente elettrica e non c'è nemmeno la fogna".
"Ho dormito per strada e nelle piazze, non sapevo dove andare"
In prospettiva di questi interventi, negli ultimi anni Asia-Usb ha chiesto garanzie anche per tutte quelle famiglie che non avevano potuto accedere alla sanatoria del 2020, che riguardava solo chi aveva occupato entro il 23 maggio 2014. "C'erano tante famiglie che avevano occupato pochi giorni dopo e che, pur vivendo lì da oltre dieci anni, non hanno potuto regolarizzare la loro posizione – aggiunge la sindacalista -. Attraverso una delibera della Regione Lazio molte di queste famiglie sono state comunque tutelate e ricollocate temporaneamente durante i cantieri". Molinari, poi, specifica: "Noi abbiamo sempre detto che i lavori andavano fatti, ma insieme bisognava garantire tutte quelle famiglie che hanno diritto alla casa popolare e che, per l'emergenza abitativa di questa città, si sono trovate a occupare un alloggio".
Questo non è stato fatto per Lisiane, che per mesi ha vagato fra sistemazioni di fortuna. "Ho dormito anche per strada, nelle piazze e nelle tende. Ho preso perfino la scabbia perché mi sono trovata a vivere in posti veramente orrendi". Adesso sta in un'edificio occupato dai movimenti di lotta per la casa e all'ultima richiesta di una sistemazione di emergenza le è stato detto che non aveva i requisiti necessari. "Ma quali requisiti devo avere? In quel periodo non stavo nemmeno lavorando. Solo pochi giorni fa ho firmato un contratto come assistente domiciliare, ma di soli 11 euro l'ora per nove ore la settimana. Come faccio a pagare un affitto? Mentre per una casa popolare mi hanno detto che dovrei aspettare almeno cinque anni. Io ho 56 anni, ho il diabete scompensato, problemi di salute e, dopo tutto quello che è successo, anche crisi ipertensive", conclude Lisiane prima di scoppiare in lacrime, esausta.