Dalla Spagna a Roma, dopo 15 anni torna al suo Paese: “In Italia dovevo scegliere tra carriera e maternità”

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Beatriz a Castel Sant'Angelo: dopo essersi trasferita 15 anni fa a Roma è tornata in Spagna.
Beatriz ha lasciato Roma dopo 15 anni: lavoro, maternità, sicurezza, sanità e burocrazia l’hanno spinta a tornare in Spagna. “La fortuna dell’Italia sono gli italiani, non mi sono mai sentita straniera”.

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Quando Beatriz è arrivata a Roma dalla Spagna aveva 26 anni e pensava di restarci soltanto per un periodo. Voleva imparare l’italiano, vivere un’esperienza all’estero e godersi quella città che, ogni volta che visitava l’Italia, le sembrava capace di "risvegliare i sensi". Alla fine nella Capitale ha trascorso quindici anni: ha costruito una carriera nel settore dell'abbigliamento di lusso, conosciuto suo marito, messo su famiglia e avuto una figlia. Da pochi mesi, a 41 anni, è tornata ad Alicante. Non perché abbia smesso di amare Roma, che continua a considerare una delle città più belle del mondo e in cui ha costruito tante solide amicizie, ma perché con il passare degli anni ha iniziato a sentire sempre di più il peso di servizi carenti, della difficoltà di conciliare lavoro e famiglia, della burocrazia, dei costi e di una quotidianità che le sembrava diventare sempre più faticosa. "Vogliamo far crescere nostra figlia in un posto dove i servizi funzionano, dove la gente sorride e i diritti contano".

"In Italia mi sono ritrovata a scegliere tra carriera e maternità"

Il primo grande cambiamento è arrivato con la nascita della figlia. Fino a quel momento Beatriz aveva costruito una carriera importante, lavorando per anni nel settore del lusso. Poi, racconta, conciliare maternità e lavoro è diventato sempre più complicato. "In Italia mi sono ritrovata nella situazione di dover scegliere tra fare carriera e fare la mamma, perché conciliare le due cose era diventato impossibile", racconta a Fanpage.it.

Già dai 34-35 anni aveva iniziato a notare un cambiamento nei colloqui di lavoro. Nonostante l’esperienza accumulata, le domande si spostavano spesso dal curriculum alla vita privata. "Mi chiedevano sempre se avessi figli o meno". Una volta, dopo essersi trovata diverse volte nella stessa situazione, decise perfino di registrare una selezione. Quando si rifiutò di rispondere alla domanda sui figli, racconta, il colloquio venne interrotto.

Poi c’era il nodo degli asili. "Se una donna non lavora ha meno possibilità di ottenere un posto al nido comunale, ma se non riesce a mandare la bambina al nido diventa anche più difficile trovare un lavoro". Un cortocircuito in cui si inseriscono anche gli scioperi, "giusti" sottolinea Beatriz, delle educatrici. "Qui vedo una differenza. Quando c'è uno sciopero degli insegnanti viene comunque garantito un servizio minimo: magari non si fanno le normali lezioni, però puoi portare tuo figlio a scuola e ci sono persone che organizzano delle attività. Lo sciopero resta, ma una famiglia può comunque organizzarsi".

"A Roma non mi sentivo più sicura neanche portando mia figlia al parco"

A convincerla a partire, però, non è stato un singolo fattore. Beatriz parla piuttosto di una somma di esperienze che, negli ultimi anni trascorsi nella Capitale, avevano modificato il suo rapporto con la città. Hanno inciso, soprattutto negli ultimi anni di vita a Roma, momenti in cui si è sentita in pericolo per sé e sua figlia. "Abitavo nella zona fra Delle Vittorie e Prati e anche portare mia figlia al parco era diventato un gesto per cui era necessaria un'ipervigilanza". Una sensazione continua, che porta a tenere sempre le antenne addrizzate.

Ad Alicante sente di potersi rilassare e di non doversi guardare sempre alle spalle "Sento che lo Stato è presente: la polizia gira e, se fai una segnalazione, vieni ascoltata. Ma secondo me c'è anche un modo diverso di affrontare le situazioni di vulnerabilità e di provare a inserire le persone nella società".

"Spendevo 60 euro per andare al mare, assurdo"

Poi c’è il rapporto con gli spazi pubblici. E qui il confronto da cui parte Beatriz è quello con il mare. Ad Alicante, città di oltre 300mila abitanti sulla Costa Blanca spagnola, le spiagge sono interamente libere. "Ci sono i chiringuitos, magari uno ogni diversi chilometri, che possono avere i loro ombrelloni da affittare, ma tu puoi tranquillamente metterti anche davanti senza che nessuno ti dica niente".

Un modello che ancora si fatica a portare in Italia, dove i litorali sono per lo più caratterizzati dalla presenza di stabilimenti. "Per me era diventato assurdo dover spendere anche 60 euro per trascorrere una giornata al mare vicino Roma. Mi sembrava una violenza". La differenza non passa soltanto dalla spiaggia. Cita le piscine comunali: "Qui vicino, ad Elche, i minori di 12 anni entrano gratuitamente. E anche quando si paga, si parla magari di due o due euro e cinquanta per l'intera giornata. A Roma per entrare in piscina potevo arrivare a spendere anche 20 euro a persona".

Ed è proprio qui che per Beatriz emerge una differenza più generale: il valore attribuito alle cose pubbliche. Non soltanto averle a disposizione, ma poterle vedere funzionare e percepire concretamente dove finiscono le tasse versate.

Strade, trasporti e servizi: "Qui vedo dove finiscono le tasse"

Durante il trasloco, Beatriz e la sua famiglia sono sbarcati a Barcellona con l’auto e hanno poi percorso oltre sei ore di auto in direzione sud ovest fino ad Alicante. Un viaggio costato, di pedaggio, poco più di tre euro. "In Spagna hai autopistas, a pagamento, e autovías, ma sono entrambe strade di ottimo livello. E comunque hai un’alternativa: puoi scegliere se pagare o prendere una strada gratuita". Una funzionalità a basso costo, così come per nettezza urbana, che deriva da un diverso approccio al servizio pubblico: "Molte autostrade – racconta – hanno smesso di essere a pagamento una volta recuperato l'investimento sostenuto per costruirle".

Il confronto continua con il trasporto urbano. Ad Alicante, dice, autobus e altri mezzi sono "puntuali e affidabili" da permetterle di scegliere davvero se lasciare la macchina a casa. "A Roma alla fine spesso andavo a piedi e mio marito, esasperato, si era comprato una bicicletta elettrica".

Ma sono anche i piccoli dettagli quotidiani a colpirla dopo il ritorno. "Quando guido, a volte passano intere giornate senza che senta un clacson. Arrivo sulle strisce e mi fermo ancora per abitudine. Le macchine si fermano e resto lì, finché il conducente non mi fa cenno di attraversare. Devo ancora abituarmi".

Sanità e costo della vita: "La luce la pago meno della metà"

Una delle differenze che Beatriz aveva notato già quando si trasferì in Italia riguardava la sanità. In Spagna non era abituata all’idea del ticket sanitario. "Poco dopo che ero arrivata a Roma, quando mi dissero che dovevo pagare il ticket per fare le analisi del sangue, non sapevo nemmeno di cosa stessero parlando".

Non idealizza però il sistema spagnolo. "Negli ultimi quindici anni anche qui la sanità è peggiorata e ci possono essere attese". La differenza, secondo la sua esperienza, è nella facilità con cui riesce ad accedere alle cure quando ne ha realmente bisogno. Il medico di base può essere prenotato attraverso un’app e, se non c’è disponibilità con il proprio dottore ma serve una visita in giornata, può intervenire un collega.

Poi c’è il costo della vita. "Da quando sono tornata qui pago la luce meno della metà rispetto a quanto pagavo in Italia. Secondo me pesa il fatto che la Spagna abbia investito molto nelle energie rinnovabili, anche utilizzando i fondi europei arrivati dopo il Covid, e quindi dipenda meno dall'esterno". Ma la differenza si fa sentire anche nel carrello della spesa e per lo svago. "Significa che anche una persona con uno stipendio più basso può permettersi una vita diversa", dice Beatriz.

"In Italia mesi per una pratica, qui mi hanno risposto in 48 ore"

Dopo quindici anni trascorsi all’estero, però, il ritorno in Spagna avrebbe potuto trasformarsi in una maratona burocratica. Beatriz aveva numerosi documenti e pratiche da sistemare. È rimasta sorpresa dalla velocità con cui è riuscita a risolverle. "Operazioni che in Italia potevano richiedermi mesi qui le ho fatte online e spesso ho ricevuto una risposta entro 48 ore".

La pratica per la residenza, racconta, le ha portato via circa un quarto d’ora. Quando ha dovuto modificare l’indirizzo sulla carta d’identità, il nuovo documento le è stato consegnato direttamente nell’ufficio pubblico. Il confronto le ha fatto tornare in mente una cena con alcune amiche romane. "Raccontavo che non riuscivo a prendere appuntamento per fare la carta d'identità elettronica – ricorda Beatriz -. Una di loro mi disse: "Ti devi collegare alle cinque di notte". Io mi sono messa a ridere e le ho chiesto: "Ma tu hai normalizzato questa cosa? Ti sembra normale doverti alzare alle cinque o alle sei di mattina per riuscire a prendere un appuntamento per fare un documento che è un tuo diritto?".

Per Beatriz è proprio questa "normalizzazione" delle difficoltà quotidiane uno degli aspetti che più l’avevano stancata negli ultimi anni in Italia.  "I romani, purtroppo, vivono in un sistema dove sono schiacciati. E si lamentano, ma non scendono mai in piazza per chiedere di cambiare le cose".

I diritti e quella "libertà mentale" che vede in Spagna

Il confronto non riguarda solo il terreno materiale dei servizi e dei costi, ma tocca anche quello dei diritti e delle libertà individuali. Un giorno, compilando un documento istituzionale, Beatriz si è accorta che nel campo dedicato al genere non comparivano soltanto le opzioni uomo e donna, ma anche la possibilità di non definirsi. "Può sembrare una sciocchezza, ma secondo me dice molto. Significa riconoscere che per un’altra persona quella possibilità può essere importante".

È una forma di libertà che dice di percepire anche nei comportamenti più quotidiani. "In spiaggia puoi vedere donne in topless e perizoma e nessuno le guarda. Ognuno fa la propria vita. È una cosa che in Italia, almeno nella mia esperienza, non avevo mai percepito allo stesso modo".

"La fortuna dell'Italia sono gli italiani"

Eppure Beatriz non parla dell’Italia con rancore. Anzi, più volte durante il racconto torna a precisare che quei quindici anni rappresentano una parte fondamentale della sua vita. Roma resta la città che l’ha accolta quando era una giovane donna arrivata dalla Spagna senza conoscere bene l’italiano e nella quale ha costruito tante relazioni. "Ho sempre pensato che l’Italia, con tutta la ricchezza che possiede, potrebbe essere uno dei Paesi più ricchi del mondo se fosse gestita diversamente. E soprattutto penso che la fortuna dell’Italia siano gli italiani".

Ricorda la pazienza delle persone incontrate quando ancora sbagliava le parole in italiano. Era lei a chiedere di essere corretta, mentre spesso gli altri quasi si dispiacevano a farle notare un errore. Poi ridevano insieme. "Io non mi sono mai sentita straniera. Sono stata accolta con una generosità pazzesca". Nonostante i disagi, le mancanze delle istituzioni e quella sensazione che per vivere normalmente fosse necessario combattere ogni giorno contro qualcosa. "Gli italiani sono stati una delle cose più belle che ho trovato – conclude Beatriz -. Dopo quindici anni ho amici che ormai fanno parte della mia vita e della mia famiglia e me li porterò dietro per sempre".

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