“Con lo stipendio di un dipendente pubblico una volta viveva una famiglia. Oggi arriviamo a stento a fine mese”
Stai affrontando le conseguenze del caro vita, tra bollette alle stelle, casa introvabile e uno stipendio che non basta mai? Raccontaci la tua storia, le difficoltà quotidiane o le rinunce a cui sei costretto di fronte all'aumento inarrestabile dei prezzi. Scrivi a segnalazioni@fanpage.it per inviare la tua testimonianza o compila questo form.
Per anni lo stipendio del marito, il mutuo e le spese quotidiane erano rimasti dentro un equilibrio che permetteva alla famiglia di vivere senza troppe difficoltà. Poi bollette, rate e prezzi hanno cominciato a salire e quell’equilibrio si è rotto. "Adesso arriviamo a fine mese quasi a fatica. Ci sono stati mesi in cui, senza i miei suoceri, non avremmo potuto neanche fare la spesa", racconta a Fanpage.it Marika, mamma di una bambina di otto anni che da tempo prova a rientrare nel mercato del lavoro.
"Senza i miei suoceri non avrei potuto fare la spesa"
In casa di Marika oggi lavora soltanto suo marito, dipendente pubblico. "Per fortuna ha un contratto statale. Ma la cosa assurda è che una volta con un posto del genere ci campavi una famiglia con quattro o cinque figli. Oggi arrivi a malapena a fine mese". Secondo le stime preliminari dell’Istat, a settembre 2026 i prezzi al consumo sono aumentati del 4,2 per cento rispetto a un anno prima, spinti soprattutto dall’energia, cresciuta di oltre un quinto. I prodotti acquistati con maggiore frequenza segnano un +5,3 per cento.
Prima della nascita della figlia lavorava negli alberghi come cameriera di sala. Aveva un contratto a tempo indeterminato, racconta, ma l’impresa da cui dipendeva è fallita e i dipendenti si sono ritrovati senza lavoro. Nel 2018 è diventata madre. "Sono rimasta a casa con mia figlia e poco dopo è arrivato anche il Covid. Fino a quel momento, però, nonostante il mutuo, le bollette e tutte le spese quotidiane, stavamo discretamente".
Nel mercato del lavoro, con un figlio "ti si chiude ogni possibilità"
Le difficoltà sono arrivate dopo. "Ha iniziato ad aumentare tutto: il mutuo, le bollette, la spesa. Abbiamo cominciato ad arrivare alla fine del mese sempre più stretti". Tanto da spingere Marika a rientrare nel mercato del lavoro, o almeno a provarci. La condizione era riuscire a trovare un impiego compatibile con l'uscita della figlia alle 16.
È qui, racconta, che ha incontrato un'altra difficoltà ancora troppo diffusa. "Quando vai a fare i colloqui iniziano con: ‘Però hai una bambina, e se ti chiamano da scuola perché sta male? E se una mattina si sveglia e non può andare?'. E così ti senti chiudere automaticamente ogni possibilità".
Non si tratta soltanto di una sua percezione. L'Istat continua a indicare la conciliazione tra lavoro e responsabilità familiari tra gli ostacoli che pesano sulla partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Nel 2025 il tasso di attività femminile era del 57,8 per cento, quasi 18 punti sotto quello maschile, pari al 75,6 per cento. Un rapporto pubblicato dall'istituto statistico pochi giorni fa mostra, inoltre, quanto continui a pesare la distribuzione del lavoro domestico: nelle coppie di occupati tra 25 e 64 anni, le donne dedicano in media due ore e 22 minuti al giorno in più degli uomini alle attività domestiche e di cura.
"Per una mamma restano lavori che non permettono di vivere"
Fra le poche possibilità che Marika racconta di aver trovato ci sono le mense scolastiche. Ma le condizioni contrattuali sono ben lontane dal garantire una parvenza di autonomia economica. "Tre o quattro ore al giorno dal lunedì al venerdì, circa 480 euro al mese, contratti che vengono rinnovati continuamente e poi da giugno a settembre, quando le scuole sono chiuse, resti a casa e non vieni pagata". A pesare sarebbero anche gli spostamenti. "Può capitare che un giorno ti mandino a Monte Mario e quello dopo sulla Tiburtina. Se alla fine del mese hai speso magari 200 euro di benzina e ne hai guadagnati 480, che cosa ti rimane in tasca?".
Avere un figlio in Italia è costoso anche perché è ancora una condizione che esclude dal mercato del lavoro. E più se ne hanno peggio è. Nel 2025 il 22,6 per cento della popolazione italiana era a rischio di povertà o esclusione sociale. Tra le coppie con un solo figlio la quota era del 17,4 per cento, saliva al 20,6 per cento con due figli e al 30,6 per cento nelle famiglie con almeno tre.
Gli appelli alla natalità "con quale prospettiva?"
Per Marika il problema, però, non è soltanto economico. È la sensazione di non riuscire a vedere una via d’uscita: per contribuire alle spese dovrebbe lavorare, ma per lavorare dovrebbe trovare un impiego che tenga conto degli orari e degli imprevisti legati a una bambina. "Questo non è più vivere, è sopravvivere", dice. E quando sente gli appelli ad avere più figli, la sua reazione parte proprio dalla sua esperienza: "Con quale prospettiva? Forse i politici, con gli stipendi che prendono, possono permettersi tate, colf e baby sitter. E noi comuni mortali invece?".