Carabiniere condannato per aver ucciso un ladro, il giudice: “Non era in pericolo, non serviva sparare”

"Ha commesso un errore di proporzioni macroscopiche, cagionando la morte di una persona". È la parte centrale delle quarantanove pagine di motivazioni della sentenza nei confronti del carabiniere Emanuele Marroccella, condannato a tre anni di reclusione, per omicidio colposo qualificato come eccesso colposo nell’uso legittimo della armi.
Il militare, difeso dagli avvocati Paolo Gallinelli e Roberto Ruotolo, è finito a processo per aver sparato a un ladro in fuga, uccidendolo. Jamal Badawi cinquantasei anni, era di spalle quando è stato raggiunto da un proiettile, mentre scappava da un ufficio in zona Eur, dov'era stato sorpeso rubare il 20 settembre del 2020. Il Tribunale di Roma inoltre non ha riconosciuto le attenuanti generiche. Marroccella è anche chiamato a risarcire i famigliari della vittima.
"La lunga istruttoria ha accertato che il carabiniere ha esploso due colpi ad altezza d'uomo" ha dichiarato a Fanpage.it l'avvocato della difesa Michele Vincelli. "Il giudice ha evidenziato come un carabiniere esperto avrebbe dovuto valutare diverse altre opzioni per risolvere la situazione, prima di fare fuoco contro un uomo, che non aveva alcuna possibilità di fuga".
Le motivazioni della sentenza
Il Tribuinale di Roma nelle motivazioni della sentenza scrive che ha ritenuto "certa ed indiscutibile la penale responsabilità dell’imputato". Il giudice è convinto che Marroccella ha esploso due colpi mentre Badawi "dava le spalle agli operanti" e stava "correndo verso il cancello". A confermare questa ricostruzione è stato anche il racconto dei testimoni, i rilievi tecnici e i filmati. La distanza tra i due era compresa “tra 7,22 e 13,65 metri”, dunque tale da non esserci un pericolo immediato. Inoltre il collega Grasso, appena colpito a seguito di una collutazione, aveva una ferita "riconducibile ad una mera contusione con ecchimosi", quindi non tale da giustificare l’uso dell’arma da fuoco. Il giudice evidenzia come nel cortile c'erano vari militari e che la fuga di Badawi appunto non rappresentava "un'aggressione in corso", ma "una resistenza passiva".
Centro delle motivazioni della sentenza è che, per tutti questi aspetti, l’uso dell’arma è stato ritenuto "non proporzionato al tentativo di fuga". Marroccella poteva scegliere di agire diversamente, se lo avesse fatto Badawi sarebbe ancora vivo. Il militare infatti avrebbe potuto mettere in atto altre alternative, come "esplodere colpi in aria, inseguirlo" oppure "attendere l’intervento dei colleghi, che circondavano l’edificio". La scelta di mirare al tronco inoltre è definita un "errore di proporzioni macroscopiche", tale da costituire una "grave negligenza". In conclusione per il giudice che ha emesso la sentenza di condanna nei confronti di Marroccella "non sussistevano i presupposti della scriminante di cui all’art. 53 c.p.", poiché l’uso dell’arma non era necessario né proporzionato.
La ricostruizione dei fatti
L'episodio risale a sei anni fa ed è avvenuto in un’azienda in via Paolo di Dono, in zona Eur. Intorno alle ore 4 Badawi si è intrufolato all'interno degli uffici, per mettere a segno un furto ed è scatatto l'allarme. Alle 5.20 i carabinieri arrivano sul posto. Marroccella e il collega Lorenzo Antonio Grasso, hanno sorpreso Badawi ed è nata una collutazione. Badawi ha provato a ferire Grasso con un cacciavite, per poi scappare. Marroccella ha intimato il fermo, ma il ladro ha continuato a scappare. E stato a quale punto che il carabiniere ha sparato due colpi, quando era ormai di spalle e lo ha ucciso.