A Roma ogni anno si buttano 260mila tonnellate di cibo, ma un romano su dieci è in povertà alimentare

Secondo la Caritas almeno un romano su dieci soffre di povertà alimentare. Quello dello spreco di cibo rappresenta quindi un tema centrale per la città, che butta in media l'8 per cento in più rispetto ai piccoli comuni. Dati allarmanti, che fanno il paio con quelli presentati ieri martedì 16 giugno dalla Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa (Cna) alla Camera di Commercio, durante l'incontro dal titolo Economia del recupero e contrasto allo spreco alimentare: a Roma ogni anno vengono buttate 260mila tonnellate di cibo, circa 700 al giorno. Uno sperpero che, economicamente, vale 700 milioni di euro.
Si spreca di più tra le pareti di casa
Un enorme quantità di cibo nella Capitale viene buttata, soprattutto tra le pareti di casa. Un paradosso che diventa ancora più evidente se si considera che in città ci sono circa 250mila persone in condizioni di insicurezza alimentare e che rischiano di soffrire la fame. Secondo quanto emerso dall'incontro di ieri, organizzato in collaborazione con l'associazione Slow Food Roma, la quota più consistente dello spreco è composta da quello domestico. In media vengono gettati tra i tre e i sei euro ogni chilo di cibo. L'iniziativa invita così a ripensare i modelli imprenditoriali, ma soprattutto il modo di consumare.
Ripensare il modello produttivo con nuove iniziative
A dieci anni dalla Legge Gadda sullo spreco alimentare, la n° 166 del 2016, l'incontro è stata un'occasione per istituzioni, imprese e organizzazioni del terzo settore per fare il punto sul tema. La ratio dietro la normativa è quella di superare il concetto che l'avanzo di cibo sia spazzatura. E lo ha fatto attraverso incentivi fiscali per le aziende che donano le proprie eccedenze — come la riduzione della Tari, la tassa sui rifiuti —, ma anche equiparando le imprese e gli enti donatori ai consumatori finali, tutelandoli e semplificando le loro responsabilità.
Al centro delle riflessioni fatte nella giornata di ieri ci sono state le possibili nuove azioni da poter mettere in campo per ridurre le perdite lungo la filiera, semplificare le procedure di recupero e trasformare il cibo non consumato in una risorsa contro la povertà alimentare. Una delle urgenze sottolineate durante il confronto è stata proprio quella di sburocratizzare ulteriormente i passaggi che permettono alle aziende di donare il cibo invenduto in totale sicurezza.
In questa direzione si muove il protocollo d'intesa siglato lo scorso 23 marzo dal Campidoglio con le Associazioni cristiane dei lavoratori italiani (Acli) e le associazioni di categoria per il recupero delle eccedenze alimentari nei settori alberghiero, catering, hospitality ed eventi. L'accordo prevede di destinare l'avanzo di cibo agli enti sociali, secondo i calendari stilati dalle imprese aderenti: nelle giornate indicate, i furgoni frigorifero dell'Acli possono ritirare le eccedenze per poi distribuirle tra gli oltre 70 enti che operano in 11 municipi della Capitale, dalle mense per i poveri passando per i market sociali.
Cna: "Ridurre gli sprechi non è solo una sfida sociale, ma un tema economico"
Secondo il presidente Cna Agroalimentare Roma, Mauro Secondi, "il contrasto allo spreco alimentare non rappresenta solo una sfida sociale, ma anche un tema economico e culturale che coinvolge direttamente le imprese, della distribuzione e della ristorazione. Favorire il recupero significa valorizzare risorse, ridurre gli sprechi e contribuire alla costruzione di una comunità più inclusiva e sostenibile", ha dichiarato Secondi.
Il presidente della Camera di Commercio capitolina, Lorenzo Tagliavanti, ha allargato la prospettiva ad una dimensione europea: "Lo spreco alimentare costa, ai Paesi dell’Unione, oltre 130 miliardi di euro all’anno, cifra notevole. Limitare questo fenomeno vuol dire avere risorse economiche per altri utilizzi, ma anche ridurre gli sprechi per ciascuna delle fasi di produzione. La sostenibilità non è solo un vincolo in termini di aggravio di costi, ma anche un'opportunità per raggiungere una maggiore competitività di mercato".