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Solo una coppia su 4 avrà figli nel 2040: l’allarme del Censis

Nel 2040 le coppie con figli diminuiranno fino a rappresentare il 25,8% del totale. È quanto emerge dall’ultimo rapporto Censis.
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A cura di Annalisa Cangemi
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Secondo le stime del Censis solo una coppia su 4 avrà figli nel 2040. Per il momento non è attesa un'inversione di tendenza sulla natalità- Lo rileva il Censis nel 57° Rapporto sulla situazione sociale del Paese."Gli anziani rappresentano oggi il 24,1% della popolazione complessiva e nel 2050 saranno 4,6 milioni in più: raggiungeranno un peso del 34,5% sul totale della popolazione. Gli anziani di domani saranno sempre più senza figli e sempre più soli. Il numero medio dei componenti delle famiglie scenderà da 2,31 nel 2023 a 2,15 nel 2040. Le coppie con figli diminuiranno fino a rappresentare nel 2040 solo il 25,8% del totale, mentre le famiglie unipersonali aumenteranno fino a 9,7 milioni (il 37,0% del totale)".

"Di queste –  si legge – quelle costituite da anziani diventeranno nel 2040 quasi il 60% (5,6 milioni). Nel 2021 gli anziani con gravi limitazioni funzionali erano 1,9 milioni: il 13,7% del totale degli anziani e il 63,1% del totale delle persone con limitazioni in Italia. Secondo le stime, nel 2040 il 10,3% degli anziani continuerà ad avere problemi di disabilità. Rimane quindi sul tappeto la questione ineludibile del bisogno assistenziale legato agli effetti epidemiologici dell'invecchiamento demografico".

Per il 62,7% degli italiani il lavoro non è più centrale nella vita

Il lavoro è sempre meno importante nella scala delle priorità e dei valori. Per il 62,7% degli italiani il lavoro non è più centrale nella vita delle persone: il senso che viene attribuito al lavoro discende direttamente dal reddito che se ne ricava. È il segno di un certo distacco rispetto al lavoro come fattore identitario della persona: un punto di vista diverso rispetto al passato, più laico nei confronti di quella "religione del lavoro" che ha orientato scelte e comportamenti di tante persone nei decenni passati.

Il forte rimbalzo dell'economia dopo le restrizioni del 2020 dipendenti dalla pandemia ha determinato una espansione della base occupazionale, con una netta riduzione degli inattivi e delle persone in cerca di lavoro. Così, se nel 2019 il numero delle dimissioni volontarie si attestava poco sopra le 800.000 unità, nel 2022 ha superato il milione, con un incremento significativo: +236.000 ovvero +29,2%.

Il tasso di ricollocazione, che indica il reimpiego entro tre mesi dalle dimissioni, è anch'esso cresciuto, passando dal 63,2% del 2019 al 66,9% del 2022. La motivazione principale che spinge le persone a cercare un nuovo lavoro è l'attesa di un guadagno maggiore (per il 36,2% degli occupati) e l'interesse per prospettive di carriera migliori.

Accesso alle cure sanitarie sempre più difficile

Sempre secondo il rapporto Censis, nell'anno trascorso il rapporto degli italiani con la sanità è stato segnato dalla presa d'atto della fine delle promesse. Per il 75,8% è diventato più difficile accedere alle prestazioni sanitarie nella propria regione a causa di liste di attesa sempre più lunghe. Il 71,0% dichiara che in caso di visite specialistiche necessarie o accertamenti sanitari urgenti è pronto a rivolgersi a strutture private pagando di tasca propria (al Sud la percentuale sale al 77,3%).

A causa delle promesse mancate, il 79,1% degli italiani si dichiara molto preoccupato per il funzionamento del Servizio sanitario nel prossimo futuro, esprimendo il timore di non accedere a cure tempestive e appropriate in caso di malattia. L'esperienza delle difficoltà di accesso alla sanità radica nella coscienza collettiva l'idea che l'universalismo formale in realtà nasconda disparità reali, che ampliano le disuguaglianze sociali. L'89,7% si dice convinto che le persone benestanti hanno la possibilità di curarsi prima e meglio di quelle meno abbienti.

L'inflazione fa sempre più paura

I dati sui prezzi al consumo confermano il tendenziale riassorbimento dell'inflazione, sebbene restino ancora alti i livelli di varie categorie di beni. A settembre l'indice nazionale dei prezzi al consumo è del 5,3% (era il 7,6% a maggio), un valore che porta il livello dell'inflazione acquisita per il 2023 al 5,7%. Distanti da questo livello generale sono gli indici relativi ai beni alimentari nel complesso (8,6%), ai beni alimentari freschi (7,7%) e agli alimentari lavorati (9,1%).

Lievita quindi all'8,3% il carrello della spesa, per il quale il dato acquisito per il 2023 è al 9,5%. Due famiglie su tre prevedono che alla fine dell'anno i redditi familiari saranno uguali a quelli dell'anno precedente. Soltanto il 44,1% prevede di riuscire a mantenere gli stessi livelli di risparmio dell'anno passato. Il 48,5% teme invece di vedere i propri risparmi diminuire rispetto al 2022. Il 25,9% prevede un aumento della spesa per consumi, dovuta anche all'incremento dei prezzi.

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