
C’è tutto il peggio possibile, nel caso di Massimo Adriatici, ex assessore leghista alla sicurezza del comune di Voghera, condannato ieri a 12 anni di carcere per aver ucciso Youns El Boussetaoui.
C’è, innanzitutto, la morte di un uomo ai margini della società, straniero e senza fissa dimora. Un uomo la cui unica dimensione è quella di problema di ordine pubblico, perché così ha deciso la politica.
C’è un assessore alla sicurezza, leghista, che decide che il suo ruolo sia quello dello sceriffo che pattuglia la città con una calibro 22 nella cintura, per controllare che nessuno beva alcolici dopo una certa ora.
C’è un pedinamento, poi forse una rissa, poi sicuramente un colpo esploso addosso a El Bossettaui.
C’è il tentativo dell’assassino di depistare le indagini, forte delle sue conoscenze, del suo ruolo istituzionale, della sua professione e pure del suo essere italiano e bianco.
E poi, ovviamente, c’è l'immancabile difesa d’ufficio di Matteo Salvini, paladino dei più forti e degli armati.
Che come nel recentissimo caso del poliziotto killer di Milano Rogoredo, decide di emettere sentenze via social, prima ancora che il processo sia celebrato. Parla di un “docente di diritto penale, ex funzionario di polizia, avvocato penalista noto e stimato”. Non pago decide in spregio a ogni indagine che sia “vittima di un’aggressione” e che la sua sia solo legittima difesa. “Altro che far west”, dice. Senza se e senza ma.
Fortunatamente, in tutto questo peggio, c’è una giudice che delle sentenze di Salvini, francamente, se ne infischia. E che impone alla procura di cambiare il capo d’imputazione di Adriatici, da eccesso di legittima difesa a omicidio volontario. E poi ce n’è un altro che, quattro anni e mezzo dopo l'omicidio, decide di condannare Adriatici a 12 anni, nonostante la richiesta della Procura di Pavia fosse di 11 anni e 4 mesi.
Se c’è qualcosa di istruttivo in queste due storie, quella di Adriatici e pure quella del poliziotto killer di Rogoredo, è che forse tutta questa difesa non è sempre legittima.
E se c’è un’altra cosa altrettanto istruttiva, è che forse in attesa del referendum per separare le carriere di magistrati inquirenti e requirenti, sarebbe meglio separare la carriera dei giudici da quella dei politici, evitando che questi ultimi emettano sentenze a indagini in corso.
Perlomeno, sarebbe meglio lo facesse Salvini.
Perché sul politico si può avere l’opinione che si vuole, ma come giudice proprio non ci siamo.