Semestre filtro di Medicina, opposizioni unite chiedono dimissioni di Bernini: “Fa più danni della grandine”

Le opposizioni unite chiedono le dimissioni della ministra dell’Università Bernini. È successo ieri pomeriggio alla Camera, dove esponenti di Pd, Avs, M5s e Iv hanno tenuto una conferenza stampa sul tema del definanziamento dell’università pubblica, a vantaggio delle università private e telematiche, e sui danni provocato dal cosiddetto semestre filtro di Medicina, la riforma del sistema d’accesso alla facoltà che ha abolito il test d’ingresso: il risultato sono migliaia di ricorsi da parte degli studenti. Il responsabile Università del Pd Alfredo D'Attorre, i deputati Antonio Caso del M5s, Elisabetta Piccolotti di Avs e Davide Faraone di Iv, hanno chiesto nuovamente un passo indietro a Bernini.
Il deputato Faraone a Fanpage.it spiega che le opposizioni presenteranno degli emendamenti unitari al testo che è stato approvato al Senato, cioè il ddl n. 1518 su valutazione e reclutamento del personale ricercatore e docente universitario, che ha ricevuto il via libera a Palazzo Madama lo scorso 9 dicembre. “Il tema è riuscire a mantenere una selezione nazionale – dice Faraone – in modo che si possano ridurre le storture locali: molti dei familismi che si determinano nelle università sono causati dal fatto che negli atenei ci sono gestioni meno oculate rispetto a quelle che ci sarebbero con un concorso unico nazionale. Quest’ultimo poi favorirebbe lo scambio: i docenti andrebbero a lavorare in università diverse da quelle di provenienza, arricchendo il proprio bagaglio di conoscenze. Oggi invece i docenti che vengono i selezionati finiscono con il fare l’intera carriera universitaria all’interno dello stesso ateneo”.
Il provvedimento in questione è stato incardinato alla Camera, e a breve partiranno le audizioni. Si tratta di un testo approvato dal Consiglio dei ministri il 19 maggio, che modifica l’attuale sistema di abilitazione scientifica nazionale: il nuovo sistema prevederebbe un'unica fase di selezione di docenti e ricercatori operata presso le singole Università da commissioni giudicatrici composte da almeno quattro membri esterni e almeno uno interno all'Ateneo. In capo al ministero dell'Università rimane la gestione di una piattaforma informatica dei candidati, chiamati ad accreditarsi tramite autodichiarazione del possesso dei requisiti minimi richiesti per la partecipazione ai concorsi. La novità principale è rappresentata dal fatto che la selezione dei docenti non avviene più a livello centrale, ma viene demandata si singoli atenei. La proposta delle opposizioni, in fase di definizione, è dunque quella di un concorso nazionale per contrastare il progetto di localizzazione della selezione del personale.
Sul semestre filtro le opposizioni non hanno ancora una strategia comune, se non quella di sottolineare l’assoluta inefficacia del sistema. Anche perché la riforma è già in atto e Bernini per il momento non ha palesato l’intenzione di aprire un tavolo di discussione. Salvo esplicitare che non ci sarà un ritorno al vecchio sistema dei quiz “e dei corsi privati a pagamento fuori dalle università".
Italia viva per esempio non è per l’abolizione del numero chiuso: “Noi siamo dell’idea che vada programmato l’accesso al corso di laurea di Medicina. Il problema è che la programmazione prevista dalla ministra non sta funzionando. Il semestre-filtro, che potrebbe diventare anche un anno-filtro ha un senso se ci sono i soldi per le strutture, per le aule, per mantenere alto il livello di formazione, per assicurare i tirocini. Il semestre-filtro funziona se funziona la selezione, non è un processo che può avvenire tramite test a crocette. Noi siamo per incrementare le persone che partecipano alla selezione, ma il tema sono sempre le specializzazioni: quanti giovani formati possono poi lavorare? La ministra ora deve andare a casa: tutte le correzioni che ha apportato alla sua riforma non hanno fatto altro che peggiorare la situazione. In un primo momento sono stati selezionati meno aspiranti del numero previsto, e poi c’è stata una sanatoria, con il ripescaggio anche di chi era stato bocciato in uno o due esami, per riempire i posti vacanti. Di fatto è stata abbassata la qualità di quelli che domani saranno i medici che lavoreranno negli ospedali”. Cambiare le regole della graduatoria in corsa, come hanno spiegato gli avvocati Leone e Fell che seguono i ricorsi, ha peggiorato la situazione sul piano legale. “Quando governeremo noi questo sistema andrà rivisto”, sottolinea Faraone, secondo cui Bernini "Ha fatto più danni della grandine, per molto meno un ministro sarebbe andato a casa".
“Abbiamo di fronte un muro di gomma, respingente rispetto alle proposte costruttive che abbiamo segnalato” a Bernini e Valditara, dice Piccolotti. “È un muro di fake news, nel tentativo di dipingere una realtà fiorente dell’università pubblica, che non corrisponde alla realtà”. Piccolotti ricorda l’allarme del governatore della Banca d’Italia Panetta, che pochi giorni fa all’Università di Messina ha detto: “I giovani laureati si spostano alla ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più dinamici”, aggiungendo che “Tra i principali paesi, l’Italia è quello con la quota più bassa di immigrati laureati”, in un contesto interazionale in cui la competizione globale per i talenti è ormai aperta. “Se ne sono andati in questi anni il 10% dei laureati, e l’Italia è in fondo alle classifiche europee per numero di laureati. Abbiamo un gigantesco problema di costruzione di personale altamente qualificato”, aggiunge l’onorevole di Avs. “Questo accade perché il differenziale salariale fra i nostri laureati e quelli degli altri Paesi è un abisso: pari all’80% rispetto alla Germania, 30% rispetto alla Francia. Ovviamente i giovani italiani se ne vanno dove trovano migliori condizioni di vita. Anche qui dal governo nessuna risposta”.
“Siamo in un anno in cui migliaia di ricercatori e ricercatrici saranno costretti a cambiare lavoro, fare le valigie e andare all’estero. Già oggi, all’inizio del 2026 ci sono 13mila ricercatori e ricercatrici in meno in Italia, persone che hanno perso il contratto e che si trovano in una condizione di difficoltà. A questi entro la fine dell’anno, con la fine del Pnrr, si aggiungeranno probabilmente altre 20mila persone. Fa impressione che la ministra provi ogni volta a dire che ha aumentato lo stanziamento per l'università pubblica, cosa che non è vera”.
L’onorevole Antonio Caso, capogruppo del Movimento 5 Stelle in Commissione Cultura alla Camera, denuncia che il governo “sta definanziando il mondo dell'università e della ricerca, malgrado la propaganda cerchi di far credere il contrario. Secondo le stime, nel 2026 ci saranno 35mila lavoratori fra università ed enti di ricerca che questo governo ha deciso di lasciare per strada”.
“E questo non è solo un problema che riguarda i singoli coinvolti, a pagare è un sistema Italia che non è in grado di trattenere le sue eccellenze, che cede ad altri Paesi il suo capitale umano, senza il quale non potremo competere a livello internazionale. Dobbiamo combattere contro quello che il governo ha venduto come un piano straordinario di assunzioni e che porterà forse a salvare solo il 10% di quei posti di lavoro, andando peraltro a chiedere metà dei fondi necessari agli Atenei. Il disegno di questo governo è chiaro: continuare a definanziare l'università, abbandonare a loro stesse le nostre eccellenze e strizzare l'occhio alle università private e telematiche”.
Sul semestre filtro, Caso ha aggiunto che sono state proprio le lobby delle università private a vedere ulteriormente accresciuta la loro influenza. Lanciamo nuovamente l'allarme: l'università pubblica e libera è fondamentale per lo sviluppo del nostro Paese e per la sua tenuta democratica. Se questo pilastro viene messo in pericolo, secondo noi per l'Italia non c'è futuro”.