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Sarò sempre una “marocchina”: Modena e quella sensazione orribile di non essere mai abbastanza italiana

Dopo i fatti di Modena, la giornalista e scrittrice italiana Karima Moual, di origini marocchine, racconta a Fanpage.it il clima di odio e il razzismo vissuto sulla sua pelle, alimentato dai principali esponenti della destra identitaria, da Salvini a Vannacci.
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A cura di Redazione
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Dopo i fatti di Modena, la giornalista e scrittrice italiana Karima Moual, di origini marocchine, racconta con un contributo esclusivo per Fanpage.it il clima di odio e razzismo vissuto sulla sua pelle, alimentato dai partiti della destra identitaria e dai suoi principali esponenti: da Salvini a Vannacci, passando per Bignami. 

C’è una frase che mi torna in mente in questi giorni, mentre guardo il dibattito seguito ai fatti di Modena e leggo l’ennesima valanga di odio sotto i miei post. “Non sarai mai italiana.” Me lo scrivono continuamente. Insieme a “marocchina di merda”, “tornatene al tuo paese”, “voi siete tutti uguali, islamici terroristi ”.

E poi le minacce. Gli insulti. Gli auguri di morte. Succede da anni con l’aggiunta di: Remigrazione, sta arrivando Vannacci.
E ogni volta che accade un fatto di cronaca che coinvolge una persona con un nome arabo o musulmano, tutto peggiora. Come se improvvisamente venisse autorizzato qualcosa. Come se una parte del Paese aspettasse solo quel momento per tirare fuori ciò che pensa davvero.

Ed è esattamente quello che è accaduto dopo Modena.
Nel giro di poche ore, il dolore, la tragedia, la complessità umana di quella vicenda si sono trasformati in una gigantesca operazione politica e identitaria. Non si parla più soltanto di un individuo. Si parla di “loro”. Dei musulmani. Degli immigrati. Dei figli dell’immigrazione. Dei cosiddetti “nuovi italiani”, che non saranno mai italiani. E lo si dice con una nitidezza raccapricciante.

Ancora una volta, la responsabilità individuale è diventata colpa collettiva. E ancora una volta si ha la sensazione di impotenza di fronte a un pericolo reale concreto che nessuno vuole vedere né ascoltare. C’è una volontà precisa di stigmatizzare una parte del paese nel peggiore degli stigmi. L’accerchiamento dura da anni, ma mai è arrivato a tanto. Ad attaccare senza ritegno i figli dell’Italia, attraverso le più alte istituzioni e quella che dovrebbe essere l’intellighenzia di destra che costruisce narrazioni sui giornali. Direttori che senza onestà intellettuale né vergogna provano a strumentalizzare ai soli scopi politici una vicenda drammatica inventando nemici e minacce sulla pelle di una minoranza impotente.

Per la prima volta sento che sono e siamo in pericolo e che sono e siamo soli. Perché la politica ha enormi responsabilità.
Perché quando figure come Matteo Salvini, Roberto Vannacci o Galeazzo Bignami alimentano quotidianamente l’idea che esista un problema etnico, culturale o religioso dentro la società italiana, stanno facendo molto più che propaganda.
Stanno scavando una frattura profonda nella convivenza civile.

Quando mettono al centro le origini marocchine dei genitori di un giovane nato e cresciuto in Italia, come Salim El Koudri, la fede di appetenza pur se il ragazzo in questione nemmeno è praticante (che poi vorrei sapere quando l’essere musulmani è diventato essere criminali), e non le cause del suo disagio non solo psichico siamo in pericolo. Si è toccato il fondo e non basta più solo denunciare. Quando poi si arriva a parlare di togliere la cittadinanza, si chiarìsce, una volta per tutte, che c’è una questione di razza, etnia e fede: con chi ha all’Interno del proprio messaggio politico il razzismo, l’islamofobia, non si può avere compromessi.

Il punto è che tutto questo sta viaggiando indisturbato come se fosse libertà di espressione. Odiare e fomentare le masse contro minoranze sta diventando normale nel nostro paese e nessuno dice niente. I movimenti di quella che è ormai una estrema destra identitaria, rappresentata da Vannacci, Lega e Fratelli d'Italia, stanno dicendo a milioni di persone che, in fondo, i nuovi italiani non saranno mai considerati davvero parte di questo Paese.

Perché basta il gesto di uno per rimettere tutti sotto accusa. Che l’integrazione è sempre revocabile. Che l’appartenenza dipende dal sangue, dal cognome, dall’origine. Non so se ci si è resi conto di quanto sia pericoloso e grave questo punto
È una deriva pericolosissima. Perché abitua le persone a guardare intere comunità come corpi sospetti. Trasforma cittadini in bersagli. Normalizza il razzismo quotidiano.

E io questo clima lo vivo sulla mia pelle ogni singolo giorno. Sono una giornalista italiana di origine marocchina. Ho costruito la mia carriera nel giornalismo italiano con anni di lavoro, sacrifici, studio, presenza sul campo. Ho raccontato guerre, migrazioni, il Mediterraneo, il Medio Oriente, l’Italia che cambia. Eppure, per una parte del Paese, tutto questo non conta nulla. Resto “la marocchina”.

E dirlo, per costoro, è provare a ferire perché marocchina è utilizzato nel senso dispregiativo. Anche se io continuo ad essere fiera delle mie origini e ricordare che essere anche marocchina è solo una ricchezza. Lo faccio con il sorriso, con la simpatia e il sarcasmo sotto qualche commento abominevole, ma fino a quando potrò farlo?  Oggi, in Italia, non importa quello che fai. Non importa quanto contribuisci. Non importa quanto ami questo Paese o quanto ti sia conquistata il tuo spazio. Per certa propaganda, resterai sempre un corpo estraneo. Una presenza tollerata finché stai zitta. Finché non fai critica, finché non rivendichi la tua identità italiana. Il problema è che il mio lavoro non è stare zitta, non è osservare senza analizzare e qualche volta criticare. Il mio lavoro è raccontare, dibattere discutere, essere sulla scena come lo sono altri colleghi come me. Io però, scopro che non posso. Scopro che sono solo una “marocchina” che non deve mettere becco nelle questioni italiane. Che deve solo ringraziare. Che sono una ingrata perché sono solo “ ospite”.

E il punto più inquietante è che tutto questo oggi viene continuamente minimizzato. Si minimizzano le campagne d’odio. Si minimizza il razzismo online. Si minimizzano le minacce. Si minimizza il clima che si respira.
Come se fosse normale leggere ogni giorno persone che invocano deportazioni, esclusioni, discriminazioni. Come se fosse normale sentirsi dire che non sarai mai italiana anche se sei nata, cresciuta o hai costruito qui tutta la tua vita.
Io invece credo che siamo davanti a qualcosa di molto serio.

Perché quando una parte politica costruisce consenso indicando continuamente un nemico interno – il migrante, il musulmano, il diverso – non sta solo cercando voti. Sta modificando il tessuto culturale del Paese. Sta educando all’ostilità.
E il silenzio delle istituzioni su tutto questo è assordante. Lo Stato che si presenta a Modena per la tragedia che ha coinvolto vittime innocenti ma non va a Taranto dopo che 5 ragazzi ammazzano a sangue freddo un lavoratore maliano che non viene neanche aiutato da un barista dove aveva provato a chiedere aiuto, è uno Stato malato.

Dov’è lo Stato mentre migliaia di cittadini vengono quotidianamente bersagliati da odio razziale?Dov’è la politica democratica mentre cresce un linguaggio che divide gli italiani tra “veri” italiani e italiani condizionati? Dov’è la consapevolezza del rischio che stiamo correndo? Perché la storia europea dovrebbe averci insegnato una cosa fondamentale: ogni volta che si comincia a trasformare un’origine in uno stigma collettivo, ogni volta che si inizia a parlare di intere comunità come un problema, ogni volta che si smette di vedere individui e si iniziano a vedere categorie etniche o religiose, la democrazia comincia lentamente a deteriorarsi. Ed è questo che mi spaventa davvero.Non solo l’odio che ricevo io, che sono in prima fila,  Ma il fatto che stia diventando normale. Normale per troppi. Perfino accettabile. E allora forse il punto oggi non è soltanto difendere una comunità presa di mira. Il punto è difendere l’idea stessa di Italia che vogliamo essere.

E tu che ne pensi? Se hai storie simili a questa da raccontarci puoi scrivere a segnalazioni@fanpage.it o cliccare qui.

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