Riscatto della laurea per la pensione: nessun limite di tempo per fare ricorso contro il rifiuto dell’Inps

Il quadro delle regole previdenziali si arricchisce di un chiarimento pratico che tutela i lavoratori interessati a consolidare la propria posizione contributiva. Con l'ordinanza n. 7834 del 31 marzo 2026, la Corte di Cassazione ha stabilito che il diritto di impugnare il no dell'Inps a una domanda di riscatto della laurea non è soggetto al limite di tempo dei tre anni.
A differenza di quanto accade per le normali cause legate al pagamento delle pensioni, i cittadini che vogliono far valere gli anni di studio universitario non devono sottostare a scadenze temporali stringenti per presentare un ricorso in tribunale. La pronuncia definisce in modo netto i confini dell'azione dei lavoratori, respingendo la tesi più restrittiva sostenuta finora dall'istituto di previdenza.
Cos'è il riscatto della laurea e come funzionano le agevolazioni sulle tasse
Il riscatto del corso legale di studi universitari è uno strumento che permette di coprire i periodi privi di versamenti, consentendo sia di anticipare il momento del pensionamento sia di aumentare il valore finale dell'assegno. Si tratta di un'operazione che si differenzia in modo sostanziale dai contributi figurativi, che sono gratuiti e a carico dello Stato. Nel caso del riscatto, la spesa economica ricade completamente sul lavoratore, che sceglie di pagare per coprire gli anni in cui non ha potuto lavorare proprio perché impegnato nell'università.
Per aiutare il contribuente a sostenere questo costo, la legge prevede specifiche misure di alleggerimento. Le somme versate all'Inps godono infatti della totale deducibilità fiscale dal reddito complessivo ai fini Irpef. Questo meccanismo permette di recuperare una parte significativa della spesa attraverso una riduzione delle tasse da pagare. In aggiunta, la normativa consente di dilazionare il pagamento complessivo attraverso una rateizzazione che può estendersi fino a un massimo di dieci anni, senza che sul piano di ammortamento vengano applicati interessi o costi aggiuntivi.
Le tappe della vicenda giudiziaria e il contrasto tra l'Inps e i tribunali
Questa sentenza chiude una vicenda burocratica iniziata quasi trent'anni fa. Tutto è cominciato nel gennaio del 1998, quando un lavoratore ha chiesto all'Inps di riscattare gli anni di università. L'istituto previdenziale ha risposto con un rifiuto solo nel 2014, lasciando passare ben sedici anni dalla domanda. Da quel momento è nato un lungo scontro nei tribunali, con decisioni opposte nei primi due gradi di giudizio.
In un primo momento, il Tribunale di Milano ha dato ragione al cittadino, stabilendo che il tempo per fare ricorso partiva solo dal giorno in cui il lavoratore aveva effettivamente ricevuto il no. Successivamente, la Corte d'Appello ha ribaltato il verdetto e ha dato ragione all'Inps, sostenendo che il riscatto era da considerare come una normale pensione e che quindi il ricorso andava fatto entro poco più di tre anni dalla prima richiesta. La Cassazione ha infine cancellato la decisione d'appello, confermando in modo definitivo le ragioni del lavoratore.
Perché non esiste un limite di tempo se l'istituto previdenziale respinge la richiesta
Per capire il motivo per cui i giudici della Cassazione sono arrivati a questa conclusione, bisogna guardare alla differenza fondamentale che esiste tra le varie richieste che un cittadino può fare all'Inps. La legge prevede un limite di tempo molto stretto (la decadenza di tre anni stabilita dalle norme del 1970) esclusivamente quando un lavoratore si rivolge al tribunale per ottenere il pagamento di una pensione vera e propria o per chiedere i contributi figurativi, che sono quelli gratuiti e a carico dello Stato. In quei casi, la scadenza serve a dare stabilità ai conti pubblici, evitando che si discuta di pagamenti e arretrati a distanza di troppi anni. Il riscatto della laurea, invece, segue una logica completamente diversa. Secondo la Suprema Corte, questa operazione non è la richiesta di ricevere un assegno mensile, ma si colloca in una fase precedente e del tutto esterna rispetto al pagamento della pensione. Si tratta di un diritto facoltativo: il lavoratore sceglie liberamente di pagare una determinata somma per coprire gli anni trascorsi all'università e "comprare" una quota di contributi che altrimenti non avrebbe.
Proprio perché non si sta chiedendo l'erogazione di una prestazione in denaro già attiva, l'Inps non può imporre barriere temporali per bloccare le contestazioni. Di conseguenza, se l'istituto respinge la domanda, il lavoratore conserva intatto il diritto di contestare il rifiuto in tribunale in qualsiasi momento. Non esiste quindi il rischio che il passare del tempo cancelli la possibilità di difendere il valore legale del proprio percorso di studi per il futuro pensionamento.