Regeni, la sentenza di primo grado: condannati tre 007 egiziani, è la prima verità giudiziaria sull’omicidio
La Prima Corte d'Assise di Roma ha emesso la sentenza di primo grado nel processo per il sequestro, le torture e l'uccisione di Giulio Regeni, il ventisettenne ricercatore friulano del dottorato dell'Università di Cambridge il cui assassinio ha sconvolto l'opinione pubblica internazionale. A oltre dieci anni dai fatti, i giudici di Piazzale Clodio sono giunti a una prima storica verità giudiziaria: i giudici hanno condannato a dieci anni tre 007 egiziani. Uno degli imputati è stato assolto.
I tre uomini sono stati condannati solo per il sequestro di Giulio Regeni avvenuto al Cairo il 25 gennaio del 2016. I giudici hanno invece fatto cadere l'accusa di omicidio riconoscendo per i condannati l'accusa di sequestro di persona. Al termine di un'articolata camera di consiglio, durata 8 ore, sono stati dunque condannati Magdi Ibrahim Abdelal Sharif – ritenuto l'uomo che ha materialmente ucciso Regeni – per cui era stato chiesto l'ergastolo, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Uhsam Helmi, e ha assolto il quarto 007 imputato, Tareq Sabyr.
Una pronuncia che pone un punto fermo sulla drammatica vicenda del giovane studioso italiano, la cui attività di ricerca sui sindacati indipendenti egiziani venne stroncata dalla repressione di Stato, abbattendo un muro di omertà, depistaggi e silenzi eretto per un decennio dagli apparati di sicurezza del Cairo.
"Credo si possa dire, da ciò che il dispositivo consente di individuare, che la parte sostanziale, principale, dell'impianto accusatorio abbia retto", ha commentato il procuratore di Roma Francesco Lo Voi. "Dovremo attendere, come di consueto, la lettura delle motivazioni per riuscire ad avere il quadro completo del ragionamento della Corte d'Assise", ha aggiunto. Il procuratore ha sottolineato che il risultato è stato raggiunto "nonostante quella che possiamo tranquillamente definire una cooperazione non particolarmente proficua da parte delle autorità egiziane. Il lavoro svolto – ha aggiunto, ringraziando il collega Sergio Colaiocco – è stato decisamente positivo e fruttuoso".
I genitori di Giulio Regeni dopo la lettura della sentenza: "Siamo soddisfatti"
Ai giornalisti, uscendo da un'aula gremita, i genitori di Giulio Reggeni hanno commentato la sentenza con poche parole: "Siamo soddisfatti". Per loro ha parlato l'avvocata Ballerini: "Oggi sappiamo che la nostra fede nella giustizia è stata ben riposta. Al di là delle singole condanne, è evidente che l'impianto probatorio sostenuto dalla Procura ha superato il vaglio della Corte. Dovremo evidentemente leggere le motivazioni", ha aggiunto la legale. Ballerini ha poi richiamato le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella secondo cui "verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi", sottolineando che "oggi hanno trovato concretezza in una sentenza emessa nel nome del popolo italiano". "È questo presidio quello che noi abbiamo sempre chiesto e invocato".
L'abbraccio della piazza e la risposta della società civile
Prima ancora che nell'aula di tribunale, la giornata si è aperta nel segno di un'emozione collettiva che ha trasformato Piazzale Clodio nel cuore pulsante di un'intera comunità. Fin dalle prime ore del mattino centinaia di cittadini, studenti, attivisti e rappresentanti delle istituzioni hanno infatti riempito la piazza, colorandola con gli striscioni e le magliette gialle che per oltre un decennio hanno accompagnato ogni tappa di questa battaglia. Un abbraccio caldo e composto ha accolto i genitori Paola Deffendi e Claudio, la sorella Irene e l'avvocata Alessandra Ballerini al loro arrivo al palazzetto di giustizia. La presenza del "popolo giallo" e la partecipazione di esponenti politici, tra cui la segretaria del PD Elly Schlein, hanno testimoniato come la ricerca di giustizia per Giulio non sia mai stata una questione privata, ma una rivendicazione di dignità e diritti che ha unito il Paese.
Le richieste dell'accusa e le responsabilità dei quattro 007
Il verdetto giunge a coronamento di un impianto dibattimentale imponente, ricostruito dal procuratore aggiunto Sergio Colaiocco. Un lavoro d'indagine basato su riscontri tecnici, prove documentali e testimonianze incrociate, portato avanti nonostante il sistematico sbarramento opposto dal Cairo: delle 64 richieste rogatorie formulate dalla magistratura italiana, soltanto 25 hanno infatti trovato risposta, mentre ben 39 sono rimaste del tutto prive di riscontro. Tra le richieste ignorate, almeno 13 sarebbero state decisive per identificare ulteriori appartenenti alla National Security, il servizio di sicurezza interno del Cairo, coinvolti a vario titolo nella vicenda.
Al centro del processo sono finiti tuttavia quattro ufficiali di primo piano della National Security. Per il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, l'accusa ha sollecitato la condanna all'ergastolo per sequestro di persona pluriaggravato, lesioni e omicidio aggravato. Per il generale Tariq Sabir e per i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, le richieste si sono attestate a 17 anni e 6 mesi di reclusione per il sequestro di persona. Nelle sue battute finali, la Procura ha rimarcato come in quest'aula non si sia giudicato un delitto comune, bensì l'esercizio freddo, organizzato e deliberato della violenza di Stato su un ragazzo di ventisette anni, inghiottito in una zona d'ombra priva di garanzie solo perché scambiato, per via delle sue ricerche sui sindacati indipendenti, per una spia.
Un decennio di depistaggi, versioni di comodo e silenzi diplomatici
La vicenda ha avuto inizio nella tragica serata del 25 gennaio 2016, quando Giulio Regeni è scomparso nel cuore del Cairo, in una città del tutto blindata dalle forze di polizia per il quinto anniversario della rivoluzione di Piazza Tahrir. Il suo corpo privo di vita è stato ritrovato soltanto nove giorni dopo, il 3 febbraio, ai margini dell'autostrada per Alessandria, segnato da devastanti e prolungate torture. Fin dalle prime ore successive al ritrovo, le autorità egiziane hanno opposto alla gravità dei fatti una catena serrata di menzogne e narrazioni di comodo: dall'ipotesi dell'incidente stradale alle illazioni sulla vita personale, fino al sanguinoso depistaggio del marzo 2016, quando le forze di sicurezza del Cairo hanno ucciso cinque presunti rapinatori, sostenendo di aver rinvenuto i documenti di Regeni in casa di uno di loro per chiudere precipitosamente il caso.
Di fronte a falsificazioni così palesi, gli investigatori italiani e la magistratura romana hanno proceduto con ostinazione, separando gli elementi di prova reali dal rumore di fondo della propaganda e continuando le indagini in un clima di aperta ostilità, segnato dal rifiuto dell'Egitto persino di fornire gli indirizzi degli imputati pur di soffocare il processo sul nascere.
La svolta della Consulta e la rivoluzione del diritto processuale
Se oggi si è potuti arrivare a una sentenza, lo si deve a una vera e propria rivoluzione giuridica, orchestrata con precisione dalla Corte Costituzionale. Il codice di procedura penale italiano vieta infatti di celebrare processi in assenza dell'imputato se non vi è la certezza che questi abbia ricevuto la notifica formale. Nel 2021 e nel 2023, proprio su questo scoglio, il procedimento contro gli 007 era rimasto paralizzato. La svolta è arrivata con la storica sentenza della Consulta del 2023, che ha colmato questo vuoto stabilendo che quando uno Stato straniero si rifiuta di collaborare per coprire propri funzionari accusati di gravi violazioni dei diritti umani assimilabili alla tortura, il processo in Italia deve celebrarsi comunque.
Con una successiva pronuncia nel 2026 sul sostentamento delle spese per la difesa d'ufficio, la Consulta ha così blindato il percorso dibattimentale, impedendo che l'ostruzionismo di un regime autoritario si trasformasse in un'immunità di fatto e creando un precedente destinato a fare scuola a livello internazionale.
Il piano diplomatico e la separazione dei poteri
La conclusione del primo grado giunge mentre sullo sfondo restano i complessi equilibri tra Roma e Il Cairo, evidenziati anche dalla recente visita in Egitto del ministro degli Esteri Antonio Tajani. Un livello politico da cui la difesa di parte civile ha ribadito una netta distanza: "Non ci riguarda, la nostra è una democrazia e la Costituzione prevede la separazione dei poteri", ha chiarito prima dell'udienza l'avvocata Ballerini. "Tutto quello che il regime egiziano poteva mettere in campo per impedire questo processo lo ha fatto. Però questa famiglia è forte e resistente e se oggi i nostri diritti valgono un po' di più è merito loro".